Ecco perché la sanità delle Regioni ha fallito

L’ASSISTENZA DOMICILIARE È SCARSA, NUOVI INFERMIERI DIMENTICATI, POCHI ASSUNTI AL TRACCIAMENTO E NEL SSN, PIANI OSPEDALIERI BLOCCATI, POCHE TERAPIE INTENSIVE IN PIÙ E SENZA ANESTESISTI

di Marco Palombi – Il Fatto Quotidiano) – I contagi crescono, i ricoveri pure e si riparla di lockdown, magari locali e brevi (nelle intenzioni). Comunque la si pensi sulle strategie da adottare contro questo Coronavirus, non si doveva arrivare a questo punto: la quarantena nazionale, quella di primavera, doveva servire a mettere il Paese – e soprattutto il suo Servizio sanitario – nelle condizioni di convivere col virus, minimizzando sia i costi in termini di vite che quelli economici e sociali, che poi sono sempre costi in termini di vite. Cosa non ha funzionato? In sostanza, il Ssn non è stato potenziato abbastanza dalle Regioni. Si perde tempo a discutere dei 36 miliardi di prestiti del famigerato Mes e finora i “governatori” non hanno neanche speso i quasi 8 miliardi stanziati per l’emergenza nel settore sanità: poche assunzioni per il tracciamento, poche per la medicina di territorio, poche per il sistema ordinario e la gestione delle terapie intensive, in ritardo osceno la ristrutturazione degli ospedali e dei Pronto soccorso, zero programmazione sui posti per degenti Covid-19. Un incredibile fallimento dell’assetto istituzionale che ha trasferito alle Regioni la gestione della sanità pubblica, un incredibile fallimento della capacità di stimolo e controllo del governo centrale, ministero della Salute in primis.

L’assistenza domiciliare? Per adesso è solo utopia

In questa fase, il sistema italiano sembra in larga parte ripetere gli errori del passato, in particolare quelli del “caso di scuola” lombardo, a partire dall’ospedalizzazione massiva dei malati, anche quelli che potrebbero essere curati a casa. Questo avviene in larga parte per motivazioni socio-economiche più che mediche: alcuni non potrebbero essere isolati in casa, altri sono anziani e se hanno bisogno di cure per non peggiorare non è chiaro chi potrebbe garantirgliele a domicilio. Cioè, a livello normativo è chiaro: ci sono le mitiche Usca, unità speciali di continuità assistenziali, che il decreto del 9 marzo stabiliva in almeno una ogni 50mila abitanti, cioè 1.200 in tutta Italia, da creare entro dieci giorni. Le Usca sono piccole squadre di medici e infermieri – dotate di tutto quel che serve (dai Dpi alle medicine) – per seguire i casi Covid-19 a casa con orario minimo di operatività dalle 8 alle 20. Sono state create? Mica tanto, nonostante lo stanziamento di 660 milioni sia disponibile da otto mesi. Numeri ufficiali non ce ne sono, l’ultimo monitoraggio è di fine giugno e censiva 600 Usca, il 50% del totale: la situazione non sarebbe migliorata di molto dopo l’estate. Le uniche Regioni che dovrebbero aver completato il processo sono Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana. In Veneto, secondo dati comunicati a settembre al ministero della Salute, le Usca sono solo 51 su 97 (53%); in Umbria 7 su 18 (39%), nelle Marche 19 su 31 e in Sardegna 19 su 32 (60%), in Sicilia 70 su 101. In Lombardia, secondo l’agenzia Agi (non smentita), ci sono 49 Usca attive su un fabbisogno di 200 (25%): non si trovano i medici, dicono dalle parti di Fontana e Gallera. E non si trovano neanche gli infermieri a quanto pare: il decreto del 9 marzo aveva previsto l’istituzione del cosiddetto infermiere di famiglia, sempre dedicato all’assistenza domiciliare. Parliamo di 9.600 assunzioni già finanziate (330 milioni nel 2020 e 460 milioni nel 2021): la Conferenza delle Regioni ha approvato le linee guida per procedere solo il 10 settembre e a oggi le assunzioni sono solo alcune centinaia e solo in Veneto, Emilia-Romagna e Toscana, regioni che hanno già una certa familiarità con la medicina territoriale.

Il punto sulle assunzioni: sono troppo poche.

Al 9 ottobre al ministero della Salute risultavano effettuate, a vario titolo, 33.857 assunzioni: 6.958 medici, 15.618 infermieri, 7.248 operatori socio-sanitari. Si tratta di contratti a termine che costano circa 1 miliardo e saranno rinnovati anche per il 2021. Il numero, però, è largamente insufficiente e finisce per non coprire neanche i buchi d’organico di cui il Servizio sanitario nazionale soffre da tempo grazie ai tagli dell’ultimo quindicennio: basti dire che, rispetto al 2008, un anno fa c’erano oltre 42mila unità in meno (fonte Ufficio parlamentare di bilancio). Pure i medici di famiglia sono sotto il numero sufficiente e altri 5mila potrebbero andare in pensione a breve, eppure è ferma da mesi in Conferenza delle Regioni una norma che consentirebbe agli specializzandi di diventare subito medici di medicina generale mettendosi al lavoro. Più in generale, il rapporto (prezioso dell’Alta scuola di economia e management sanitario della Cattolica (Altems) certifica che l’aumento del personale medico all’inizio di ottobre era mediamente di parecchio inferiore al 10% con l’eccezione del Piemonte e delle piccole Molise e Val d’Aosta. Va notato che le Regioni sull’emergenza Covid possono agire in deroga ai consueti vincoli di bilancio: possono, in sostanza, assumere finché non hanno coperto le loro necessità. Una stima governativa prevedeva l’ingresso nel sistema tra contratti a termine e stabili di 80mila nuove unità di personale: oggi siamo a meno della metà.

La rete nuova ospedaliera: un ritardo clamoroso

La ristrutturazione della rete ospedaliera doveva servire per gestire la seconda ondata, ma in larga parte d’Italia non è neanche partita. A maggio, nel decreto Rilancio, sono stati stanziati 1,65 miliardi per aumentare i posti letto per i malati gravi e ristrutturare i Pronto soccorso in funzione dell’emergenza: il testo dava la possibilità alle Regioni di iniziare subito i lavori e farsi poi rimborsare a piè di lista, l’unico impegno era presentare entro luglio un piano dettagliato degli interventi. Solo pochi governatori si sono portati avanti (Emilia-Romagna e Veneto), gli altri hanno fatto arrivare a fine luglio i loro “piani”, che però – ha sostenuto il commissario Domenico Arcuri – erano “poco più che fogli excel”: a stare a quelli visionati dal Fatto non è un’esagerazione. È servito un intero mese per scriverli in modo che fosse possibile indire delle gare, che si stanno concludendo solo ora: si tratta di 1.044 interventi totali e, se tutto va bene, si partirà davvero a novembre. La cosa più inquietante è che la durata dei progetti è pluriennale: in molti casi oltre due anni per un’emergenza che c’è adesso.

Più terapie intensive, ma mancano gli anestesisti

I posti letto per malati gravi erano 5.179 prima dell’emergenza, 6.628 giovedì 22 ottobre, ma il piano per l’emergenza della scorsa primavera prevedeva che quei letti a ottobre fossero 8.679. Stesso discorso per i letti di sub-intensiva: attualmente sono 14mila (nel pieno dell’emergenza erano 35mila) ma sarebbero dovuti salire di 4.200 entro l’autunno. Le Regioni possono sì far salire i posti in via emergenziale – e più facilmente rispetto a marzo perché hanno ricevuto dal governo attrezzatura tecnica e migliaia di ventilatori (4.600 in tutto e altri 1.300 sono nei magazzini di Arcuri) – ma quello che si chiedeva per l’autunno era un piano strutturato: insieme ai posti, ovviamente, deve esserci il personale e non c’è. Il rapporto Altems, ad esempio, segnala che se a febbraio risultavano mediamente in servizio 2,5 anestesisti per letto di terapia intensiva, oggi quella media è scesa a 1,6. Come denunciato dalle associazioni di categoria, ne mancano almeno 4mila.

I tracciatori sono 9.241: troppo pochi, troppo tardi

Secondo un report di inizio ottobre del ministero della Salute, pubblicato dal Sole 24 Ore, solo tre regioni risultano non aver assunto il numero minimo di personale per rintracciare i contatti dei positivi (almeno 1 ogni 10mila abitanti): Calabria, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo. A investigare sui possibili contagiati ci sono 9.241 persone per una media nazionale di 1,5 tracciatori ogni 10mila abitanti: la Basilicata guida con larghezza la classifica con 7,6; la seconda è il Veneto con 2,8. Questo numero, comunque, pare non essere sufficiente: la Lombardia ad esempio ne ha 1.310 – cioè 1,3 ogni 10mila abitanti – eppure non risulta aver fatto un buon lavoro. Dipende, ovviamente, anche da come queste persone sono organizzate e quando sono state messe al lavoro: l’Ats Milano ha fatto sapere di averli triplicati proprio tra settembre e ottobre, mentre in agosto non erano neanche una decina. Anche così, comunque, non bastano: “Bisognerebbe avere un esercito di persone per correre dietro a tutti i contatti”, ha detto il direttore sanitario di Ats Milano Vittorio Demicheli. Giovedì il governo ha annunciato un bando di Protezione civile per 2mila assunzioni.

Insieme ai tracciatori va ricordata la sciarada dei tamponi: l’84% dei test realizzati finora sono stati forniti agli enti locali dal commissario, ma l’organizzazione sul posto stava alle Regioni. Lentezze e caos sono sotto gli occhi di tutti e hanno un effetto collaterale: dove è possibile significano gran bei soldi per i laboratori privati.

1 reply

  1. Paola bl, i capaci sono i lombardi, intanto a bocca chiusa, emilia romagna e veneto, hanno lavorato con buon senso. Se escludiamo, come dice paolo diamante roma, il giro dei 18 miliardi della droga, che con il coprifuoco non si riesce a smerciare, quindi l’economia del contante campano va in tilt, oggi come 8 mesi fa, il fermento casinista dei mass media e della politica viene esclusivamente dalla Lombardia
    E invece di andare a confessarsi che ho molto peccato in parole, opere e omissioni……. Pretendono le scuse per Bertolaso e Fontana!!!!!!!
    Gatto te mi sa che sei lombardo:: viva gli italiani o come scrivevi, viva gli itaglioti. Saluti

    "Mi piace"

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