Come cambia il giornalismo. Giro d’Italia, 18.10.2020. Passo dello Stelvio, Cima Coppi

(Stefano Rossi) – Domenica sono rimasto incollato davanti lo schermo per vedere il Giro salire fino al Passo dello Stelvio. La montagna, la neve, quei 25 Km. di salita, i tornanti che ogni volta dimentico il numero, la fatica dei ciclisti. E non si può non ricordare Fausto Coppi, Gimondi, Bartali e Gianni Brera.

L’idea di fare il Giro della penisola in bicicletta poteva venire solo a uno dell’Emilia-Romagna dove si nasce già in sella, si chiamava  Tullio Morgagni, forlivese del 1881. La prima tappa partì  il 13 maggio 1909 alle 2,53, a Piazzale Loreto a Milano. Veniva chiamato il Giro Rosa e la Gazzetta dello Sport, unico giornale di colore rosa, divenne quasi uno sponsor. I primi giri avevano una percorrenza totale di 400 Km., distanza che oggi farebbe sorridere. Poi nel 1976, il Giro partì da Catania ed era presente Gianni Brera che scrisse il suo primo articolo sulla Gazzetta dello Sport il 20 maggio. E lo sport si incontrava con qualcosa che chiamano erudizione raffinata; l’uno sempre distante dall’altro. E la bicicletta divenne “’favolosa astronave dei poveri’’ e il ciclismo come ‘’un tumultuoso epos di poveri”, non mancavano poi i riferimenti a personaggi storici.

Per commentare il Giro del 1977, venne chiamato Bruno Raschi, laureato in Lettere a Torino, vincitore del premio Saint-Vincent del 1977. Nel 1960, nella tappa che terminava a Pescara l’abruzzese Alessandro Fantini giunse con 10 minuti di ritardo. La sua profonda delusione per aver mancato davanti al pubblico di casa, spinse Raschi a titolare “La fiaba distrutta” terminando con le parole celebri di D’Annunzio “‘’Mormorio, calpestio, dolci romori, ah perché non sono io coi miei pastori?”.

Poi sull’Abetone, credo nel 1940, Orio Vergani primo fotoreporter del Giro descrisse così Fausto Coppi: “’Fu allora, sotto la pioggia che veniva giù mescolata alla grandine, che io vidi venire al mondo Coppi. Vedevo qualcosa di nuovo: aquila, rondine, alcione, non saprei come dire, che sotto alla frusta della pioggia e al tamburello della grandine, le mani alte e leggere sul manubrio, le gambe che bilanciavano nelle curve, le ginocchia magre che giravano implacabili, come ignorando la fatica, volava, letteralmente volava su per le dure scale del monte, fra il silenzio della folla che non sapeva chi fosse e come chiamarlo”. Lo soprannominarono “l’Airone”.

Vasco Pratolini ribattezzò il Giro “I ventitré giorni di passione”. Vittorio Adorni, primo vincitore della tappa sullo Stelvio ricorda il grande giornalista Gianni Mura così: “Quando venne al Giro, per la prima volta, nel 1965, era molto giovane. Sostituiva un altro giornalista della Gazzetta, ammalato. Non aveva mai frequentato le corse e venne da me, mi scelse forse perché ero uno dei più maturi, forse perché gli ispiravo fiducia. “Signor Adorni”, si presentò, “posso?”. Mi dava del lei. Gli dissi “ma no, fa’ come fanno tutti gli altri, dammi pure del tu”. Aveva una certa, particolare timidezza, era delicato. Divenni il suo primo informatore in gruppo”.

Oggi abbiamo altro genere di “specialisti” che ogni tanto commettono errori madornali come quella volta che una esclamò in diretta: “’Astana colpita al cuore con la morte di Vincenzo Nibali”. O come quando a Canale5 dissero: “Gareth Thomas sta viaggiando con un battito cardiaco di 170Km/h”. Su la Repubblica di questo mese si legge “Il fascino del podio non seduce lo Squalo” intendendo Nibali. Dal poetico airone al pericoloso predatore che poi nessuno lo chiama così.

E niente, ci dobbiamo accontentare. Non sono mai stato ciclista, non sono mai stato un appassionato e tutt’oggi ignoro le regole del ciclismo ma ogni volta che lo vedo, soprattutto sulle montagna come quella di Piancavallo, non posso non fermarmi e partecipare a quello spettacolo.

Oggi abbiamo Google Maps che ci fa vedere il mondo da casa ma i nostri genitori conoscevano l’Italia attraverso il Giro d’Italia.

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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