Coronavirus: la cura (il lockdown) è peggiore della malattia? Anche tra gli scienziati c’è chi inizia a domandarselo

(msn.com) – Nel 1968, al culmine dell’ultima grande pandemia influenzale, in tutto il mondo morirono almeno un milione di personetra cui 100.000 americani. Quell’anno A. M. M. Payne, un professore di epidemiologia alla Yale University, scrisse:Piazza del Pantheon a Rome il 24 marzo 2020, in pieno lockdown. Andreas Solaro/AFP via Getty Images

Nella conquista del monte Everest qualsiasi cosa al di sotto di un successo al 100% rappresenta un fallimento, ma nel caso di una malattia molto trasmissibile non dobbiamo per forza raggiungere obiettivi così assoluti, ma dobbiamo piuttosto cercare di ridurre il problema a livelli tollerabili, il più in fretta possibile, nei limiti delle risorse disponibili

Vale la pena ricordare quel messaggio in quanto la scissione tra chi ricerca “obiettivi assoluti” rispetto a chi cerca “livelli tollerabili” è davvero molto evidente nella presente pandemia.

Il 21 settembre, il British Medical Journal ha riferito che gli scienziati britannici sono divisi tra chi ritiene che sia meglio concentrarsi sulla protezione di chi è più a rischio di contrarre gravemente il Covid e chi imporrebbe il lockdown per tutti.

Un gruppo di 40 scienziati ha scritto una lettera ai capi ispettori sanitari del Regno Unito suggerendo che dovrebbero puntare alla “soppressione del virus in tutta la popolazione”.

In un’altra lettera, un gruppo di 28 scienziati ha suggerito che “la grande differenza nel rischio per status anagrafico e di salute indica che il danno causato dalle politiche unitarie (che si applicano a tutte le persone) supererà i benefici”. Richiedevano invece un “approccio mirato e fondato su prove alla risposta politica al Covid-19”.

Dopo una settimana, lo scrittore scientifico Stephen Buranyi ha scritto un articolo sul Guardian sostenendo che le posizioni contenute in questa seconda lettera rappresentano quelle di una piccola minoranza di scienziati. “Lo schiacciante consenso scientifico appoggia ancora un lockdown generale”, ha dichiarato.

Qualche giorno dopo, oltre 60 dottori hanno scritto un’altra lettera dicendo: “Siamo preoccupati a causa dei dati sempre crescenti e dell’esperienza pratica, che un’unica risposta minacci più vite e più redditi rispetto alle vite salvate”.

È un botta e risposta che andrà senza dubbio avanti ancor per un po’, anche se si spera che le parti in causa inizieranno a considerare i punti di vista e le opinioni scientifiche opposti come un dono e come un’opportunità per essere scettici e imparare, piuttosto che come un “accampamento rivale”.

Il consenso scientifico richiede tempo

Ci sono temi, come il riscaldamento globale, su cui c’è consenso scientifico. Ma per arrivarci ci vogliono decenni, e il Covid-19 è una malattia nuova. Sono ancora in atto esperimenti non controllati sul lockdown, e i costi e i benefici sul lungo periodo non sono ancora noti. Dubito fortemente che molti scienziati britannici abbiano un’idea chiara sul fatto che i giardini dei pub o i campus delle università debbano o meno essere chiusi. Le persone con cui parlo hanno una varietà di opinioni: da chi accetta che la malattia sia diventata endemica, a chi si chiede se possa ancora essere debellata.

Secondo alcuni, un qualsiasi epidemiologo che non segue una linea particolare è sospetto o non ha eseguito abbastanza modelli, e le sue idee non sono molto affidabili, giungendo fino a scartare le idee di altri scienziati e studiosi non scienziati come irrilevanti. Ma la scienza non è un dogma, e spesso le opinioni devono essere modificate alla luce di una conoscenza e un’esperienza sempre in crescita.

Sono un geografo, per cui sono abituato a questo genere di giochi di gerarchia accademica giocati sulla mia testa, ma mi preoccupo quando le persone ricorrono all’insulto dei propri colleghi piuttosto che ammettere che la conoscenza e le circostanze sono mutate e che ci vuole una rivalutazione.

Un tetro calcolo

La cura è peggiore della malattia? È la domanda che attualmente ci sta dividendo. Vale per cui la pena prendere in considerazione quale potrebbe essere la risposta.

Dovremmo sapere quante persone morirebbero per cause diverse, ad esempio, di suicidi (suicidi di bambini compresi) che altrimenti non ci sarebbero stati, o malattie epatiche dovute all’aumento del consumo di alcol, ai tumori che non sono stati diagnosticati o curati, per determinare il punto in cui determinate politiche stanno prendendo più vite di quante non ne stiano salvando. E poi, che importanza si deve dare a quelle vite perse o danneggiate a fronte delle conseguenze economiche?

Non viviamo in un mondo perfetto con dati perfetti. Per i bambini, per i quali il rischio di morte per Covid è quasi di zero e il rischio di conseguenze di lungo periodo è molto basso, è più semplice valutare gli effetti negativi del non andare a scuola o dell’essere intrappolati in case in cui aumenta la violenza domestica.

Per gli studenti universitari, generalmente giovani, si potrebbe compiere una serie di calcoli analoga, compresa la stima del “costo” di contagiarsi adesso, rispetto al rischio di farlo più avanti, magari quando lo studente è insieme a parenti più anziani per il Natale. Ma con gli anziani, il calcolo – anche in un mondo perfetto – diventerebbe sempre più complesso. Quando si è molto vecchi e rimane davvero poco tempo, che rischi si è disposti a correre? È famosa la dichiarazione di un anziano: “Non ci sono piaceri a cui valga la pena rinunciare per passare due anni di più in una casa di riposo a Weston-super-Mare”.

Un recente articolo, pubblicato su Nature, suggerisce che addirittura a Hong Kong, dove da febbraio l’osservanza dell’obbligo della mascherina è stato superiore al 98%, l’eliminazione locale del COVID non sia possibile. Se non è possibile là, potrebbe non essere possibile da nessuna parte.

Guardando il lato positivo, ovunque le persone anziane sono state protette anche con tassi di trasmissione elevati e con una generale scarsità di risorse. Uno studio recente ha scoperto che in India “è plausibile che le stringenti ordinanze di confino casalingo per gli indiani anziani, abbinate alla consegna di beni di prima necessità tramite programmi di assistenza sociale e all’interazione regolare con gli operatori sanitari locali, abbiano contribuito a un’esposizione ridotta all’interno di questa fascia d’età in Tamil Nadu e Andhra Pradesh”.

Tuttavia, la riduzione della mortalità non è l’unico obiettivo. Per coloro che non morranno, l’esito potrebbe comunque essere una prolungata e grave debilitazione. Fatto, anche questo, che deve esser preso in considerazione. Ma a meno che non si sia certi che una particolare misura di lockdown farà complessivamente più bene che male, non la si dovrebbe applicare. Nel 1970, poco prima di diventare preside della London School of Hygiene and Tropical Medicine, C.E. Gordon Smith scrisse:

Il prerequisito essenziale per tutte le buone misure di salute pubblica è che siano state eseguite attente stime dei vantaggi e svantaggi relativi, tanto per il singolo quanto per la comunità, e che vengano applicate solo quando c’è un saldo importante dei vantaggi. In generale, questo principio ha rappresentato una solida base decisionale in molte situazioni passate nel mondo sviluppato anche se, contemplando il controllo di malattie meno gravi, in tali valutazioni vengono introdotte considerazioni abbastanza diverse quali la convenienza o la produttività dell’industria.

Le convinzioni attuali di dove sia l’equilibrio tra vantaggi e svantaggi stanno cambiando. La retorica degli “accampamenti rivali” deve finire. Nessun singolo e nessun piccolo gruppo rappresenta l’opinione della maggioranza.

* Halford Mackinder Professor of Geography, University of Oxford** Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggere l’originale vai qui

1 reply

  1. Un’ottima idea: potremmo evitare tante operazioni che non coinvolgono la maggioranza della popolazione: dall’appendicite al cancro al seno che riguarda solo una parte della metà della popolazione o quello alla prostata che riguarda anch’esso solo una parte dell’altra metà.
    Ci si riuniscono pure per dire tante cxxxe.
    Il vero problema è che le ” chiusure” impediscono tutti i traffici (produttivi, commerciali, finanziari) legati allo spaccio degli stupefacenti.

    "Mi piace"

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