
(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] Fidatevi se vi diciamo che Michele Mari è il più bravo scrittore italiano. Vi chiederete: e allora come mai è candidato allo Strega, che in tempi recenti è stato vinto da libri-semolino analgesici e perfettamente conformi al mid-cult, e rischia(va) addirittura di vincerlo? Eh, sono i misteri del bizzarro mondo letterario italiano, per cui un signore che ha scritto una trentina di libri, alcuni dei quali veri capolavori, arriva per una vita secondo o viene ignorato, per poi, a 70 anni, diventare il favorito del maggiore premio nazionale, chissà se per improvvisa agnizione di giurati e Amici della domenica o perché lo spirito santo dell’alea editoriale aleggia sulla sua casa editrice, Einaudi.
[…] In un’intervista sul Fatto del 2013, Mari ci disse: “Non mi insospettisce di essere uno scrittore amato: lo prendo come qualcosa di inevitabile, come parte di un equivoco”. Ecco, l’equivoco si va diradando: il consorzio delle Lettere socialmente ammissibili lo ha quasi espulso dal club in cui lo aveva appena accolto, per la colpa grave di aver (forse) pronunciato una frase offensiva sulla scrittrice Michela Murgia, morta nel 2023, anche lei scrittrice Einaudi.
Mari – critico, traduttore dall’inglese, docente di Letteratura alla Statale – è uno scrittore ossessivo, paradossale, inattuale, asociale, arbitrario, estraneo a qualunque perbenismo. Il suo filtro della realtà è eminentemente letterario: divide il mondo in scrittori bravi (massimamente i nevrotici, posseduti da qualche demone), e scrittori pessimi (nella cui categoria fa rientrare anche i mediocri, che odia più dei pessimi). Appartiene alla stirpe di Gadda, Manganelli, Landolfi (ma in questo frangente ricorda Thomas Bernhard, grande scrittore austriaco, che disprezzava il suo Paese e i suoi abitanti, ma ancor più la sua classe intellettuale, e si trovò a ricevere una vagonata di premi su cui scrisse un libro esilarante). I giurati Strega, membri dell’élite editoriale e/o a loro volta scrittori (ma ci sono dentro, per dire, anche ex sindaci di Roma, notoriamente grandi letterati), promuovono e premiano spesso l’esatto opposto: l’attualità, il conformismo, la morigeratezza e le altre virtù di una sinistra al vapore inoffensiva e autoreferenziale che schiva i conflitti e vive di cliché.
[…] Si tenga conto che in quell’intervista Mari ci disse anche: “Io la questione se Céline fosse nazista non me la pongo nemmeno, perché era un genio. Se ti dicessero che Bach era pedofilo, tu che dici? Ma chi se ne frega”. Ecco, Mari si è dimostrato peggio che nazista o pedofilo: avrebbe detto che Murgia era “intransigente perché brutta”. Cioè, chissà se per candore o per la stessa voluttà di sconfitta che abita i suoi personaggi, ha offeso il totem più potente del circuito editoriale romano, e qualcuno ha fatto la spia ai piani alti del culto murgiano. Ma davvero si sta discutendo se sia elegante dileggiare una persona morta, e se corrisponda al bon ton giudicare qualcuno dal suo aspetto fisico? Ovviamente no. Se Mari avesse espresso le stesse opinioni su qualcun altro, non se ne starebbe parlando; invece si discute se debba ritirarsi o essere espulso dallo Strega (la Fondazione, dopo aver preso le distanze da Mari, ha negato di volerlo fare), e si pensa che molti giurati puniranno Mari nel voto finale (ignorando l’abisso che c’è tra il suo libro e gli altri), perché la questione è se si possa non apprezzare Murgia per i più svariati motivi e partecipare allo Strega. A quanto pare no, se non a costo di pubblica gogna; così decreta il demente wokismo d’importazione. Complimenti: hanno annullato il principio noto in estetica come autonomia dell’opera d’arte: l’autore di un capolavoro può essere un soggetto moralmente abietto, posto che in questo caso si tratterebbe non di abiezione, ma di uno sgradevole pettegolezzo (a sua volta condannato e diffuso con un pettegolezzo, vabbè).
[…]
Capite che siamo al fanatismo religioso. A questo punto perché non imporre alle case editrici, dopo l’autocertificazione di fedeltà alla Costituzione necessaria per partecipare a Più libri più liberi (manco fossero ministri che devono giurare sulla Carta), di apporre un disclaimer a ogni libro stampato, tipo: “Questo libro è Murgia-correct”? O anche: “Nessuna memoria di scrittore amico di giurati Strega è stata maltrattata durante la lavorazione di questo libro”? Gli scrittori potrebbero impegnarsi a non offendere con pensieri, parole, opere o omissioni né Murgia né coloro che l’hanno amata, e consegnare i dispositivi elettronici per permettere agli inquirenti di fare copia forense di chat, messaggi ed e-mail private in cui possano avere espresso giudizi negativi sugli idoli del giro editoriale italiano. Evidentemente ci si dimentica che erano i totalitarismi, a richiedere tessere e giuramenti e a purgare gli artisti dissidenti (vedi Istruzioni per diventare fascisti, libro di Michela Murgia), pazienza.
Uno scrittore che scrive da Dio e parla come un bifolco verrà giudicato per entrambe le virtù.
In questo caso il bifolco ha il dominio sullo scrittore.
E’ certamente strano che un bravo scrittore non abbia considerato che il bon ton è sempre gradito.
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