L’importanza di un luogo abitato da grandi civiltà tre millenni prima di Cristo e culla dei tre monoteismi abramitici: così la Palestina è fulcro della nostra storia, mediterranea e universale

La terrasanta è centro del mondo

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Fu un militare statunitense, il capitano di marina Alfred Mahan, a coniare per primo, nel 1902, l’espressione “Medio Oriente” per un’area in origine avvertita come complementare all’“Estremo Oriente”, che comprende la Cina, il Giappone e il Sud-est asiatico. Ma la sua definizione geoculturale non ha mai cessato di variare nei contenuti ed è stata oggetto di numerose polemiche.

[…] Oggi, la più diffusa accezione tende a distinguerlo dal “Vicino Oriente”, ch’è quel che un tempo si usava definire “Levante”, i paesi della fascia costiera mediterraneo-orientale dai Balcani sino al Golfo della Sirte. Il Vicino Oriente, le coste del quale sono propriamente quelle “levantine” greco-balcaniche, turche e siro-libanesi con le immediate pertinenze israeliana e giordana, comprende a est dell’Egitto la penisola arabica e più ancora verso est e verso nord la Siria; già “mediorientali” possono esser definiti Iraq, vale a dire la storica Mesopotamia, e Iran, a nord-est del quale si estende l’immensa Asia centrale. I confini sono sempre incerti e variabili, culturali più che storici: e di Medio Oriente come prodotto di un immaginario geopolitico ha potuto parlare Hamit Bozarslan, mentre in quanto espressione usata per indicare un’area geografica essa resta mal definibile. Nel mondo arabo si indica con Ash-Sham l’area della “Grande Siria”, inclusa la Palestina, e con Mashriq la zona compresa fra il Mediterraneo e la Persia.

Gli americani considerano tendenzialmente Near East Middle East tutta la fascia afroasiatica prevalentemente musulmana dal Maghreb all’Afghanistan, mentre in Europa si tende a utilizzare talvolta ancora la cara, vecchia lezione di “Levante” per l’area compresa fra Turchia, Siria-Libano, Emirati Arabi, Israele ed Egitto: non senza tuttavia molte incertezze.

Quella regione è stata oggetto di popolamento e di diffusione di grandi civiltà da almeno tre millenni circa prima del Cristo; ed è la culla dei tre monoteismi abramitici – ebraismo, cristianesimo, Islam – che sia pure in misura diversa si sono poi diffusi e radicati in tutto il mondo. Ciò costituisce la ragione principale per cui tale area è da considerarsi sotto molti aspetti un vero e proprio “centro del mondo”, sede di alcune fra le più note Città Sante e i più venerati santuari del genere umano.

[…] La storia del Vicino-Medio Oriente è pertanto unitaria nei suoi tratti di fondo e caratterizzata da una sua forte continuità, nonostante la mobilità di molte genti che l’hanno popolata e attraversata e altresì le fratture epocali che l’hanno caratterizzata. Fucina di cultura di popoli diversi eppure affini, di stirpe soprattutto ora semitica ora indoeuropea, centro di elaborazione di poteri che si sono immaginati e pretesi universali e luogo di permanenza di culture fieramente gelose della loro specificità, laboratorio d’irradiazione di proposte universalistiche, l’area ha in gran parte determinato per secoli l’assetto delle dinamiche culturali dei tre continenti che su di essa convergono. In effetti, le piste tracciate sulla sabbia e sulla roccia che coprono gran parte di quest’immenso territorio (…) si ordinano da millenni in due linee direttrici, in rispettiva direzione nord-sud dalla costa meridionale del mar Nero e ovest-est dalla costa turco-siro-palestinese e dall’area nilotica fino allo Shatt el-Arab e al Golfo Persico, incontrandosi nell’emporio mercantile damasceno. (…)

Questo libro non è stato affatto pensato per proporsi come un ennesimo titolo sull’attuale crisi di Gaza, che ormai offre un mercato del tutto saturo. Si tratta invece, nelle mie intenzioni, di una riflessione globale sulla centralità della Palestina-Terra santa-Eretz Israel nella nostra storia, mediterranea e universale.

Quanto al sionismo in sé, accanto al riconoscimento del suo successo e del suo diritto alla pacifica vita d’Israele dopo la tragedia della Shoah, è opportuno insistere sui suoi caratteri nazionalistici e colonialistici, in rapporto anche con le ultime tendenze della più aggiornata critica storica israeliana (sebbene ormai esule in Inghilterra: da Ilan Pappé ad Avi Shlaim), tutt’altro che simpatizzante con la linea perseguita da Netanyahu, nonché con la grande opera dell’americano d’origine palestinese Rashid Khalidi (Columbia University), che nell’ultimo quarto di secolo ha contribuito in modo determinante a un chiarimento – che sarà forse considerato in prospettiva definitivo – sui rapporti israelo-palestinesi tra la prima guerra mondiale e l’età odierna.

[…] Ma il parlare di “Vicino” e/o “Medio Oriente”, il ridiscutere il concetto di “Levante”, il confrontare quel che gli antichi romani conobbero come Palaestina e che oggi continua a poter essere definito “Palestina” con quel che ormai da quasi un secolo anche i non ebrei conoscono come Eretz Israel, mentre nel mondo cristiano più o meno la stessa regione viene definita “Terrasanta” (la Terra Sancta della Bibbia latina), implica per forza di cose la necessità di prendere sia pur sinteticamente atto che anche le dinamiche interessanti le aree finitime – anatolica da una parte, iranico-afghano-pakistana dall’altra e arabo-nubiana da un’altra ancora – non sono estranee a questo mondo: il che richiede talvolta, nella nostra specifica sede, una certa elasticità concettuale a detrimento forse di un discorso che si mantenga entro confini geostorici e geoantropologici precisi. La nozione stessa di “confine”, d’altronde, è di per sé in ogni senso ambigua. E ci troviamo quindi, magari implicitamente, a dover fare i conti con le più ampie (correlative e complementari, ma sovente vissute e sentite come concorrenti, se non avversarie) categorie di “Oriente” e di “Occidente”.

[…] Attenendoci alla prima di esse, la stessa complessità del concetto di “Vicino” e/o “Medio Oriente” è tale in una pluralità di sensi (…). Questa terra è madre di gran parte delle culture e delle contraddizioni delle quali vive il genere umano: e del resto, a modo loro e in tempi diversi, anche quelle propriamente originarie dell’India, della Cina, e almeno a partire dal XVI secolo delle Americhe e dell’Oceania, si sono collegate a essa e vivono nella sua scia. (…) Oggi, la partita si gioca tra le potenze regionali emergenti – Turchia, Egitto, Iran: tutti avversari tra loro, sia pur a un diverso grado d’intensità – cui si aggiungono Arabia Saudita ed Emirati Arabi del Golfo, e tutti, nel loro complesso, si vedono impegnati a cercare in qualche modo un’intesa e una convivenza (o a rifiutarle: con le conseguenze del caso) con un paese che per limitata estensione geografica e massa di abitanti è “piccolo”, mentre per potenza nucleare, tecnologica e militare è enorme, ben più che semplicemente regionale, e per giunta titolare di un’arma etico-storico-culturale formidabile, la memoria della Shoah con l’obiettivo ascendente che gliene deriva.

Un gran bel puzzle. E, come si prega Dio di tenerci lontani da tempi storici “troppo interessanti” (i nostri sono tali…), così dovremmo scongiurarlo di non abbandonarci alla tentazione d’impegnarci in giochi “troppo belli”: i giochi sono tanto più belli quanto più sono complicati. Ma la complessità richiede tempo: mentre, com’è noto, “ogni bel gioco dura poco”.