E Roma Caput mundi si restrinse a Capitale d’Italia

(Marcello Veneziani) – Mauro Cocito, il torinese più napoletano che io conosca e da una vita il più romano dei romani, è la sintesi perfetta dell’unità d’Italia ma non a caso: mi mostra con orgoglio una copertina illustrata del 1870 in cui il suo antenato torinese Federico Cocito, tenente dei Bersaglieri, passa per primo dalla breccia di Porta Pia. Quest’anno quella breccia nel cuore di Roma e del Papa Re compie centocinquant’anni. Il venti settembre, anzi il XX settembre, cadde il nostro Muro di Berlino e si unificarono le due Italie, quella laica e quella cattolica. Ma 150 anni, con quel gesto, li compie soprattutto la nascita di Roma Capitale, poi battezzata l’anno dopo.

Roma smise di essere Caput mundi per ridursi a Caput italiae. La Città eterna si rimpicciolì per rientrare nella storia. In verità, perduto l’Impero, oscurata la grandezza cristiana ed ecumenica del Medioevo e tramontata la bellezza artistica del Rinascimento e del Barocco, Roma si era fatta piccola e borgatara, popolata da preti, bottegai e prostitute, una modesta capitale papalina all’ombra di un più modesto stato pontificio. Da capo del mondo si era ridotta a coda (alla vaccinara). La repubblica romana di pochi anni prima era stato l’annuncio di quel cambiamento.

Comunque, sarà stato il castigo della Provvidenza ma nell’autunno del 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia, Roma finì sommersa sotto una terribile alluvione. Al fianco della Chiesa di S. Maria della Minerva, proprio dove aveva sede la Santa Inquisizione, c’è ancora un’iscrizione che ricorda l’alluvione del dicembre 1870 e segna il livello che raggiunse l’acqua: ad altezza d’uomo. I papalini collegarono il disastro alla collera divina per la profanazione di Roma cattolica, per gli insulti contro Pio IX definito da Garibaldi “un metro cubo di letame”, per la prigionia del Papa che si definì “sub hostili potestate constitutus”, soggiogato a un potere ostile. Non fu indolore il passaggio di Roma dal Papa Re al Regno d’Italia; e chissà cosa sarebbe accaduto se il Papa anziché in San Pietro si fosse trincerato in piena Roma nel Palazzo dei Papi dove lui abitava, il Quirinale. Quando fu traslata la salma del Papa, nel 1881, fu assaltata, con le sassate al corteo funebre, la violazione del feretro e le bestemmie di una folla inferocita, incurante delle Guarentigie che garantivano rispetto e incolumità al Papa.

Col XX settembre gli ebrei furono pienamente integrati nella città anche se fu Pio IX a sghettizzare gli ebrei a Roma, abbattendo il muro che li separava nel cuore di Roma. Poi venne il sindaco ebreo Ernesto Nathan. Un quartiere intero a ridosso di San Pietro, Prati, sorse quasi in sfregio al Papato. Ma dopo l’avvento di Roma capitale l’ostilità perdurò tra i “buzzurri” piemontesi che la occupavano e gli “oscurantisti” clericali che la abitavano da millenni; quanti conflitti tra massoni, atei e radicali da una parte e dall’altra parte nobiltà nera e papalini, con le celebrazioni contrapposte del XX settembre. E poi nel ‘900 i futuristi che sognavano di “svaticanare” l’Italia; le sinistre atee che urlavano contro i preti e la religione, ricevendo scomuniche… Ci vollero i Patti Lateranensi di Mussolini e dopo la guerra l’avvento al potere della Democrazia Cristiana per ricucire la breccia tra cattolici e laici.

Da allora passò molta acqua sotto i ponti del Tevere. E nel 1961, centenario dell’Unità d’Italia, Papa Giovanni XXIII e poi il cardinal Montini, che diventato Paolo VI celebrò pure il centenario di Roma capitale, definirono provvidenziale l’Unità d’Italia e l’avvento di Roma capitale. Montini dette ragione al laico e scettico Prezzolini: la Chiesa grazie al XX settembre si era liberata del potere temporale, non era più ristretta in un piccolo regno ma riprendeva la sua missione universale e spirituale, urbi et orbi.

Nonostante tutte le ombre, l’avvento di Roma capitale fu importante per due ragioni. La prima, perché solo a Roma la storia dell’unità d’Italia si incardinò nella storia di una civiltà, la civiltà romana e poi cristiana – medioevale, rinascimentale e barocca – ma anche la civiltà del diritto, dello stato, della civitas imperiale e universale. La seconda, perché solo a Roma si compì l’Unità d’Italia, il sud si ricongiunse al nord ed entrò nella storia comune del paese e nella vita delle istituzioni. Con Roma capitale si ricompose geograficamente l’Italia e si integrò il centro-sud nel processo unitario, dapprima vissuto come un’occupazione piemontese o comunque settentrionale. L’integrazione del Meridione non più come colonia ma come territorio a pieno titolo non è solo un fatto simbolico e geopolitico: con Roma capitale nasce uno Stato che attinge i suoi ranghi in prevalenza al sud d’Italia e non più solo dal Piemonte: ranghi burocratici e dirigenziali, prefetti e carabinieri, forze dell’ordine e insegnanti, impiegati pubblici e sanitari, uscieri e bidelli. Con Roma capitale nasce la borghesia di stato, in prevalenza meridionale; per cento anni, dall’unità d’Italia fino alle soglie degli anni Settanta, quel ceto pubblico del sud concorse – con la vitalità imprenditoriale del nord – a modernizzare, alfabetizzare, strutturare e integrare il paese, appianando le disparità. Non va confuso lo statalismo parassitario e la brutta immagine del settore pubblico e degli insegnanti negli ultimi 50 anni col ruolo storico e civile che lo stato unitario e i ministeriali venuti dal sud hanno avuto per più di cento anni.

Tutto sommato sia benedetto quel parto cesareo di 150 anni fa che ci dette Roma capitale.

Panorama n.40 (2020)

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