
(Andrea Zhok) – L’Italia rappresenta dal punto di vista geopolitico uno snodo letteralmente centrale tra nord e sud del mondo, tra oriente ed occidente. Per note ragioni storiche, legate alla nascita della civiltà europea intorno al bacino del Mediterraneo, il mondo della politica internazionale ha articolato le sue categorie Nord-Sud, Est-Ovest in un modo peculiare, asimmetrico. In questo contesto storico-geografico l’Italia è il centro fisico del Mediterraneo, luogo di connessione intorno a cui si sono articolati i due principali monoteismi (Cristianesimo e Islam: insieme 4,3 miliardi di persone sul pianeta).
L’eredità latina è stata in effetti essa stessa un’eredità sintetica, capace di incarnare una fusione tra culture europee e mediterranee. Se uno guarda alla lista degli imperatori romani vede imperatori nati nell’odierna Spagna, Algeria, Libia, Siria, Serbia, Libano, Bulgaria, Turchia, Grecia oltre che naturalmente nella penisola italica. Dopo la caduta dell’Impero Romano l’Italia fu il centro del cristianesimo, poi la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento, tutte forme di vita che avevano un’ambizione “universalistica”, ma non nel senso dell’universalismo apolide dell’Illuminismo, bensì come sintesi autonoma di diversità.
Come per gli esseri umani, anche per le nazioni l’identità è solo in parte qualcosa che può essere deciso con un atto volontario. La portata di qualunque decisione deve fare i conti con la propria base materiale e storica. L’identità italiana può definirsi soltanto nel momento in cui le decisioni politiche accolgono la propria realtà geopolitica, che non può essere trattata come una variabile arbitrariamente modificabile, perché non lo è.
Il “destino” geopolitico della penisola italica è dalle origini della storia vincolato ad un ruolo di mediazione politica e sintesi culturale, dove la mediazione non è gattopardismo opportunistico e la sintesi culturale non è l’arlecchinismo dei “melting pot”.
Questo punto dovrebbe essere utilizzato come stella polare per guidare la rotta politica italiana – il giorno in cui ne avesse di nuovo una. Questo punto è rilevante in particolare in una fase storica come la presente, in cui lo slittamento da un orizzonte unipolare a guida americana ad un orizzonte multipolare appare impellente. Chiunque si sia illuso che la vicenda dell’Occidente a guida anglosassone, sfociata in unipolarismo imperialistico, sia stata l’ultima pagina della storia, si sta forzosamente e duramente risvegliando. Blocchi di civiltà legati agli “imperi tellurici” (Cina, Russia, Persia) si stanno ripresentando sulla scena mondiale. Per quanto le aderenze mondiali dell’imperialismo talassocratico di matrice anglosassone siano ancora forti, esse hanno perduto la capacità di controllo fisico e soprattutto hanno perduto l’autorevolezza morale per poter esercitare un potere globale. La svolta è già avvenuta. È indifferente che la si veda come qualcosa di auspicato o di disdicevole. È un processo in corso, evidente e massivo, guidato materialmente dalla massa critica cinese, ma promosso da una visione ideale, una visione ancora confusa, ma che si rifà a posizioni accreditate e condivise. Il “principio di autodeterminazione dei popoli” è sempre stato ammesso come una visione idealmente ineccepibile, salvo venire sistematicamente subordinata nel corso del ‘900 ad altre istanze. È stato a lungo un principio senza forza sufficiente, economica e militare, alle spalle per imporsi, ma oggi questo quadro è cambiato.
In questo nuovo quadro l’Italia si ritrova, sulla scorta degli esiti della seconda guerra mondiale, a giocare una parte che le è profondamente estranea, una parte che le impedisce di percepirsi come dotata di un’identità propria. L’Italia, uscita sconfitta e invasa nel 1945, ha subito un processo di cancellazione culturale sistematica – processo che perdura – in cui siamo divenuti il recipiente delle mode di risulta dell’impero americano. Questo processo di americanizzazione metodica ha sterminato progressivamente la struttura formativa scolastica ed universitaria, la tradizione artistica e musicale, il cinema, la letteratura, e infine anche la stessa struttura produttiva e industriale (la perdita di identità non è solo un fatto “sovrastrutturale”, ma si ripercuote ad ogni livello.)
Sappiamo tutti che l’odierna classe politica, di destra come di sinistra, non ha né l’autonomia né la cultura per immaginare un paese che non sia un’appendice sacrificabile dell’impero americano. Dunque questo non è un appello ad una classe dirigente compromessa ed incapace affinché “cambi rotta”; non lo farà e non saprebbe come fare.
Ma a prescindere da quanto siamo in grado di sperare o di confidare in una nuova generazione politica, resta un dato ineludibile: l’Italia ha una sola posizione consona al proprio destino geopolitico, e questa posizione comporta l’abbandono del suo schieramento “contro natura” come truppa mercenaria dell’impero anglosassone, e la sua ricollocazione in una posizione di mediazione politica e sintesi culturale. E questo significa lavorare per una normalizzazione dei rapporti con la Russia, con l’Iran, con la Cina, con il Medio Oriente, un’accettazione della legittimità di percorsi storici differenti, un’uscita dalle posture belliciste dell’UE e degli USA – che non ci appartengono – e una riconnessione con quel tanto di cultura territoriale, europea e mediterranea non ancora compromessa con la plastificazione a stelle e strisce.
Può ben darsi che questa strada non verrà mai percorsa, che continueremo ad avere classi dirigenti che si venderebbero gli Appennini per un appartamento con vista su Central Park, ceti talmente impoveriti culturalmente da non essere più nemmeno in grado di presagire la ricchezza del retroterra su cui siedono. Se così sarà, diventeremo definitivamente un luogo di villeggiatura per pensionati americani sovrappeso e un popolo di camerieri.
Ma per essere qualcosa di diverso, per riconquistare un’identità fattiva, non ci sono alternative: l’unica scelta funzionale è trovare il modo di ricollocarsi nella posizione che geopolitica, storia e geografia ci hanno consegnato.
“Sappiamo tutti che l’odierna classe politica, di destra come di sinistra, non ha né l’autonomia né la cultura per immaginare un paese che non sia un’appendice sacrificabile dell’impero americano. Dunque questo non è un appello ad una classe dirigente compromessa ed incapace affinché “cambi rotta”; non lo farà e non saprebbe come fare.”
Non c’è altro da aggiungere. Purtroppo i leader politici (tutti) conosco molto bene le tare che affliggono gli elettorati intossicati dalle ideologie e con pochi slogan dati in pasto riescono a perpetuare il disastro che vediamo.
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Ahi ahi ahi
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Cenzura per i punx
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L’Andrea, dopo aver preso diverse cantonate nelle sue letture apocalittiche del presente (dalla terza guerra mondiale imminente alla catastrofe atomica, fino alle fantasie da ritorno al calesse e ai lumi a petrolio)sembra essersi fatto più furbo e prudente. Sta persino iniziando, almeno in parte, a cospargersi il capo di cenere, ammettendo una certa confusione non solo nel quadro storico attuale, ma anche dentro sé stesso e nelle categorie con cui aveva provato a leggerlo:
““È un processo in corso, evidente e massivo, guidato materialmente dalla massa critica cinese, ma promosso da una visione ideale, una visione ancora confusa…”
E infatti si vede che ha cambiato registro, spostandosi su un terreno molto più congeniale alle sue competenze effettive.
Quando affronta temi come identità ( dove eri, tra parentesi, quando il dott. Pipitone provava a parlarne pochi giorni fa?) radicamento storico e critica dell’individualismo arbitrario, riesce effettivamente a produrre intuizioni anche profonde, da professore quale è. Su questo piano il testo non è affatto propaganda superficiale: c’è forza retorica, compattezza narrativa e una struttura ideologica piuttosto solida (sic). È un discorso sofisticato e potenzialmente persuasivo proprio perché intreccia elementi reali, intuizioni filosofiche e semplificazioni ideologche dentro una sintesi molto compatta e seducente.
Il problema nasce quando questa intelaiatura filosofico-identitaria pretende di elevarsi a vera analisi geopolitca. È lì che emergono tutti i limiti del discorso: la lettura diventa fortemente selettiva, deterministicia e spesso apertamente essenzialista. La storia e la geopolitica vengono trattate come se popoli e civiltà possedessero un destino quasi organico, naturale, immutabile, mentre la realtà storica è infinitamente più contraddittoria, dinamica e aperta di quanto lui voglia concedere.
In questo senso il testo risulta molto più convincente come narrazione filosofico-identitaria che non come rigorosa analisi geopolitica. E forse è proprio qui che Zhok, dopo anni di profezie cicliche finite male, ha capito dove puo ancora giocarsi una residua credibilità intellettuale.
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Il lunedì mattina, meglio una colazione leggera.
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se eviti di fare colazione é ancora meglio …
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uh che bella pausacaffè.
@toninobas
mi dispiace ma alla colazione non rinuncio, anzi è il principale motivo per cui sono qui: visto che la mia sguattera personale,la vignettista ufficiale del blog, me ne regala a frotte praticamente tutti i giorni. Sempre sia lodata.
Chiedo scusa, lei che se ne intende, mi può consigliare qualche marca “buona” di attrezzi per il bricolage(cacciaviti,trapani) fatti in Corea del Nord?
La ringraziamo in anticipo per la risposta… io e una 60 persone che lavorano in questo palazzo.
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Nel 2026 l’orologio dell’Apocalisse ha toccato il punto più vicino alla mezzanotte dal 1947! Il record precedente è del 2025. Ovviamente, è Zhok che muove le lancette!
” il destino quasi organico” non ci azecca un fico secco con il discorso che fa Zhok. L’Italia ha una storia che è stata fortemente condizionata dalla sua posizione geografica. I bambini, quando glielo spiegano alle elementari, lo capiscono solitamente senza difficoltà.
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Uh che bella pausa caffè.
@Ursolo Von Flamenco 1967. 11maggio 16.56
Te lo ripeto per l’ennesima volta, e provo a dirtelo nel modo più semplice possibile così magari riesci a capirlo.
A me non interessa ciò che scrivi tu. A te, invece, interessa eccome quello che scrivo io: non riesci a farne a meno.
Sei costretto a leggermi, a subire ciò che dico e la forza delle mie parole.
Ed è perfettamente normale che sia così: io sono DONALDO, quello che comanda; tu sei Ursulo, quello che obbedisce e legge.
Non c’è nulla di sorprendente in tutto questo.
E’ l’ennesima conferma logica e fattuale.
Sei l’emblema dell’italiota medio che, insieme al gregge di cui fa parte, finisce inevitabilmente per meritarsi un’Europa serva,perchè ne sei degno componente e soddisfi tutte le caratteristiche per essere un simbolo “europeo”.
Inutile cercare sul webbe per capire la geopolitica,Basta e avanza osservarvi.
Chi è causa del proprio male, pianga se stesso.
Ciao Ursulo
Buona giornata
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La persona per bene ,colta e saggia che è il prof Zhok, ha centrato il problema che si pone noi davanti ora che il dominio Usa volge al termine. Non importa se ciò avverrà in un decennio o in mezzo secolo ,ma di sicuro siamo alla vigilia di un ” grande reset” che però non avverrà con l’egida , così paventata da tempo , di vecchie conoscenze cosiddette liberaldemocratiche inclini a sotterfugi e inganni complottisti , ma da forze alternative e creatrici di un nuovo paradigma estraneo all’ occidente classico come lo conosciamo e di cui facciamo parte culturalmente in modo ereditario ed incosciente. Il grande paradosso difficile da digerire che ” libero e bello ” sarà sconfitto da ” giusto e vitale per il mondo ” e magari anche meno liberale pe i ricchi e più vivibile per tutti .
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