
(dire.it) – Poi, “Il bunker” di Luca Chianca, con la collaborazione di Alessia Marzi. Oggi nel cuore di via di Porta Latina c’è una delle più importanti proprietà del senatore di Forza Italia e Presidente della Lazio Claudio Lotito. La maggior parte dell’area su cui insiste il complesso immobiliare è vincolata nel rispetto delle mura aureliane che si trovano a pochi metri di distanza. Eppure, stando a una documentata ricostruzione, Report ha scoperto la presenza di alcune anomalie.
Nel frattempo, la Lazio ha iniziato un percorso amministrativo per essere quotata sulla borsa di New York e qualche mese fa ha lanciato l’idea di restaurare lo stadio Flaminio. Ma che sostenibilità finanziaria ha la società del senatore Lotito per lanciarsi in queste operazioni? Perché da quel che Report ha scoperto la Lazio spende molto, e a incidere sui suoi bilanci sarebbero anche le altre società del gruppo Lotito.
Il Fronte del Ni
(Di Marco Travaglio) -Ieri abbiamo aperto il giornale sullo sconquasso che le guerre e il riarmo, misti all’austerità, stanno seminando in tutta Europa. I principali governi si reggono ormai con lo sputo, mentre le opposizioni più radicali fanno il pieno di voti. Una lettura superficiale spiega il travaso di consensi con una voglia di destra estrema (“populista”, “sovranista” e ovviamente “putiniana”). Ma una lettura più attenta segnala che l’unica voglia emergente dalle urne è quella di pace, diritto internazionale, più risorse al welfare, alla sanità, alla scuola, al lavoro: a tutto fuorché al riarmo. Che nessuno riesce a tollerare perché l’Europa non ha nemici in procinto di attaccarla (a parte quelli che, di volta in volta, ci impongono i presunti amici yankee, per fortuna sempre più distanti). E il riarmo dei singoli Stati, specie di quelli storicamente più russofobi come Germania, Polonia, Baltici e ovviamente Ucraina, è visto come un ostacolo alla cooperazione con Mosca e come un fattore destabilizzante della pace e della sicurezza, oltreché come un folle sperpero. Se questo sentimento lo intercettano i destri (Farage, Le Pen, Afd), gli elettori premiano i destri. Se lo intercettano i progressisti (Mélenchon in Francia, 5Stelle e Avs in Italia), premiano i progressisti.
Il caso dell’Italia, unico Paese fondatore dell’Ue governato dalle destre, è interessante perché a pagare il prezzo delle guerre, del riarmo e dell’austerità sono proprio le destre, che hanno reciso le proprie radici per imbarcarsi nella commissione Von der Leyen con tutti i vecchi partiti al tramonto (Ppe, Pse e Libdem), firmando il Patto di Stabilità, il Rearm Eu, il 5% di Pil alla Nato (mentre la Spagna di Sánchez non va oltre il 2%), 20 pacchetti di sanzioni a Mosca e zero a Israele. Infatti chi ne soffre, a destra, si butta su Vannacci. Se il fronte progressista fatica ad approfittarne e cresce meno di quanto dovrebbe, non è perché gli manchi una Salis o l’ennesimo partito di centro, ma per il motivo opposto: perché il Pd, primo partito d’opposizione, è una zavorra per la coalizione che dovrebbe battere le destre. Ha una segretaria, la Schlein, con una storia pacifista e anti-austerità che lo tiene sopra il 20%. Ma poi, quando vota in Italia e in Europa sulle questioni decisive, va sempre nella direzione opposta (la stessa delle destre): armi a Kiev, spese militari, Patto di Stabilità. E, oltre a essere poco appetibile, rende poco credibili anche i potenziali alleati. Infatti M5S e Avs si sentono ripetere: siete radicali al punto giusto, ma quando vi metterete col Pd dovrete annacquarvi, quindi non ci fidiamo. Il referendum insegna che, per portare alle urne i giovani e un po’ di astenuti, servono scelte nette. Gli italiani chiedono dei Sì e dei No, senza se e senza ma. Non dei Ni e dei “ma anche”.
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