Volete indignarvi per i privilegi dei parlamentari? Quardate alla cosiddetta “doppia pensione”

(Edmondo Rho – espresso.repubblica.it) – A Ferragosto ha fatto molto scandalo il bonus Covid per le partite Iva riscosso da 3 parlamentari (due leghisti e un pentastellato) su 945 eletti: certo, scandaloso, ma in questo caso la percentuale di “furbetti” è davvero bassa. Strano invece sia spesso ignorata la cosiddetta “doppia pensione” cui hanno diritto parlamentari e consiglieri regionali che, essendo lavoratori dipendenti, dopo l’elezione si mettono in aspettativa dal loro impiego: un tema che, evidentemente, riguarda molte più persone.

Sia chiaro: la “doppia pensione” dei parlamentari, esiste da mezzo secolo, ovvero dall’approvazione della legge n. 300 del 1970, lo Statuto dei lavoratori. Il cui articolo 31 (mai abrogato) prevede la tutela previdenziale dei lavoratori dipendenti in aspettativa per alcuni incarichi politici, con la conservazione del posto di lavoro e il versamento dei contributi figurativi per avere poi la pensione.

A partire dal 2000 c’è stata una variante: i parlamentari e i consiglieri regionali devono pagare la loro quota di contributi (il 9,19 per cento a carico dei lavoratori) per avere diritto a quelli figurativi (che sono pari al doppio) a carico dell’ente previdenziale, cioè a spese della collettività.

La norma voleva tutelare, giustamente, chi lascia il proprio lavoro per entrare in un’assemblea politica elettiva. Ma l’articolo 31 dello Statuto dei lavoratori si aggiunge al vitalizio, istituito fin dal 1956 per deputati e senatori, che non è, giuridicamente, una pensione.

E nulla è cambiato dal 2012, quando per i vitalizi dei nuovi eletti alla Camera e al Senato si è modificato il sistema di calcolo, passando dal metodo retributivo a quello contributivo. «Quella che oggi si chiama pensione contributiva dei parlamentari ha una funzione di garanzia del ruolo particolare che ricopre chi è eletto in Parlamento, come previsto dalla Costituzione», dice Antonello Falomi, presidente dell’Associazione ex parlamentari. Quindi la pensione da eletto si assomma a quella da lavoratore dipendente? «Sì, ed è una giusta incentivazione dello Stato a svolgere un’attività pubblica», sostiene Falomi.

Ma questa norma può essere rivista? «Secondo me i parlamentari durante il loro mandato dovrebbero versare i contributi all’Inps o alla cassa professionale cui sono iscritti, e avere le stesse regole e gli stessi trattamenti di tutti gli altri lavoratori», dice Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil.

Anche l’esperto previdenziale Giuliano Cazzola (ex parlamentare e, prima ancora, per quasi trent’anni dirigente della Cgil, fino al 1993) sostiene che «avere una doppia pensione non è illegittimo, I contributi figurativi a carico della collettività sono una valutazione della legge del 1970 che a suo tempo riconosceva una funzione sociale, e oggi può essere rivista». Però va anche detto che Cazzola già nel 2010, quand’era deputato, aveva proposto che i parlamentari venissero iscritti alla gestione separata dell’Inps: un’idea caduta nel vuoto.

Secondo Cazzola, «oggi i veri privilegiati, più che i parlamentari, sono i sindacalisti, gli unici che hanno mantenuto inalterate le regole dello Statuto dei lavoratori di 50 anni fa: per il dipendente in aspettativa, il sindacato non versa l’intera contribuzione sociale, che è considerata figurativa e quindi a carico di noi tutti».

Mentre, come detto, parlamentari e consiglieri regionali devono pagare la quota di contributi a carico dei lavoratori. Inoltre, l’ex parlamentare ed ex sindacalista Cgil aggiunge un particolare importante: questa regola più favorevole vale per tutti i «sindacati considerati rappresentativi, perché firmatari dei contratti collettivi applicati in azienda. Si spiega così il proliferare di sigle sindacali nei settori del pubblico impiego e dei servizi: conquistare un “posto a tavola” (dove si stipulano i contratti) significa poi aver accesso al “tesoretto” del distacco o dell’aspettativa a favore dei loro attivisti».

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