Da Bozzi alla Iotti a Renzi: quelli che il taglio era bello

(di Wanda Marra – Il Fatto Quotidiano) – Da decenni il sistema politico e istituzionale italiano riflette su come tagliare il numero dei parlamentari. Eppure, nonostante lo sforzo continuo e reiterato di Bicamerali, singoli schieramenti e gruppi di tecnici, il progetto è sempre fallito. Ora il 20 e 21 settembre si vota il referendum confermativo per di ridurre di circa un terzo il numero dei parlamentari. Alla Camera da 630 a 400 e al Senato da 315 a 200.

Il dibattito è entrato nel vivo: con il fronte del No sono schierati molti costituzionalisti.

Un excursus sui precedenti lo fa Carlo Fusaro (costituzionalista del Sì per Renzi, che dirà Sì anche stavolta) nel suo memorandum. La Commissione Bicamerale Bozzi prevedeva un taglio variabile, da 945 parlamentari a circa 720 (480 Camera, 240 Senato); la seconda Bicamerale (De Mita-Iotti, 1992-1994) ipotizzò un ridimensionamento simile all’attuale (400 Camera, 200 Senato). Ripreso più o meno negli stessi termini dalla terza Bicamerale (la D’Alema: 400-500 deputati e 200 senatori). Nel 2005 il Parlamento, dominato dal centrodestra approvò una riduzione minore, con un totale di 760 componenti (518 + 252), che poi non passò con il referendum. Anche nel 2007, la Commissione Affari costituzionali della Camera ipotizzò una Camera da 512 componenti e un Senato da 186 (la bozza Violante); poi, il Senato nel 2012 varò una riduzione a 758 (Camera 508, Senato 250) senza seguito. Infine, nella penultima legislatura, i saggi di Napolitano suggerirono una Camera da 450- 480 e un Senato da 150/200. Mentre la riforma Renzi (bocciata con il referendum del 2016) prevedeva 630 deputati e 100 senatori di cui 95 eletti fra i consiglieri regionali.

A cosa si devono le alzate di scudi? Emanuele Rossi, professore della Scuola di Sant’Anna che ha curato un volume “Meno parlamentari, più democrazia?”, con le ragioni del sì e del no, scrive nel suo intervento, come nessuna di quelle proposte si limitava al taglio, ma la riduzione si accompagnava “o a una differenziazione delle funzioni tra i due rami del Parlamento oppure a una revisione dei criteri di composizione della seconda Camera”. Dettaglia così Carlo Di Marco, costituzionalista a Teramo: “Questo progetto di revisione costituzionale è avulso dalla visione d’insieme. Gli altri avevano la riduzione dei parlamentari, ma in un quadro complesso e organico. Per quanto fossero anche essi discutibili”.

Qualche esempio: la riforma Bozzi prevedeva una nuova organizzazione del bicameralismo, con la funzione legislativa affidata prevalentemente alla Camera. La Iotti-De Mita – oltre a un’ampia riforma del rapporto Stato-Regioni – prevedeva una forma di governo con investitura del premier direttamente dalle Camere e la sfiducia costruttiva. La Bicamerale di D’Alema ipotizzava l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e un forte cambiamento del Rapporto Stato-Regioni. La riforma Berlusconi aveva vari elementi che collegavano il bicameralismo riformato con il ruolo preminente del governo e un premierato forte. Quella di Renzi interveniva sul bicameralismo perfetto, con un Senato sbandierato per “regionale”. Entrambe cambiavano i criteri dell’elezione al Colle. Da notare che nel 2008 il Pd del Senato presentò un disegno di legge costituzionale con il solo taglio dei parlamentari (a 400 deputati e 200 senatori).
Dice Stefano Ceccanti, costituzionalista, deputato dem: “Prima ci sono state riforme più organiche che collegavano riduzione dei parlamentari e riforma del bicameralismo ed erano criticate, secondo me a torto, perché troppo ampie, ora ce n’è una chirurgica, che si limita al solo numero ed alcuni, talora gli stessi, dicono che è troppo poco. Ma lo status quo è indifendibile. Meglio votare sì per aprire la breccia anche ad altre riforme”. Come dire: da qualche parte bisogna cominciare.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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