(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Nella pochade del compianto giudice Amedeo Franco, che prima condanna B. a 4 anni per frode fiscale insieme a quattro colleghi della sezione Feriale della Cassazione, poi firma tutte e 208 le pagine delle motivazioni, infine va a casa del suo condannato a dirgli che lui non voleva ma fu costretto dai quattro cattivoni del ā€œplotone di esecuzione pilotato da molto in altoā€, irrompe un nuovo personaggio da vaudeville francese: Giuseppe Moesch.

L’ha scovato, o ne ĆØ stato scovato, Alessandro Sallusti che l’ha intervistato sul Giornale presentandolo come ā€œamico fraterno di Franco, professore di Economia applicata, vasta esperienza all’esteroā€, giĆ  ā€œnella squadra di giovani talenti che affiancava Giovanni Spadolini presidente del Consiglioā€. Gli manca solo il Nobel. Dell’unica novitĆ  emersa negli ultimi giorni – i tentativi di Franco di registrare i colloqui in camera di consiglio, per legge segretissimi – dice: ā€œMai saputo nullaā€. Dunque l’intervista dovrebbe chiudersi qui, invece qui comincia e prosegue per ben due pagine. Uno spasso. Moesch nulla sa del registratore attivato da ā€œDediā€, ma non ha dubbi che ā€œse Dedi l’ha fatto ĆØ la prova di quanto fosse turbato per trovarsi coinvolto in un plotone di esecuzioneā€.

CioĆØ: siccome era turbato, violò la legge mentre giudicava gli altri. E mica solo per quello: lā€™ā€œamico fraternoā€, pensando di far cosa gradita, gli attribuisce una seconda scorrettezza: ā€œben prima del suo coinvolgimento diretto nel processo, essendo un grande esperto di questioni tributarie, si era fatto l’idea che non ci fossero i presupposti per una condanna, cosa del resto poi confermata da una sentenza del tribunale civile di Milanoā€. Naturalmente la sentenza civile dice tutt’altro (tratta di diritti Mediatrade e non Mediaset, cioĆØ fatti diversi e successivi), e comunque una sentenza di primo grado, per giunta civile, non può cancellarne una penale e definitiva della Cassazione conforme a ben due giudizi di merito. Ma soprattutto: se Franco, prima del processo, ā€œsi era fatto l’ideaā€ che andasse assolto e per giunta l’aveva confidato all’amico anticipando il giudizio, doveva astenersi dal processo. Art. 36 Codice di procedura penale: ā€œIl giudice ha l’obbligo di astenersi… se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull’oggetto del procedimento fuori dell’esercizio delle funzioni giudiziarieā€. Invece, sebbene fosse dichiaratamente prevenuto, restò addirittura come relatore.

Ma più l’amico fraterno tenta di riabilitarlo e più lo sputtana. Infatti rivela una terza grave infrazione: prima di spifferare i segreti della camera di consiglio al suo condannato B. (quarta scorrettezza), Dedi li spiattellò a lui. Addirittura prima della sentenza, fra un’udienza e l’altra: ā€œDa subito mi aveva confidato il dissenso con gli altri magistrati del collegio, che sembravano prevenuti, come se la sentenza fosse giĆ  decisa primaā€. Ma l’unico che l’aveva giĆ  decisa prima era lui: sognava di far parte di un plotone di assoluzione, ma gli andò buca. Gli confidò anche che ā€œnon c’era motivo di accelerare il giudizio della Cassazione incardinando il fascicolo nella sessione feriale di agosto invece che in quella naturale in autunno. Da subito gli sembrò una forzatura sospettaā€. Talmente sospetta che, a spedire d’urgenza il fascicolo su B. alla Feriale, di cui faceva parte anche Franco, per l’imminente prescrizione, era stata la III sezione, di cui uno dei presidenti era Franco.

Resta il mistero del perchĆ©, se era cosƬ innocentista, non verbalizzò il suo dissenso (come prevede la legge) in busta chiusa allegata alla sentenza, che invece firmò pagina per pagina insieme ai quattro del plotone di esecuzione. Ma qui Moesch si supera: ā€œIo gli consigliavo di fare una relazione di minoranza (testuale, ndr) o di non firmareā€, ma lui ā€œera prigioniero della sua rigiditĆ ā€, della ā€œragione di Statoā€, del ā€œsenso del dovereā€. Un po’ come ā€œla protagonista del romanzo La scelta di Sophie, la donna che rinchiusa in un campo di concentramento ha la possibilitĆ  di salvare solo uno dei figli, ma non riesce a decidere quale e questa maledizione la perseguiterĆ  per tutta la vitaā€. Pare di vederlo, il povero ostaggio Dedi, scheletrito, emaciato, piegato e piagato dal lungo digiuno nelle segrete del Palazzaccio e dalle sevizie inflitte dai quattro colleghi-aguzzini armati di elettrodi, acqua e sale e mazze ferrate, che firma con mano malferma le 208 pagine per porre fine ai patimenti e ottenere un bicchier d’acqua.

Ecco perchĆ© poi andò da B. a scusarsi: ā€œvenne fuori la sua anima cattolica e liberaleā€ e lo spinse a ā€œliberarsi di questo pesoā€, a ā€œespiare il peccatoā€ e a ā€œconfessarsi dalla vittimaā€ (i cattolici si confessano dal prete, ma fa lo stesso). Forse accecato dalle lacrime e obnubilato dallo strazio, l’amico fraterno dimentica un dettaglio: a portare il giudice dal suo condannato B. non fu il rimorso, ma l’amico e collega Cosimo Ferri, ex capo di MI, ex membro del Csm, allora sottosegretario alla Giustizia del governo Letta per Forza Italia. Un accompagnatore davvero bizzarro per un giudice che – giura Moesh – ā€œera profondamente disgustatoā€ dalla ā€œgiustizia politicizzataā€ e ā€œirritato e sofferente per la politicizzazione del Csmā€. Fossimo nei famigliari di Dedi, rivolgeremmo una preghiera agli amici fraterni: ā€œGrazie del pensiero, ma d’ora in poi astenetevi da ulteriori riabilitazioni: come se avessimo accettatoā€.