La sai l’ultima?

Fuoco all’autovelox, gobbe e coltelli, terribili problemi con i monopattini, le pulsioni di Arisa, un uncinetto gigante e un legale in mutande.

(di Tommaso Rodano – Il Fatto Quotidiano) – Svizzera. Prende la multa in autostrada e lancia una molotov sull’autovelox.

Fuoco all’autovelox. È la reazione composta e nient’affatto impulsiva di un automobilista colto in flagrante per eccesso di velocità sull’Autostrada A2 di Grancia, in Svizzera, nei pressi di Pazzallo, una piccola frazione di Lugano. Il lord al volante è stato colto da un impercettibile attacco d’ira dopo aver visto lampeggiare il flash dell’autovelox (la foto era scattata inequivocabilmente alla targa della sua macchina). È sceso dall’auto, ha fabbricato in perfetta solitudine una bomba molotov (a meno che non la portasse già con sé, e non sappiamo quale sia l’ipotesi più inquietante), è tornato sul luogo del delitto e ha lanciato la bottiglia esplosiva contro il povero autovelox. Missione compiuta: l’apparecchio ha preso fuoco subito e in modo abbondante. Il gioviale pilota incendiario ora ovviamente rischia grosso: come riporta il sito automoto.it, le autorità elvetiche stanno indagando per risalire alla sua identità. Forse valeva la pena pagare la multa.

Capo d’Orlando. La signora che chiede l’elemosina ha una gobba finta e un coltello a serramanico di 6 cm.

Che simpatica signora, con la gobba finta e il coltello in tasca. Una donna di 54 anni senza fissa dimora è stata denunciata a Capo d’Orlando per accattonaggio molesto e porto d’armi e oggetti atti ad offendere. Sulla povertà e sulla disperazione non si fa ironia, ma in questo caso la signora ha veramente esagerato. Come racconta Adnkronos, teneva un cuscino nascosto sotto i vestiti per simulare una gobba e racimolare qualche soldo in più puntando sulla compassione. E fin qui – per quanto sia riprovevole simulare una deformità fisica – niente di che. Ma oltre alla gobba finta, la gentildonna nascondeva nel vestito anche un coltellino affilato con una lama lunga 6 centimetri e mezzo. E questo non è cortese. È stata fermata nelle vie del centro mentre chiedeva l’elemosina ai passanti “con modalità vessatorie”. Condotta in commissariato, se non altro ha ritrovato rapidamente una postura corretta.

Rimini. Medico in monopattino investito dall’ambulanza che aveva appena soccorso un altro ragazzo in monopattino.

Sembra un quadro di Escher:non si capisce dove comincia e dove finisce. C’è un ragazzo in monopattino che fa un incidente, allora arriva un ambulanza a soccorrerlo, ma travolge un altro ragazzo in monopattino (e allora arriva un’altra ambulanza e… potrebbe andare avanti così in eterno). Ce lo racconta ancora Adnkronos: “Incidente in monopattino per un giovane medico in vacanza a Rimini che si è scontrato contro un’ambulanza che prestava servizio ad un ragazzo caduto da un monopattino”. Pare una barzelletta. Per somma beffa, il medico alla guida del secondo monopattino era ubriaco: “Gli agenti della Polizia locale, intervenuti su segnalazione dei sanitari, hanno riscontrato al giovane medico un tasso alcolemico di 1,86g/l, ovvero quasi il quadruplo del limite consentito dal Codice della Strada, che disciplina anche l’utilizzo dei mezzi elettrici su due ruote, tra cui rientrano anche i monopattini elettrici”. Non ne usciremo mai.

Il titolo della settimana. La Stampa: “Assume farmaco contro la calvizie e rimane impotente, il caso in procura”.

Per la preziosa rubrica “Il titolo della settimana”, questa volta raccogliamo una struggente testimonianza dalle colonne della Stampa, che ci racconta la storia piena di amarezza di un uomo che voleva risolvere un problema di capelli e si è ritrovato con un problema infinitamente più grande. Il titolo è davvero di livello: “Assume un farmaco contro la calvizie e rimane impotente, il caso in procura”. Uno potrebbe anche sorridere, ma dentro questa notizia ci sono un sacco di drammi. Quello dell’uomo, evidentemente, che “per otto anni ha assunto un farmaco contro la caduta dei capelli ed è rimasto impotente”. Ma pure quello della procura, che ha preso molto sul serio questa triste storia di capelli e disfunzioni erettili, ed ha aperto una monumentale indagine contro la casa farmaceutica. E infine ci sono i piccoli drammi del giornale che riporta la notizia, e del giornalista del Fatto che la infila in una rubrichetta satirica.

Sincerità. Arisa ci teneva a condividere con i suoi fan questa informazione: “Rutto, scorreggio e amo il sole”.

Da qualche giorno l’industria musicale italiana è scossa. La simpatica cantante Arisa, già vincitrice del festival di Sanremo, riteneva importante farci sapere con un post su Instagram che lei è spontanea, tanto spontanea. “Rutto, scorreggio e amo il sole”, ci comunica l’estrosa artista. Insomma Arisa è una di noi, il successo non le ha dato alla testa: è una donna come le altre (chissà che razza di donne frequenta Arisa, sinceramente non vogliamo nemmeno investigare). Però funziona: Rosalba Pippa – questo il suo nome all’anagrafe – ha costruito tutta una carriera sull’immagine eccentrica e naif; spontaneità, sinceritààà, occhialoni da nerd, ostentate crisi di nervi e sceneggiate alcoliche a X Factor. Alla gente piace, i giornali ne scrivono. Arisa voleva solo raccontare qualcosa di sé. Magari poteva essere altro, che so: “Rido, leggo le poesie e mi piacciono i gatti”. Oppure “gioco a sudoku, cucino la parmigiana di melanzane e apprezzo la letteratura postmoderna”. Invece no: lei rutta, scorreggia e ama il sole. E vabbè.

Uncinetto anti-Covid. In Trentino un gruppo di signore lavora a maglia una coperta di 115 metri quadrati.

Alla faccia dell’uncinetto: in Trentino una comunità di allegre signore locali ha lavorato a maglia una coperta di 115 metri quadrati. Non è l’ennesima boiata da guinness dei primati ma al contrario un’iniziativa nobile e romantica: la coperta è stata realizzata per abbracciare idealmente tutte le persone che hanno sofferto la solitudine, l’isolamento o la malattia durante i mesi del lockdown per l’emergenza sanitaria. A lavorare questo gigantesco gomitolo di lana sono state le donne trentine raccolte nell’associazione Vip (Vispe in pensione) di Tuenno. L’idea – racconta l’Ansa – è nata quasi per gioco: è bastato un giro di telefonate tra le dieci signore del paese trentino e subito è partito il progetto, chiamato “Il filo che ci unisce”. Alla fine sono state coinvolte donne di diversi paesi della provincia. Sia scafate nonne, depositarie da sempre dell’arte dei ferretti, che giovani mamme neofite erudite su YouTube. “Questo filo – dicono le Vip – ci ha unito e fatto compagnia, consentendoci di affrontare con spirito diverso le settimane della segregazione”.

Messico. L’udienza su Zoom finisce malissimo: l’avvocato sotto la camicia non porta i pantaloni.

Con lo smartworking bisogna andarci piano. Da ogni angolo del mondo continuano a fioccare notizie e testimonianze di situazioni ignobili che capitano in video-conferenza, quando qualcuno dei convocati è convinto di non essere visto dal resto della platea. Bisognerebbe usare un po’ di attenzione e cautela. Quelle che sono clamorosamente venute meno a un avvocato messicano del tribunale di Tamaulipas, il quale si è presentato in udienza, letteralmente, in mutande. La seduta si svolgeva online a causa dell’emergenza Covid. Il nostro eroe, come nelle migliori tradizioni, si presentava in video con un’inquadratura a mezzo busto. Sopra indossava un’elegante camicia, ma sotto il tavolo – teoricamente al riparo da sguardi indiscreti – non c’era nulla. Tutto è filato liscio fino a quando l’avvocato non si è dovuto alzare dalla sedia. La mise del Saul Goodman messicano non è sfuggita alla giudice Maria del Carmen Cruz Marquina, che lo ha cazziato in diretta, senza pietà: “Avvocato, lei è senza pantaloni. Questa è un’udienza”.

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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