La storia di M., 17 anni, impiccatosi per un brutto voto nella scuola a distanza

(Selvaggia Lucarelli – tpi.it) – Aveva 17 anni, ne avrebbe compiuti 18 ad ottobre. Non si sa mai da dove partire nel raccontare un suicidio, soprattutto quando a scegliere di non esistere più è un ragazzo la cui esistenza nuota nella normalità. Quella apparente, almeno. Quella fatta di genitori affettuosi e presenti, di un fratellino amatissimo, e poi il liceo scientifico, gli amici, l’amore per il basso. Certo, M. aveva affrontato qualche cambiamento, negli ultimi tempi: un anno e mezzo fa, dal Varesotto, si era trasferito con la sua famiglia ad Ancona, in una bella casa di campagna. Aveva cambiato scuola e amici, ma non pareva averne risentito troppo.

Poi era arrivato il Coronavirus, il lockdown, la scuola online. M., che a scuola era sempre andato bene, a fine aprile ha iniziato ad avere qualche problema. La mattina si collegava sì al computer, ma per giocare ai videogiochi. Non seguiva più le lezioni, non aveva più voglia di studiare. Finché la scuola, un giorno, ha chiamato a casa: “Vostro figlio non si collega alla scuola da 15 giorni”. I genitori lo avevano rimproverato, senza drammi.

Il dramma, all’insaputa di tutti, si stava consumando dove nessuno può vedere: nell’emotività di un ragazzo di 17 anni che non voleva deludere nessuno, che forse non sapeva perdonarsi un inciampo o un sorriso in meno sul volto di chi gli voleva bene. M. era tornato a frequentare le lezioni online, era stato interrogato, aveva preso un brutto voto. Poi quella decisione che nessuno poteva immaginare: la notte tra il 19 e il 20 maggio ha appeso una corda alla trave della sua cameretta in cui dormiva col fratellino di 9 anni e alle 2 e mezzo di notte si è tolto la vita. Lo ha trovato così, il piccolo della famiglia, nel cuore della notte.

La nonna di M., Anna, 73 anni, è sopraffatta dal dolore: “Mio nipote era un ragazzo meraviglioso. Era timido, sensibile, con sentimenti d’altri tempi. Rispettoso del volere dei genitori, se al ristorante voleva una birra chiedeva al papà, e se il papà gli diceva no, beveva la Coca Cola”. La signora Anna racconta che la scuola online ha, secondo lei, creato un corto circuito: “M. era reduce da un quadrimestre bellissimo, aveva avuto dei bei voti: 8 in inglese, 8 e mezzo in filosofia, faceva corsi il pomeriggio sia di inglese che di musica. Solo che non poteva essere maestro di se stesso, aveva bisogno di una guida a scuola, si alzava la mattina faceva colazione, poi queste lezioni in cui i ragazzi non posso essere seguiti davvero. Per due settimane non si era collegato ed era stato scoperto con quella telefonata, a quel punto era stato interrogato e aveva preso 4. Non ho capito perché interrogarlo se tanto già era ovvio che non avesse studiato. Si è sentito sicuramente umiliato. Poi tutta la classe ha preso 3 perché gli insegnanti hanno scoperto che copiavano i compiti. Ma io dico: non era meglio abolire i voti? Tanto i ragazzi trovano il modo per copiare o ingannare gli insegnanti, basta un amico o un genitore che si mette davanti al computer con un cartello mentre il professore fa le domande. Bastava un giudizio finale e invece no, questi voti senza senso”.

Prova molta rabbia, la signora Anna: “Io avevo un rapporto speciale con M., il 17 mi ha telefonato, mi ha detto: ‘Nonna, non uscire con questo virus mi raccomando. Devi essere forte’. Non avevo capito che mi stava salutando. Aveva progettato tutto, due sere dopo alle due e mezza di notte si è tolto la vita in quel modo. Io per lui ero ‘nonna Nanna’. Ora provo solo tanta rabbia, siamo divorati dai sensi di colpa. Mio nipote è sotto terra, io per tre giorni non ho avuto voce perché ho urlato così tanto che mi si sono consumate le corde vocali”.

Poi la signora Anna racconta il suo rifiuto iniziale di capire cosa fosse accaduto: “Il 20 mi ha telefonato mio figlio: ‘M. è ricoverato all’ospedale di Ancona per blocco respiratorio’, mi ha detto. Ho pensato che il Coronavirus non potesse essere, era a casa da tre mesi. In un’ora ho preso la macchina, io vivo in Puglia, e sono partita per le Marche. Continuavo a chiamare il pronto soccorso di Ancona, chiedevo di mio nipote, ma mi dicevano che non era lì. Dopo 40 minuti la signorina, con una voce strana, mi ha detto: ‘Qui non è passato suo nipote’. Io non capivo. Ho risposto: ‘Ma io sto passando di regione in regione col lockdown, se mi fermano i carabinieri cosa dico?’. Allora lei mi ha risposto: ‘Dica di chiamare il pronto soccorso di Torrette e noi diremo che è qui ma non lo troviamo’. Niente. Io non ho capito, la mia mente non voleva capire. Quando sono arrivata, mio figlio mi è venuto incontro sul viale perché in casa c’era il bimbo piccolo e mi ha detto: ‘M. non c’è più’. E io anche lì non realizzavo. Pensavo fosse scappato di casa. Mio figlio mi ha dovuto dire ‘È morto’. Le perifrasi non le capivo. La mia mente non voleva accettare quella verità. Aveva lasciato un biglietto con scritto qualcosa come ‘Non servo a niente’”.

Infine, Anna ci tiene a sottolineare che suo nipote era un ragazzo normale, che non c’erano problemi pregressi di una qualche rilevanza: “L’anno scorso una volta non era andato a scuola, ma nulla di che. Poteva avere una vita meravigliosa, era solo timido, aveva un mondo di emozioni che forse non sapeva ancora controllare, sarebbe maturato, ma non era un marziano. Quando sono stata a casa sua, dopo la tragedia, mi sono messa nel suo letto, ho sentito le sue lenzuola, ho guardato quella trave per scorgere un segno, ma non c’era, era tutto così normale. Erano normali i suoi diari, c’erano tanti disegni, lui disegnava benissimo ed era bellissimo, anche con quei capelli lunghi che aveva tagliato da un po’. I professori, i compagni erano tutti al suo funerale, una ragazza che gli era molto amica ha scritto una lettera, l’ha letta sull’altare. Il prete ha suonato le campane a festa, ha detto: ‘Aveva 17 anni, io di suonare le campane a morto non me la sento’. Ora io non ho neanche più voglia di vivere, vedo il mare, questo mare meraviglioso, azzurrissimo, qui in Puglia in questi giorni e penso che lui non lo potrà più vedere. Per qualche brutto voto, dato attraverso un computer. Che senso ha?”.

4 replies

  1. Che senso ha pubblicare un pezzo così? Perchè l’autrice è mamma e si sente coinvolta? Per provocare un senso di desolazione ed impotenza? Per solidarietà? E’ un dolore privato, famigliare. Ha telefonato la nonna o è stata lei a contattarla? molta perplessità sul senso del pezzo.

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  2. Forse sarebbe stato il caso di incidere sulla fragilità della natura umana e su un sistema sociale che cresce marcando fortemente le distanze tra le persone, distanze che a volte possono o sembrano infinite, parafrasando Guccini, in un sistema egoista le nature fragili possono spezzarsi a qualsiasi altezza del percorso. Inoltre l’edonismo si fa verbo in un mondo che tende a ruotare attorno a singoli, sempre più potenti e sempre più arroganti, allentando, in modo disarmante, sia la spinta sociale che la socialità stessa, che si presenta a volte mascherata e indotta da valori risibili e effimeri o a volte, è una socialità assente con dinamiche anche brutali e/o cattive .
    Chi sente la cattiveria in modo particolarmente acuto non può vivere bene…
    Il pezzo giornalistico è uno scoop, come per tantissimi altri episodi simili o diversi dove il giornalista si fa interprete delle vicende, è accaduto ieri, accade oggi, accadrà domani.

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  3. Anche io non capisco il senso dell’articolo, cioè se l’obiettivo è raccontare una storia, una vita va anche bene, ma quell’allusione ripetuta al voto, all’interrogazione aprono ad altri scenari. Davvero si inquadra con questa facilità la ragione per cui una persona si suicida? Se il 4 lo avesse preso alla cattedra e poi si fosse tolto la vita la motivazione sarebbe stata comprensibile? Se ci si approccia a storie di questo tipo lo si deve fare in altro modo, non si può semplificare tutto.

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  4. Il senso che personalmente do a questa storia è che il progresso non può e non deve assolutamente privarci dei rapporti umani che ci riempiono la vita attraverso il contatto quotidiano con gli altri. Purtroppo la tecnologia ci sta portando ad un isolamento umano quasi totale, nella illusione che virtualità e realtà siano la stessa cosa. Un abbraccio alla famiglia del ragazzo.

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