La fase 2: questo sì, questo no

Le regole per il mare, i cantieri, le industrie. Governo e task force ancora al lavoro per la ripresa: oggi nuova riunione, poi l’annuncio di Conte entro martedì

(di Luca De Carolis e Ilaria Proietti – Il Fatto Quotidiano) – Aveva promesso di chiudere entro oggi, ma ci sono ancora troppi tasselli da definire. Domani, al più martedì, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncerà in conferenza stampa contorni e dettagli del nuovo Dpcm con cui avviare la fase 2 del lockdown, la serrata per il coronavirus. In giornata è prevista la riunione della cabina di regia, quella che vede (metaforicamente) seduti al tavolo Conte e i ministri con rappresentanti delle Regioni e dei Comuni. Ma tra oggi e domani il premier dovrà fare un punto anche con i capidelegazioni dei partiti. E trovare una quadra tra le varie parti non sarà semplicissimo. Anche perché c’è da frenare la voglia di molte Regioni di riaprire il più possibile, a cui continua a fare argine per primo il ministro della Salute, Roberto Speranza, il più preoccupato dalle possibili conseguenze di un allentamento eccessivo. Mentre dall’altra parte c’è la spinta delle imprese e di alcuni ministri per riaprire il prima possibile almeno alcune filiere produttive. Ma il premier vuole parlare al Paese solo quando avrà tutto il quadro completo. Perché ora non si può sbagliare.

Chi abita al mare o in riva a un fiume da ieri ha un motivo in più per ritenersi fortunato. Perché sul sito della presidenza del Consiglio è stato chiarito che tra le attività motorie consentite in prossimità del proprio domicilio non ci sono solo la corsetta o la passeggiatina per portare a spasso il cane o per assicurare il diritto all’ora d’aria ai bimbi. Ma anche farsi una nuotata, ancorché da soli e mantenendo la distanza di un metro da altri che abbiano avuto la stessa idea. Questo perché le rive e le coste, a meno di specifici divieti più stringenti imposti su base locale, non sono considerate luoghi chiusi al pubblico come lo sono ancora parchi, aree verdi urbane, e anche gli stabilimenti balneari, in cui permane il blocco all’ingresso e la circolazione.
Ma c’è ancora molto da definire sulle modalità della Fase 2 dell’emergenza Coronavirus, quella che dal 4 maggio segnerà la fine della quarantena più stretta in cui sono consentite solo le uscite strettamente necessarie e debitamente autocertificate, come fare la spesa, comprare il giornale o andare al lavoro nelle aziende funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività essenziali o di rilevanza strategica per l’economia nazionale. E non sono poche se si pensa che al 24 aprile sono state 192.443 le imprese che hanno comunicato alle prefetture italiane di aver mantenuto aperti i battenti nonostante il lockdown: il 23% di queste comunicazioni riguardano imprese della Lombardia, seguite da quelle del Veneto (16,4%) e dell’Emilia-Romagna (16,4%). Ora sta a Conte stabilire non solo cosa potranno fare i cittadini e cosa no a partire dal prossimo 4 maggio (l’allentamento della morsa dovrebbe consentire le visite a parenti e amici, ma sempre con tutte le cautele del caso). Ma anche quali altre attività produttive potranno riprendere, già in settimana. Di certo il ministro della Cultura Franceschini ha già annunciato per il 18 maggio la riapertura dei musei. Nel corso del vertice di venerdì tra il governo e i capi delegazione dei partiti di maggioranza si è convenuto sulla necessità di consentire da subito la possibilità per i parenti più stretti di partecipare ai funerali delle vittime del Covid-19, ma anche sulla opportunità di presentare agli italiani una serie di date ravvicinate a cui legare la graduale ripresa che è “sperimentale”, come ha chiarito anche la task force presieduta da Vittorio Colao.
Il manager ha indicato nella manifattura, nelle costruzioni e nei servizi i primi tre settori che potrebbero ripartire in base al rischio di esposizione al contagio come peraltro già evidenziato nel documento tecnico dell’Inail sulle classi di rischio e di aggregazione sociale. Non a caso è stato siglato un protocollo specifico tra il ministero delle Infrastrutture e gli enti locali sul via libera alla riapertura dei cantieri che intervengono sull’assetto idrogeologico, sull’edilizia scolastica, l’edilizia carceraria e l’edilizia residenziale pubblica anche prima del 4 maggio, sempre ovviamente che possano essere garantite le condizioni di sicurezza.

No

Certo, i numeri raccontano che il virus fa un po’ meno paura. Ma le limitazioni e i divieti rimarranno molti e rilevanti, perché così predica il comitato tecnico scientifico, con parole a cui è molto sensibile innanzitutto il premier Conte, ma che restano la bussola anche per molti ministri di peso. Ovviamente per quello alla Salute Roberto Speranza, che anche in queste ore ha spiegato che le riaperture dal 27 aprile potranno essere solo minime. Ma anche per il Guardasigilli e capodelegazione dei Cinque Stelle, Alfonso Bonafede, che lo ha ribadito nell’ultima riunione di governo sulla ripartenza, venerdì scorso: “Per adesso non possiamo consentire gli spostamenti da una regione all’altra, è la base da cui non possiamo prescindere”.
E su questo sono tutti d’accordo: il divieto di lasciare la propria regione rimarrà anche dopo il 4 maggio fino a data da destinarsi, fatte salve le eccezioni già ammesse ora per chi si sposta per motivi lavorativi o per altre ragioni di assoluta necessità. Mentre per la riapertura di bar e ristoranti bisognerà ancora attendere, almeno fino al 17 maggio. Soprattutto, rimarrà il divieto per feste o celebrazioni, nelle case ma anche all’aperto. Perché molti focolai sono nati e rischiano di riformarsi proprio da occasioni conviviali. Il quadro, confermava ieri sera una fonte di governo, è ancora da definire in molti passaggi: “Venerdì ci siamo alzati dal tavolo con tante ipotesi ancora da sciogliere”. E tra i punti più critici c’è quello delle dotazione delle mascherine, centrale innanzitutto per le imprese. Perché, ragionava ieri un esponente di governo, “come facciamo a consentire alle aziende di ripartire, magari già da questa settimana, se non siamo certi che abbiano le mascherine sufficienti?”. In un’azienda dove si fanno turni da otto ore con il personale a stretto contatto, è la riflessione, servirebbero almeno due mascherine al giorno per ciascun dipendente. Ma non è detto che se ne possano avere a disposizione per tutti. “E poi quanto costerebbe a una impresa medio-piccola?” è l’altro nodo, niente affatto secondario.
Non a caso nel protocollo per il contenimento del Covid sottoscritto da governo, imprese e sindacati appare una formula molto larga: “L’adozione delle mascherine è evidentemente legata alla disponibilità in commercio delle stesse”. Ma dovranno comunque essere garantite se sarà obbligatorio “il lavoro interpersonale a distanza inferiore al metro”. Ma il tema del reperimento e dei costi delle protezioni rimane una delle principali spine della fase 2.
Un altro punto importante ancora da sciogliere è quello della riorganizzazione dei trasporti pubblici, perché i tempi per mettere in pratica tutte le prescrizioni contenute nel piano elaborato dal ministero delle Infrastrutture (oltre che le indicazioni dell’Inail) sono davvero strettissimi. Anche per questo lo smart working resta la prima opzione: la seconda è l’utilizzo di mezzi privati, bici, scooter e trasporti aziendali.

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