Le ricchezze del capo della mafia sono ancora nascoste tra Italia, Londra e States. Dai traffici di beni culturali alle energie rinnovabili

Impero Messina Denaro. Ecco la mappa del tesoro dell’ultimo superboss

(di Lirio Abbate – repubblica.it) – La mappa del tesoro di Matteo Messina Denaro non conduce a un bunker nascosto. Non porta a casseforti piene di contanti o caveau custoditi da uomini d’onore. Porta a Verona e Londra, a Belfast e Dublino, passando dalla Toscana fino a Cipro e Malta, dentro società schermate, energie rinnovabili, traffici di beni culturali, supermercati, reperti archeologici e capitali disseminati nell’economia legale.

È la geografia che emerge da inchieste e dichiarazioni di collaboratori di giustizia che provano a ricostruire il sistema economico di ù Siccu, morto il 25 settembre 2023 dopo 33 anni di latitanza. La procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, sta indagando sul patrimonio nascosto seguendo piste riservate: società estere, prestanome, capitali schermati.

Anche da morto Messina Denaro continua a far parlare di sé. Non soltanto per il ruolo avuto accanto a Riina durante la stagione delle stragi di Falcone e Borsellino, ma perché il suo potere economico appare ancora vivo. Ha trasformato Cosa nostra trapanese da organizzazione militare e stragista in una struttura economica. Uno dei nodi centrali è stato il business dell’eolico. Gli investigatori hanno a lungo indicato nell’imprenditore Vito Nicastri uno degli uomini chiave di quel sistema, attraverso una rete di società, pale eoliche e investimenti sostenuti da fiumi di finanziamenti pubblici.

Nicastri è morto nel luglio 2024. Accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, era stato assolto in appello nel dicembre 2023; revocata anche la misura di prevenzione patrimoniale. Ha sempre respinto ogni accusa. Ma è seguendo i soldi dell’eolico che una pista porta a Verona. Nel 2011 il prefetto Perla Stancari firma quattro interdittive antimafia contro società riconducibili al gruppo Nicastri e blocca novanta milioni di euro di finanziamenti pubblici. Il denaro per gli investigatori sale dalla Sicilia, attraversa Toscana e Veneto e si disperde verso Irlanda, Belfast e Londra. Ed è a Verona che le foto di Messina Denaro davanti all’Arena cambiano significato. Scattate il 20 maggio 2006, quaranta giorni dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, mostrano un uomo rilassato, quasi esibito, mentre tutti lo cercano. Quelle immagini ù Siccu le conserverà nei diari destinati alla figlia Lorenza.

Verona non è soltanto una tappa della latitanza. Per alcuni collaboratori è uno snodo della sua mappa economica. Ma il denaro non passa soltanto dall’eolico. Un altro pezzo del sistema economico circola dalla grande distribuzione alimentare e dalle strutture turistiche. Giuseppe Grigoli, indicato come uno dei principali prestanome, costruisce in Sicilia un impero di supermercati poi confiscato. Ma quei supermercati non rappresentavano la vera origine della ricchezza. Erano uno strumento: servivano a ripulire denaro e a trasformarlo in capitale legale. Allo stesso tempo quella rete produceva consenso sociale. Posti di lavoro, assunzioni, favori, credito, dipendenza economica. Una forma di welfare mafioso capace di sostituirsi allo Stato e rafforzare il potere di ù Siccu sul territorio.

Poi c’è il capitolo arte e archeologia. Su questo filone emerge un esperto d’arte che vive oltralpe, diventato il centro di una rete internazionale di traffico di reperti archeologici e opere d’arte da Selinunte alla Svizzera, Stati Uniti e Inghilterra. Le ricostruzioni collocano attorno alla rete del boss persino un progetto, poi fallito, per rubare il Satiro danzante di Mazara del Vallo. Perché un reperto archeologico può valere quanto un conto estero: ricchezza invisibile, facilmente trasferibile, difficilmente tracciabile.

Ed è anche qui che entrano in scena i Guttadauro. Famiglia di Bagheria, rappresentano l’ala economica di Cosa nostra: borghesia collusa, investimenti, rapporti imprenditoriali, tra i loro familiari ci sono medici, avvocati e magistrati. Il loro legame con Messina Denaro è anche “parentale”: una delle sorelle del boss ha sposato Filippo Guttadauro. E quel matrimonio diventa negli anni una rete di interessi condivisi.

Gli investigatori parlano di “proiezioni economiche al di fuori del contesto siciliano”, dal Lazio alla Toscana fino al nord. Una mafia che non ragiona più da cosca ma da holding. Dentro la dimensione familiare del boss emerge pure la figura della nipote Lorenza Guttadauro, avvocato. Nei diari ù Siccu scrive che sarà lei a occuparsi del suo funerale e delle sue ultime volontà: «Sono stato io ad investirla di questa autorità». Una investitura piena, scritta il primo giugno 2014, in piena latitanza. Solo dopo l’arresto Lorenza Guttadauro diventerà il suo difensore di fiducia. E dopo la morte del boss lei lascia la Sicilia e va a lavorare a Roma in un ufficio che dipende dal ministero dell’Istruzione.

Il patrimonio del boss si regge su una rete di fedeltà familiare alla quale affidava segreti, affari e forse pezzi della propria eredità economica. È dentro questa domanda sull’eredità che entra la figlia Lorenza Alagna. Nata nel 1996 dalla relazione con Francesca Alagna, ha vissuto per 27 anni lontana dal padre portando soltanto il cognome materno. Lo incontra per la prima volta solo dopo l’arresto. Ed è allora che decide di prendere ufficialmente il cognome Messina Denaro. Perfino un dettaglio minuscolo può indicare una strada per il tesoro: tra i diari compare un penny incollato nell’ultima pagina. Una moneta inserita lì non a caso. Del resto, c’è una frase che ù Siccu annota nei suoi scritti: “Se vuoi nascondere un albero, piantalo nella foresta”. È la definizione più precisa del modo in cui aveva immaginato il proprio tesoro. Non custodire il denaro in un luogo segreto, ma disperderlo dentro l’economia legale, confondendolo nella foresta del capitalismo contemporaneo.