Non sembra nemmeno una violazione della pace: la guerra ibrida è la variazione gangsteristica dell’uso della forza nei rapporti tra le nazioni, la preparazione strisciante della perdita di sovranità e di libertà. Eppure non pensiamo ancora di affrontarla

Immagine di La guerra delle molestie di stato alla quale non crediamo

(di Giuliano Ferrara – ilfoglio.it) – La guerra ibrida ha qualcosa di grottesco, appare come la molestia che colpisce quelli che frignano, che riluttano a mettersi in guardia, che non credono nella possibilità della guerra dispiegata e tradizionale nemmeno quando la subiscono alle frontiere, dunque non praticano la dissuasione, la deterrenza, non danno retta agli allarmi nemmeno quando a formularli sono funzionari e politici seri, composti, non fanfaroni, e si espongono da ebeti alle piccole e grandi trame provocatorie che riguardano i tabelloni arrivi/partenze dei treni, i bancomat, gli allarmi sulle tratte aeree, i frigoriferi dei supermercati e occasionalmente – questo finalmente terrorizza ma non abbastanza da farti reagire – le catene del freddo per la conservazione del sangue. Sfugge al diritto internazionale cosiddetto, non ha diretti profili umanitari, non sembra nemmeno una violazione della pace, la guerra ibrida è la variazione gangsteristica dell’uso della forza nei rapporti tra le nazioni, è una pratica sporca per definizione che fa sembrare perfino pulita l’oscenità dell’azione blindata e del bombardamento aereo o via droni o di artiglieria.

La guerra tradizionale punisce, limita, ti fa prigioniero di una logica inesorabile di potere, terrorizza e umilia, imporrebbe un chiaro profilo alla strategia di difesa e contrattacco, riarmo, soldi per sistemi d’arma, cooperazione, politiche estere collegate, patti militari impermeabili all’offensiva del nemico, mentre la guerra ibrida intimidisce, ti mette in ginocchio, è la preparazione sorniona, strisciante della tua perdita di sovranità e di libertà, procede per strappi, colpisce le abitudini, le sicurezze del consumo e della mobilità e della cura quotidiana, cerca di tirare giù i meccanismi della finanza, degli investimenti, della certezza di funzionamento dei servizi essenziali alla condotta opulenta o comunque sicura e certificata degli apparati pubblici e privati sui quali si appoggia la famosa vita di tutti i giorni, l’ordinarietà. Eppure da veri ubriachi a questo uso sistematico della molestia tra stati, della manipolazione dei dati e dell’aggressione ai sistemi complessi che reggono il nostro mondo anche nei suoi aspetti di vita più semplici crediamo ancora meno di quanto non crediamo nella possibilità che l’ordine della pace fondato sull’equilibrio sia rotto dal disordine e dalla bestialità della guerra, nonostante quasi cinque anni di prova provata della possibilità di tutto questo in Ucraina, alla porte dell’Europa democratica, e nell’arteria del potere mondiale che è il medio oriente dopo l’infinita colpa nichilista del 7 ottobre 2023.

Non sono invidiabili la posizione di un Guido Crosetto, di un Boris Pistorius, dei comandi Nato, dei capi dei servizi, devono combattere attraverso la parola e la persuasione contro il peggior pregiudizio che ci sia, il pregiudizio della paura, l’inclinazione alla sottomissione, la voglia matta di scappare davanti alla realtà politica, a ciò che di minaccioso e inquietante sempre essa contiene. Abbiamo avuto l’esperienza del tremendo, che ha colpito generazioni del Novecento e per trasmissione ereditaria si è insinuata nel passaggio millenario al postmoderno, ora crediamo a tutto, anche all’intelligenza artificiale, e ci prepariamo a tutto ma non alla guerra di sempre e a quella di nuovo tipo, ibrida, la molestia di stato concepita per spaventare i pavidi che noi mettiamo stupidamente tra virgolette.