(estr. di Daniela Ranieri – ilfattoquotidiano.it) – […] In due giorni il Corriere ci ha steso con una doppietta micidiale: domenica l’intervista all’idolo del Blocco padronale più sgamato e bricconcello, Matteo Renzi, questa giovane promessa della politica che, per una serie di inspiegabili circostanze sfavorevoli, non ha avuto ancora modo di sfoderare tutto il suo talento; lunedì, mentre ci stavamo riprendendo dal quasi knockout, il giornale più venduto d’Italia ha intervistato il simpatico frontman delle lobby più danarose, il leader dei Municipi I e II di Roma, il genio della geopolitica Carlo Calenda. Niente di politicamente memorabile, intendiamoci: i due, come sempre, sono impegnati a narrare sé stessi nelle forme creative che l’attualità concede al loro ego ipergalattico; ma pure essi esistono, e conosciamo la storia della farfalla che batte le ali in Brasile provocando un tornado in Texas.

[…][ “Se tornerò in Parlamento”, dice Renzi, “lo farò con i miei voti, non con l’aiutino dei 5 Stelle o del Pd. Sono eletto ininterrottamente da oltre vent’anni prendendo voti, non scroccando passaggi”. L’intervistatrice, che in fondo fa solo la giornalista e quindi non è tenuta a saperlo, non gli fa notare che nel 2022, sapendo che il suo non-partito non avrebbe superato la soglia di sbarramento, Renzi scommise sul fatto che Calenda avrebbe fatto saltare l’intesa con Enrico Letta finendo per correre da solo alle elezioni, per le quali però gli sarebbe servito un simbolo elettorale esentato dalla raccolta firme. Renzi lo aspettava al varco: gli offrì il simbolo, chiedendogli in cambio la metà dei posti sicuri in lista. È così che Matteo, insieme al suo drappello di seguaci, è stato eletto: scroccando un passaggio da Calenda. Si potrebbe dire che anche Calenda l’ha fatto, attaccandosi come una cozza al simbolo della prestigiosa Italia Viva, e in effetti questo della vicendevole scroccaggine è un bel paradosso, per due che palesemente si odiano. A Renzi non piace che il cosiddetto Campo largo, in cui vuole infilarsi, decida di chiamarsi “Alleanza per la Costituzione” (anche un editoriale di Repubblica, giorni fa, stigmatizzava l’idea, perché vorrebbe dire che l’alleanza “si appropria della Costituzione”, teoria in base alla quale, allora, il Partito democratico si appropria della democrazia), e propone di rinominarlo “La Rosa Bianca”, come il movimento di resistenza contro Hitler creato da studenti e intellettuali a Monaco di Baviera nel 1942. Vabbè. Una magniloquenza che non deve trarre in inganno: Renzi è il solito bomba, visto che poco sopra sostiene di aver presentato al Senato una proposta sul conflitto di interessi: “Chi fa il parlamentare, non fa altro”, il che, detto dal senatore-sponsor dell’Arabia Saudita, fa piuttosto ridere.

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Calenda, invece, ce l’ha col governo Meloni non perché esso sia nazifascista come crede Renzi, ma – se proprio gli deve trovare un difetto – perché da dieci mesi non manda pacchetti di armi a Kiev. Ciò è tecnicamente vero, ma Calenda non dice che in questi mesi sono stati consegnati all’Ucraina armamenti già autorizzati, come il secondo sistema di difesa aerea Samp/T, artiglieria, missili, munizioni, veicoli protetti etc. Né si può dire che finora ci siamo fatti parlare dietro: secondo l’Osservatorio Milex, il valore degli armamenti e dei mezzi militari ceduti dall’Italia direttamente all’Ucraina in 12 pacchetti di invii ammonta a circa 3 miliardi di euro (dato indicativo: la reale entità delle armi è secretata fin dal Governo Draghi), senza dimenticare la partecipazione pro-quota ai massicci stanziamenti europei come l’European Peace Facility e l’Ukraine Support Loan, che ci è costata 20 miliardi di euro. Visti i risultati, un affarone.

Calenda è forte anche in politica interna: il programma di Conte è “folle” e “delirante” perché vuole ripristinare il Reddito di cittadinanza, che per questa gente liberale è come il paletto di frassino per i vampiri; non si vede infatti il bisogno di salvare dalla povertà 6,5 milioni di poveri assoluti che vivono sul nostro territorio (non si potrebbe mandarli al fronte?) e che soprattutto non voterebbero mai Calenda. Infine, Carlo bolla come sintomo di “mitomania” l’idea di Renzi di chiamare La Rosa bianca l’alleanza M5S-Pd con lui dentro (dàgli torto). La sostanza è che Calenda schifa Renzi perché si fa “umiliare” cercando di imbucarsi nell’alleanza progressista, al contrario di lui, che invece si vanta di voler correre da solo, anzi: insieme al “partito” di Pina Picierno (il governo è avvisato: faccia transennare i seggi). È chiaro che le due interviste parlano allo stesso elettorato, quello del centrodestra elitario neoliberista, che dovrà scegliere se farsi buggerare dall’uno o dall’altro. Il problema semmai – morale e politico – è per l’Alleanza per la Costituzione, se decidesse di imbarcare uno come Renzi; ma in quel caso basterebbe chiamarsi “Alleanza contro la Costituzione” e tutto filerebbe liscio.