Invece il governo, che agisce per decreti-repressione, è sordo ad ogni richiesta e rilancia la saldatura con gli interessi del complesso militare-industriale

(Pasquale Pugliese – ilfattoquotidiano.it) – Mentre studenti e studentesse di un movimento che si fa ogni settimana più solido ribadiscono la richiesta di investimenti per le scuole invece di spese per la guerra, in una finanziaria che fa esattamente il contrario, la risposta del governo è sempre più di tipo militare, fondata sulla logica del nemico da combattere.
Il ministro della difesa Crosetto è stato capace di dire che i vandalismi di Milano del 17 ottobre, che nulla hanno a che fare con le manifestazione studentesche, è un episodio di “guerra ibrida” ed ha inviato in città 500 paracadutisti della Folgore, costruendo una saldatura simbolica tra la costruzione del nemico esterno e quella del nemico interno. Che poi è diventato il giovane ricercatore Siher arrestato dal pubblico ministero e liberato dalla giudice per le indagini preliminari. L’esito è il medesimo: la militarizzazione delle città trattate come territorio ostile. Per fortuna Mattarella ha evitato, per il momento, di far attribuire all’esercito poteri di polizia.
Niente di nuovo: il fascismo nelle sue diverse derivazioni e il militarismo sono facce della stessa medaglia. Non ci possiamo liberare davvero del primo se non ci liberiamo anche del secondo. Non si può dare un indirizzo diverso al Potere se non si mette in discussione, prima di tutto, il potere di fare la guerra. Lo diceva già Aldo Capitini, negli anni che precedettero il ‘68, quando scriveva che “il potere di tutti” prende corpo attraverso la capacità di lottare contro oppressioni e sfruttamenti, “ma questa capacità delle moltitudini ha il suo collaudo nel rifiuto della guerra”: anzi, “il rifiuto della guerra è la condizione preliminare per parlare di un orientamento diverso” (Il potere di tutti, 1969).
La generazione che sta occupando scuole ed università e si è riversata nelle strade il 30 ottobre sembra averlo capito. Da molto tempo il tema del ripudio della guerra non era così al centro delle mobilitazioni giovanili: non la contestazione di una specifica guerra o del genocidio di Gaza, ma dell’apparato di potere che la prepara e brucia enormi risorse sottratte agli investimenti civili.
Invece il governo, che agisce per decreti-repressione, è sordo ad ogni richiesta e rilancia la saldatura con gli interessi del complesso militare-industriale: nelle stesse ore in cui centinaia di migliaia di studenti e studentesse protestavano nelle piazze di tutta Italia pretendendo più risorse per la scuola anziché per le armi, Meloni e Crosetto e inauguravano al Circo Massimo il “Villaggio Difesa”. Un’esposizione di armamenti aperta a famiglie e bambini: “Un catalogo di ciò che si muove, vola, galleggia e spara” – elenca Tommaso Rodano sul Fatto Quotidiano – “il sistema antiaereo Samp/T NG, i blindati Freccia, Lince 2 e Centauro II, il Mangusta, il nuovo elicottero AW249 di Leonardo, il cingolato Lynx, battelli d’assalto, robot terrestri, droni e antidroni, simulatori di volo, sommergibili”. Anche i famigerati Lince schierati a Milano insieme ai parà in una declinazione di “ordine pubblico” sempre più sovrapponibile alla guerra.
La lotta degli studenti italiani, dunque, non è che all’inizio. C’è già in preparazione lo Sciopero internazionale dei giovani contro la guerra del prossimo 20 novembre, lanciata con un manifesto, Combattiamo per il nostro futuro non per le loro guerre, che non solo esprime una serrata critica al riarmo che sottrae ingenti risorse a istruzione, sanità, alloggi e servizi pubblici, ma contesta la militarizzazione che si infiltra nelle scuole e nelle università per il reclutamento militare, la ricerca finanziata con fondi destinati alla produzione di armi e le collaborazioni con istituzioni complici di guerre e genocidi, normalizzando la violenza della guerra attraverso il pretesto della difesa. E indica puntuali rivendicazioni, tra le quali mettere fine alla militarizzazione, al riarmo e all’austerità imposti in nome della guerra e investire nel welfare, nell’istruzione pubblica, nella sanità e nei giovani, anziché in armi ed eserciti; abolire di ogni forma di leva e far sì che le scuole e le università siano spazi di pensiero critico, non strumenti di persuasione bellicista.
Obiettivi precisi, per raggiungere i quali vanno manutenuti e raffinati mezzi coerenti con i fini: quanto più oppressivo è il sistema di potere, alla ricerca spasmodica del capro espiatorio per giustificare la propria violenza sistemica, tanto più la lotta per il cambiamento deve usare le forme creative e spiazzanti della nonviolenza. Non sono gli scontri con la polizia che determinano la forza di un movimento (semmai il suo declino) ma la capacità di tenuta nel tempo allargando il consenso, la solidarietà, l’empatia verso le proprie ragioni, perfino da parte degli operatori delle forze dell’ordine. Studenti e studentesse hanno tutte le ragioni per lottare contro questo sistema di guerra: il primo impegno è non disperderle cedendo alle provocazioni della violenza. Che vengano dall’esterno o dall’interno.
“..il primo impegno è non disperderle cedendo alle provocazioni della violenza. Che vengano dall’esterno o dall’interno.”
Questo è importante. I violenti vanno isolati collaborando con le forze dell’ordine.
E che la marea salga, salga ..
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