
(di Milena Gabanelli e Francesco Tortora – corriere.it) – Nessuno fa i soldi da solo. Gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione. Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno (qui pag.41 e qui grafico pag 3.). Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione globale) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna meno (qui pag. 23). Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero.
Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte. Vediamo le tre più dibattute.
La tassa sui 246 miliardari californiani
Domani 3 novembre, insieme al voto di midterm, i cittadini della California saranno chiamati al referendum sulla Proposition 40, ribattezzata Billionaire Tax Act. La proposta prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio di 246 persone che detengono una ricchezza pari a 2.200 miliardi di dollari, quasi metà del Pil dello Stato. Secondo lo studio realizzato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research (Nber) i miliardari americani pagano un’aliquota fiscale effettiva del 24%, contro il 30% dell’intera popolazione e il 45% dei benestanti. Il referendum, lanciato dal sindacato sanitario SEIU-West su una proposta di un gruppo di economisti capitanati dal professore di Berkeley Emmanuel Saez, ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme. I promotori stimano un maggiore gettito di circa 100 miliardi di dollari, anche considerando una quota di evasione ed elusione fiscale. Il 90% delle risorse raccolte sarebbero destinate al sistema sanitario per compensare i tagli federali dell’amministrazione Trump, il resto a istruzione e welfare. Per scongiurare la fuga dei contribuenti verso altri Stati, è inclusa una clausola anti-espatrio: la tassa si applicherà a tutti coloro che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. I diretti interessati sono ovviamente divisi, per esempio Jensen Huang, Ceo di Nvidia, si è detto pronto a pagare, mentre Sergey Brin, co-fondatore di Google, ha trasferito la residenza in Nevada e ha speso ben 102 milioni di dollari per finanziare il comitato per il no (qui). Se la proposta dovesse ottenere la maggioranza dei voti favorevoli, potrebbe aprirsi la strada ad una misura analoga in altri Stati.
Francia, Zucman punta sui centimilionari
Il direttore dell’osservatorio fiscale europeo presso l’École d’économie di Parigi Gabriel Zucman propone in Francia una tassa minima del 2% su chi detiene patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La misura coinvolgerebbe circa 1.800 famiglie e potrebbe generare fino a 20 miliardi di euro di gettito all’anno, necessari a rimpolpare le casse pubbliche e ad abbassare le tasse alla classe media. Nel suo libro I miliardari non pagano l’imposta sul reddito, il professor Zucman evidenzia come le classi popolari in Francia paghino un’aliquota effettiva complessiva di circa il 45%, i ceti medi del 50%, mentre i super ricchi versano appena il 25%. La concentrazione della ricchezza è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi 30 anni: dal 1996 al 2024, la quota detenuta dalle 500 famiglie più facoltose è passata dal 6% al 42% del Pil. L’imposizione si applicherebbe per cinque anni, anche dopo eventuali trasferimenti all’estero. Un disegno di legge ispirato alla tassa minima di Zucman è stato presentato l’anno scorso dalle forze di sinistra, ma è stato bocciato dall’Assemblée Nationale. Tuttavia la misura, appoggiata da 7 premi Nobel, sarà uno dei principali terreni di scontro nella prossima campagna elettorale.
Milionari in Italia
L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo stipendi più bassi della media della Ue. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi, appena lo 0,1% della popolazione, guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base annua) (qui).
L’Irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Ma non nelle imposte indirette come l’Iva sui consumi, le accise sulla benzina, le addizionali o i contributi previdenziali, dove invece le aliquote sono fisse, come pure fissa al 26% è l’aliquota sui redditi finanziari e del 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6% (Qui). Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva, accise, tassa sui rifiuti, addizionali) arriva in media al 45%, e quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni (qui).
In sostanza fino a 5,4 milioni di euro di patrimonio netto non si applica alcuna tassazione aggiuntiva, e quindi quanto dovrebbe versare in più chi ha un patrimonio di 8 milioni? L’1% sulla differenza fra 5,4 e 8 milioni, vale a dire 26 mila euro. Mentre per chi possiede 20 milioni sarebbero 240 mila euro in più. Il gettito stimato è di circa 13 miliardi annui da destinare a sanità, scuola, supporto ai salari e interventi contro il cambiamento climatico. La quota più consistente dovrebbe essere pagata dai 3.100 italiani che secondo il recente rapporto Global Wealth pubblicato da Boston Consulting Group (BCG) possiedono un patrimonio superiore a 100 milioni di dollari e controllano il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale, destinata a salire al 22,2% entro il 2030 (qui).
Le obiezioni
Come già successo in passato con misure oggi ampiamente accettate tra cui l’imposta progressiva sul reddito, le riforme agrarie o l’introduzione dei sistemi di welfare, i critici ipotizzano conseguenze disastrose se questa misura venisse adottata. Il timore più diffuso è la fuga dei capitali all’estero. Tuttavia studi recenti condotti nella Ue e in particolare nel Regno Unito dopo la revisione del regime fiscale dei cosiddetti «non-dom» ridimensionano le previsioni: i contribuenti più facoltosi che hanno scelto l’esodo si piazzano fra lo 0,1 e lo 0,5% del totale, e il loro impatto su investimenti e occupazione risulta trascurabile. La seconda obiezione riguarda la doppia tassazione sulla stessa ricchezza: prima quando viene prodotta e poi come patrimonio accumulato. E questo sarebbe ingiusto. In realtà, come abbiamo detto, il patrimonio dei super-ricchi deriva principalmente da reddito da capitale, agevolato fiscalmente.
Coordinamento tra Stati
Un tassa sui super-ricchi potrebbe ridurre almeno parte delle disuguaglianze del nostro tempo. Ne sono convinti anche 120 milionari che a luglio hanno chiesto al governo di Londra di aumentare il prelievo fiscale sui grandi patrimoni (qui). Il principale ostacolo resta però l’applicazione: la complessità dei patrimoni, spesso detenuti tramite trust e strutture societarie opache, riduce la base imponibile effettivamente tassabile. Sarebbe necessario un coordinamento tra Stati Ue o a livello internazionale con criteri fiscali uniformi.
Oggi il contesto è più favorevole rispetto al passato: l’abolizione del segreto bancario, l’approvazione della Global Minimum Tax, gli accordi di scambio automatico di informazioni e gli strumenti digitali rendono meno complicato scovare le grandi ricchezze. Volendo. Certo è che continuare ad ignorare questi livelli di disuguaglianze in crescita esponenziale, potrebbe diventare molto pericoloso.
Articolo che segue i fenomeni del momento: le proteste di piazza e le loro rivendicazioni.
Quindi l’oggetto è la distribuzione della ricchezza.
Non mi interessa se la torta è più grande o più piccola; mi interessa solo che chi ha ricevuto fette grandi le veda ridotte e a chi ha avuto fette più piccole si dia qualcosa in più.
Ed infatti, al netto di tutta la retorica e la morale, la soluzione torna ad essere sempre la stessa: la patrimoniale.
Ne prendo atto; se lorsignori si convinceranno che è necessario farla, la facciano; altrimenti aspettiamo il prossimo ripetitivo ed inutile articolo sul tema.
Uno più,uno meno non fa differenza.
E’ una scelta politica.
Io rimango dell’idea che la patrimoniale vada prima definita ESATTAMENTE:
Base imponibile
Gettito.
Destinazione del gettito.
Facile dire che con quelle tasse si finanzieranno sanità, scuola, welfare.
Molto più difficile è dare garanzie che ciò avverrà; specie in Italia dove il rischio che finisca per alimentare il pentolone della finanza pubblica per finanziare opere inutili e magna magna e mancette elettorali di vario tipo è molto alto.
Rimango inotre dell’idea che l’antidolorifico è la cura siano due cose diverse.
Riequilibrare è socialmente giusto, non c’è dubbio; ma se non si affrontano le cause che hanno prodotto lo squilibrio non si arriverà mai ad una soluzione stabile.
Giusto dividere le fette in modo più equo; ma io preferisco una torta più grande rispetto ad una più piccola.
Ognuno ha i suoi limiti e i suoi difetti.
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