(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Niente da fare per le aree a caldo dell’ex Ilva di Taranto. Gli altiforni dovranno rimanere spenti, almeno fino ai lavori di ammodernamento. La Cassazione ha confermato ieri la linea della Corte d’appello di Milano, concentrandosi sull’impatto negativo sul territorio, in termini ambientali e dunque sanitari. I giudici meneghini avevano disposto lo stop produttivo sostenendo che «nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute, non può che prevalere quest’ultimo». Il destino dello stabilimento e dei lavoratori resta avvolto nell’incertezza. Il governo Meloni continua la ricerca di un acquirente in grado di rilevare il gruppo dell’Ilva e di Acciaierie d’Italia, entrambi in amministrazione straordinaria. In questi giorni sono stati incontrati anche i rappresentanti di Leonardo e Rheinmetall, tra le principali aziende europee delle armi, per provare a coinvolgerli nel (nuovo) futuro industriale della città.

Dall’ultimo tavolo che ha visto sedere uno di fronte all’altro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e i delegati sindacali non sono emerse particolari novità per il futuro dell’ex Ilva. Il governo ha confermato l’obiettivo di mantenere la produzione dell’acciaio in Italia, puntando sulla decarbonizzazione e sui forni elettrici. Tuttavia, secondo Mantovano non è ancora possibile «discutere di un preciso cronoprogramma». Ciò che è certo è che lo stabilimento di Taranto, nelle condizioni attuali, non può continuare a produrre, poiché la presenza di amianto e polveri sottili è un pericolo grave per l’ambiente e per la salute. Sul punto sono d’accordo sia la Corte d’appello di Milano sia la Cassazione, i cui giudici, nel respingere il ricorso delle aziende, hanno affermato «che nello stabilimento di Taranto sono ancora presenti 2.140 tonnellate di amianto – sostanza la cui nocività è indiscussa – all’interno dei cowpers degli altiforni, con funzione di isolante termico, “entrocontenuto” nell’intercapedine tra la corazza esterna in acciaio e lo strato di mattoni refrattari».

L’intervento della magistratura, sostenuto dai tarantini scesi in piazza il 17 ottobre scorso, complica i piani del governo, alla ricerca di un acquirente su cui scaricare l’onere dell’ammodernamento, anche in via parziale, dal momento che non viene esclusa la partecipazione pubblica. L’8 novembre è una data da segnare in rosso sul calendario: scadrà infatti il termine ultimo per presentare delle offerte vincolanti sull’acquisto dell’impianto. Sul fronte degli ammortizzatori sociali, viene rinnovata la cassa integrazione per i lavoratori, per una platea massima di 8.622 persone, la quasi totalità dei dipendenti ex Ilva impiegati a Taranto.

Se da un lato, per rilanciare l’industria di Taranto, l’esecutivo punta ancora sull’acciaio, dall’altro non esclude la diversificazione e dunque l’incentivo all’esodo per i lavoratori ex Ilva. Per questo motivo, nei giorni scorsi sono stati ascoltati i rappresentanti di diverse aziende italiane ed europee, tra cui Ferrovie dello Stato, Fincantieri, Leonardo e Rheinmetall. Tra gli interventi a breve e a lungo termine per rilanciare l’industria tarantina non vengono dunque esclusi due colossi delle armi. Al momento non è chiaro se il coinvolgimento proposto riguarda l’agevolazione di investimenti sul territorio, con l’obiettivo del reimpiego per i lavoratori ex Ilva, o se si spinge oltre, verso la gestione di aree dello stabilimento sottratte all’acciaio.

Gli interventi di Leonardo e Rheinmetall si inserirebbero in un tessuto urbano non nuovo al settore militare. In città è presente l’arsenale marittimo, impegnato nelle attività di manutenzione delle navi della Marina italiana. Per anni Leonardo ha tenuto attiva a Taranto la divisione elettronica, salvo poi trasferirla di recente al polo di Grottaglie, a qualche chilometro. Rheinmetall, che nel nostro Paese opera attraverso RWM Italia, potrebbe trovare a Taranto la quarta sede operativa, dopo quelle di Torino, Ghedi e Domusnovas.