
(di Savino Balzano – ilfattoquotidiano.it) – Da settimane sento ripetere come un mantra che al campo largo serve un federatore, una figura in grado di tenere tutti insieme per poter tentare l’impresa: sconfiggere la destra di Giorgia Meloni. In certi salotti lo si ripropone instancabilmente: serve un Romano Prodi. Devo dire che l’auspicio mi sorprende non poco: credo che quelle esperienze dimostrino, viceversa, come le ammucchiate a tutti i costi, pur di vincere, siano proprio ciò da cui bisognerebbe rifuggire. Prima di tutto, farei sommessamente notare il dato più macroscopico: Romano Prodi ebbe certamente il merito di vincere contro Berlusconi per due volte, nel 1996 e nel 2006. Tuttavia, i suoi governi ebbero vita breve: il primo durò meno di due anni e mezzo, il secondo non arrivò ai due anni. La stabilità non è tutto e Meloni lo sta dimostrando: si vanta di presiedere il governo più longevo della storia della Repubblica, ma si fatica a individuare un motivo ulteriore per cui ricordarlo. Allo stesso tempo, immaginare di contrapporle un’armata Brancaleone che fatica a stare in piedi per più di mezza legislatura non mi pare la soluzione più brillante.
Però non c’è solo questo: non è soltanto una questione di durata. Bisogna pensare anche a cosa quei governi siano riusciti davvero a fare. In che modo si contrapposero al potere berlusconiano Realizzarono la svolta progressista e sociale che promettevano? Il primo governo Prodi fu quello del Pacchetto Treu, ad esempio: la riforma del mercato del lavoro che introdusse una delle forme di precarietà più emblematiche di quegli anni, il lavoro interinale. Il lavoratore veniva assunto da un’agenzia, che lo metteva a disposizione delle imprese «utilizzatrici»: una specie di cacciavite, di arnese. Un formidabile strumento di deresponsabilizzazione datoriale. Quel governo cadde poi perché Bertinotti decise di staccare la spina, denunciando soprattutto la politica economica dell’esecutivo: severa, rigorosa sui conti pubblici in ossequio ai dettami europei, austera pur di accedere al paradiso dell’euro. Così ce lo dipingevano. Precarietà e tagli allo Stato sociale: è per contrastare proprio queste politiche che, ancora oggi, milioni di persone scendono in piazza, facendo tremare le cancellerie del Vecchio continente. Mi pare quantomeno curioso, dunque, che chi auspica un cambiamento si rifaccia proprio a quegli anni.
Il secondo esecutivo del professore ebbe una parabola persino più indecorosa: la coalizione faceva acqua da tutte le parti, si reggeva su numeri risicatissimi e persino i senatori a vita erano indispensabili per garantirle la maggioranza. Alla fine fu Mastella a farlo cadere, dopo aver lamentato la mancata solidarietà degli alleati di governo in una vicenda giudiziaria. Un governo che non impartì alcuno scossone, alcuna inversione di rotta rispetto alle politiche berlusconiane. Del resto, difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti: Prodi, che nel frattempo era stato anche presidente della Commissione europea, rappresentava lo stesso establishment unionale che avrebbe poi benedetto figure come Monti e Draghi. E, dopotutto, sulla reale volontà di contrapporsi a Berlusconi, fu Luciano Violante, allora capogruppo dei Ds alla Camera, a illuminarci, nel febbraio del 2002, dai banchi di Montecitorio: “L’onorevole Berlusconi (…) sa per certo che gli è stata data la garanzia piena (…). Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi (…). Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte”. Insomma, l’alternativa a Berlusconi era… Berlusconi. È questa la radicalità che chiede chi scende in piazza oggi e vuole che tutto cambi? Dubito che gli italiani desiderino davvero rivivere la finta alternanza di quegli anni, ripercorrere quell’esperimento politico da cui nacque infine il Pd del “ma anche” veltroniano: la definitiva pietra tombale su ciò che forse, un tempo, era stata la sinistra in Italia.
ce li abbiamo già i prodi,guerrieri e patrioti!
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Sono perfettamente d’accordo. La lotta politica non può e non deve essere neanche lontanamente paragonabile a una tifoseria che vuole raggiungere solo il risultato di vincere la partita . In politica contano i programmi e soprattutto i risultati. Meglio perdere le elezioni e portare avanti i propri progetti politici in cui si crede che vincerle e copiare paro paro quello che avrebbe fatto l’avversario.
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Senza perdere troppo tempo in chiacchiere: di tutte le cose la peggiore è un governo che fa male e dura a lungo.
Anche le dittature sono stabili.
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