
(Piero Bevilacqua – lafionda.org) – L’agricoltura italiana costituisce oggi un settore minore in termini di forza lavoro occupata e di ricchezza prodotta: circa 1,4 milioni di addetti e intorno al 2% del PIL. E tuttavia essa svolge un ruolo strategico nello sviluppo nazionale, molto più rilevante di quanto non dicano le cifre settoriali. È la base dell’industria alimentare e della nostra cucina, che, insieme alla ristorazione, portano al 7% il totale della ricchezza prodotta. Un ambito, quest’ultimo, il cui valore reale non è calcolabile per il peso che ha poi sull’attrattività turistica del nostro paese. Ho raccontato questo legame storico millenario nel mio Felicità d’Italia. Paesaggio, arte, musica, cibo, Laterza, 2017. Si dimentica, tuttavia, che l’attività agricola, soprattutto quella che si svolge nelle aree collinari, il grande lascito dell’agricoltura contadina, incarna il patrimonio storico del paesaggio agrario italiano. Vale a dire non solo il paesaggio “artistico” della Toscana, dell’Umbria e delle Marche, ma anche quello della policoltura delle regioni meridionali e della Sicilia. Una delle dotazioni storiche che, insieme ai tanti impareggiabili siti naturali, alle nostre città e al patrimonio artistico e monumentale, fa dell’Italia il Bel Paese (Mauro Agnoletti, a cura di, Paesaggi rurali storici. Per un catalogo nazionale, Laterza, 2011).
Ma l’agricoltura, da tempo, per ubbidire a logiche sempre più travolgenti di mercato, si va restringendo alle aree di pianura, in forma di monoculture su base industriale, debolmente contrastate dall’agricoltura biologica, che pure ha un discreto rilievo ed è tra le prime in Europa. Il fenomeno ha conseguenze economiche, sociali e ambientali di vasta portata. In Italia, in 16 anni, tra il 2000 e il 2016, è scomparso il 46,8% delle imprese (Michele Nori e Domenica Farinella, Migration, Agriculture and Development, Springer, Cham, Switzerland, 2020). Un vero e proprio dimezzamento della geografia produttiva. Le piccole e medie imprese collinari e montane, sede storica della biodiversità agricola italiana, sono state costrette a chiudere a causa della pressione sui prezzi delle grandi catene della commercializzazione. Così le terre lungo la dorsale appenninica e preappenninica, le cosiddette aree interne, si vanno da tempo desertificando. Sono scomparsi i piccoli produttori, è scomparsa l’economia originaria di tante aree ed è così venuta meno la ragione della permanenza di tante famiglie nei paesi. Si tratta di una perdita drammatica per rapidità e intensità, che è alla base dello spopolamento di tanti centri abitati, paesi, borghi, piccole città. Ma l’abbandono di queste aree, dove non viene effettuata nessuna attività produttiva, non è solo un danno rilevantissimo per l’economia nazionale. Non solo non si producono beni agricoli e pastorali, ma rimangono inutilizzate e preda degli incendi estivi vastissime aree boschive, mentre nei paesi vanno in rovina patrimoni edilizi e spesso monumenti di pregio artistico, oltre che storico. Oggi il numero dei centri che perdono popolazione, secondo i dati Istat del 2023, supera il 57% del totale dei comuni italiani, ma quelli ampiamente spopolati, concentrati in prevalenza nel Mezzogiorno, sui quali non esistono cifre ufficiali, si calcolano intorno ai 4.000. In Italia ci si ricorda di queste realtà quando si evoca, a fini pubblicitari, la bellezza di qualche borgo. Ma in questo caso non siamo solo di fronte a una perdita di ricchezza sottratta all’economia nazionale. L’abbandono di montagne e colline ha anche, quale gravissimo effetto collaterale, la perdita delle figure che per secoli hanno provveduto al controllo e alla manutenzione di quel territorio. I contadini non si limitavano a coltivare e raccogliere, ma incanalavano le acque piovane, riparavano i muretti, intervenivano sulle piccole frane, ripulivano i boschi, controllavano gli incendi sul nascere, ecc. Questa assenza di controllo dei processi erosivi che avvengono a monte, oggi molto più che in passato, espone gli insediamenti, le aziende, le infrastrutture delle pianure e le città ai danni sempre più frequenti di alluvioni e frane. La ricchezza del paese, la “polpa”, ormai concentrata qui e nelle fasce costiere, è, con ogni evidenza, sempre più esposta agli effetti degli estremi atmosferici. E i danni saranno sempre più devastanti negli anni a venire, sia per effetto della maggiore violenza che vanno assumendo i fenomeni per via del riscaldamento globale, sia per la dilagante, irresponsabile ondata di cemento che ha coperto nei decenni le periferie urbane, un tempo sede di orti e di incolti. Com’è ormai empiricamente provato, le strade delle città diventano letti di fiumi in occasione di piogge intense. E saranno fiumi gonfi di fango e rocce disfatte se le colline saranno in abbandono.
Dunque, nell’indifferenza e nella più profonda ignoranza generale della propria storia e della propria geografia – causa non ultima del nostro precipitoso declino –, l’Italia si trova di fronte a un grandioso problema economico, demografico, sociale, territoriale e ambientale. La nostra Penisola letteralmente va in rovina, come ci ricordiamo, col solito effimero chiacchiericcio, a ogni puntuale disastro stagionale. La domanda che si impone perciò è: esistono le condizioni per avviare una controtendenza? Sì, esistono, e non si tratta di rivendicare un po’ di cantieri e di opere pubbliche. Non è a un intervento di riparazione che occorre pensare, a sanare i guasti antichi e recenti delle nostre pianure, a ristrutturare qua e là qualche sito, arginare qualche frana, ridurre i disagi di qualche nuovo disastro. Insomma, non si tratta di far guadagnare un po’ di soldi a qualche ditta di costruzioni amica dell’esponente politico locale più influente. Questa postura, che ignora storia e geografia, è solo una superficiale cura dei sintomi. Occorre mettere in campo, con un po’ di lungimiranza politica, il grande ma non irrealistico progetto di riportare le persone nelle aree di altura. I territori si proteggono quando sono abitati.
Com’è noto, oggi l’agricoltura italiana – come quella di tutti i paesi industrializzati – non esisterebbe senza forza lavoro immigrata. In assenza di lavoratori pakistani o rumeni, afgani o senegalesi, quasi nessun prodotto verrebbe raccolto dai campi, nessun animale sarebbe più allevato nelle stalle. Attualmente la componente di forza lavoro immigrata attiva nel settore agricolo si aggira intorno al 34% del totale degli occupati (Michele Colucci, Braccianti stranieri nell’agricoltura italiana: un profilo storico nel periodo repubblicano, in «Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana», 14 giugno 2022). E probabilmente si tratta di cifre sottostimate, vista l’illegalità che domina nel settore. Ora si tratterebbe di organizzare e dare nuova forma a ciò che avviene da anni come processo spontaneo e talora clandestino. Non si capisce perché tanti giovani immigrati che arrivano in Italia possano svolgere il lavoro semischiavile di braccianti nelle più sperdute campagne e non possano dirigere delle aziende agricole cooperative con un minimo di supporto iniziale. Oggi la possibilità di ridare vita a tanti territori del nostro Sud, e non solo, è legata indissolubilmente a una politica di accoglienza, che non può essere tuttavia lasciata alla disorganizzazione italiana. Fare entrare masse di migranti senza una programmazione territoriale, in assenza di un investimento economico significativo per la loro collocazione dignitosa ed economicamente utile, significa scaricare disagi sui ceti popolari delle aree marginali delle nostre città. Con le conseguenze politiche che conosciamo. Ma l’immigrazione è un fenomeno complesso, che andrebbe pensato liberandosi della logica coloniale che ispira spesso le nostre analisi, inquadrandolo in una larga visione geopolitica. Non possiamo dimenticare che, se noi per un verso accogliamo persone che fuggono dalla miseria, dalla guerra e da disastri ambientali (frutto spesso di saccheggi antichi e recenti perpetrati dall’Occidente), per un altro verso sottraiamo forze e talenti a paesi poveri, non sempre li svuotiamo di bocche da sfamare che eccedono le risorse locali. L’Italia meridionale è stata letteralmente saccheggiata delle sue migliori intelligenze dall’attrattività del Centro-Nord. Appare evidente che nella regolazione del fenomeno migratorio occorrerebbe oggi un salto di qualità sul piano culturale e giuridico, mentre noi siamo fermi a una legge di ispirazione neocoloniale, la Bossi-Fini del 2002.
Dunque, grazie all’immigrazione, vastissime aree collinari e montane, soprattutto del nostro Mezzogiorno, oggi abbandonate, potrebbero rifiorire grazie a nuove e antiche economie, attraendo le forze che possono praticarle. Anche tanti nostri giovani senza prospettive nelle città potrebbero trovare nuove ragioni ideali di impegno se l’ingresso nel lavoro agricolo diventasse parte di un più generale progetto di valorizzazione della biodiversità e varietà agricola e di salvaguardia e tutela ambientale del nostro paese. Molte cose si possono fare se si è capaci di guardare oltre il depresso orizzonte delle classi dirigenti più inette, mediocri e irresponsabili della storia repubblicana. Non si tratta semplicemente di esortare la gioventù a tornare a zappare la terra, ma di realizzare un grande progetto di progresso culturale, estetico ed economico, di riequilibrio del rapporto tra le popolazioni e il loro territorio. Tanto più che il riscaldamento climatico renderà le aree d’altura sempre più preziose per l’abitabilità umana e la possibilità di nuove produzioni. E qui, per brevità, trascuro di far cenno a tutte le attività collaterali che si possono svolgere su queste terre, non solo quelle legate all’agricoltura, che è da tempo un’“economia multifunzionale”, ma anche quelle dipendenti dal patrimonio boschivo, quelle ricavabili dall’allevamento avicolo, dall’uso e dalla valorizzazione delle acque interne, dall’impianto di centri di produzione di energia solare, ecc. Occorre perciò investire soprattutto nell’organizzazione dell’accoglienza dei migranti, nella formazione e nell’offerta di condizioni dignitose di vita, di tutela sindacale e di supporto economico per trasformare un grande problema umano e demografico in una leva di rinascita. E gli insediamenti non possono essere lasciati al caso: bisogna dotare i centri abitati di servizi (scuole, presidi sanitari), fornendoli di trasporti adeguati che consentano ai nuovi abitanti facilità di spostamento. Non si può pensare a un insediamento che somigli a una deportazione. In questo compito, i sindaci potrebbero svolgere un ruolo rilevante, soprattutto offrendo a chi arriva una casa, un abitato in cui vivere in comunità, dove poter stabilire rapporti umani. Quello di Riace è un esperimento di successo che andrebbe sviluppato e arricchito nella sua applicazione. Gli amministratori locali dovrebbero promuovere un censimento delle terre agricole disponibili nel loro comune. Il previsto arrivo di famiglie di immigrati li dovrebbe spingere anche a realizzare un censimento del patrimonio abitativo. A questo scopo, essi avrebbero la possibilità di ricorrere ai tanti giovani diplomati e laureati, in grado di muoversi negli uffici regionali e comunali, ma anche nel territorio, al fine più generale di censire i beni disponibili in ambito comunale (boschi, acque, aree protette, resti monumentali, ecc.). Questo consentirebbe di offrire un po’ di lavoro a tanti ragazzi e ragazze e di rendere consapevoli gli amministratori delle risorse disponibili, spesso ignote e inutilizzate.
Le risorse finanziarie, attraverso l’azione delle Regioni, dovrebbero essere attinte dai Fondi europei per la coesione sociale – che oggi i dementi a capo dell’UE vogliono destinare agli armamenti –, utilizzabili soprattutto per creare reti infrastrutturali in grado di assicurare una maggiore mobilità sul territorio, e dal Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale. Un fondo che può essere attivato attraverso i Programmi di sviluppo rurale, da tempo più o meno utilizzati nelle regioni italiane. È evidente che tutto questo, tra l’altro, spingerebbe i dirigenti locali a uno sforzo programmatorio in grado di incidere sulla qualità della politica locale. Infine, occorrerebbe rivendicare un Reddito di Presidio Ambientale per tutti coloro che operano sulle alture, perché svolgono un compito di protezione fondamentale per le economie delle pianure, offrendo un servizio di utilità generale all’intero Paese. Non è una pretesa eccessiva: bisogna diffondere tra gli italiani la consapevolezza e la cultura della dimensione ambientale in cui si iscrivono i rapporti e le realtà economiche.
Si tratta dunque di un disegno vantaggioso sotto più profili e ricco di prospettive, che affronta in maniera coraggiosa il problema demografico più drammatico del nostro tempo. L’Italia, paese che si spopola – vanno via in media 175 mila persone ogni anno e il numero dei morti supera quello dei nati –, penisola nel cuore del Mediterraneo, potrebbe offrire questo progetto di visione e lungimiranza all’Europa intera. Paesi come la Francia e la Spagna, ad esempio, sono da sempre sottopopolati. E non è un libro dei sogni, una poetica utopia. I soldi non mancano. Che il governo Meloni abbia speso centinaia di milioni per creare un centro di deportazione in Albania prova oggi grottescamente che esistono le risorse per realizzarlo, sottraendole a un fallimentare intento di segregazione razziale.