
(Salvatore Toscano – lindipendente.online) – Là dove c’era la produzione di auto ora c’è quella dei missili. La parafrasi di Adriano Celentano ben riassume la parabola di Pomigliano d’Arco, per decenni volto dell’automotive napoletano e meridionale. Oggi, tra le pieghe della crisi del settore, si insinua la produzione militare. È recente la scelta di portare MBDA, leader mondiale nella produzione di missili e sistemi d’arma complessi, in quest’area industriale, in capannoni pronti all’uso che avrebbero potuto ospitare un futuro diverso per la città, come sottolineato da associazioni e partiti locali. Rispetto all’attuale status quo — che vede già presente Leonardo, coi suoi reparti civili, e Avio, specializzato nella fornitura di componentistica per l’aeronautica civile e militare — il salto di qualità è netto.
La storia industriale di Pomigliano d’Arco nasce con due volti: uno aeronautico e l’altro automobilistico. Per decenni il polo viene associato, nella memoria collettiva, allo stabilimento dell’Alfasud-Alfa Romeo, che nel periodo di massima estensione, più o meno a metà degli anni ’70, contava oltre 15mila lavoratori. Poi il progressivo declino e i diversi passaggi di proprietà, tra FIAT, FCA e infine Stellantis, che oggi conta qualche migliaio di dipendenti. Su di loro grava il peso della precarietà e dei licenziamenti periodici, giustificati dalla multinazionale italo-francese con la crisi delle vendite.
In un periodo di riassetto industriale, a beneficiare dell’arretramento del settore automobilistico, visti anche gli attuali venti bellici e le aperture politiche alla riconversione militare delle fabbriche, potrebbe essere il comparto aereo. Per il momento, quest’ultimo si espande nei capannoni della Leonardo. Qui è stato infatti inaugurato il nuovo polo campano di MBDA, già presente a Bacoli. Il principale consorzio europeo della produzione missilistica è partecipato al 25% proprio dalla Leonardo, che in questo modo implementa a Pomigliano il settore militare, affiancandolo a quello civile. Le attività MBDA si muoveranno lungo tre direttrici: sistemi d’arma complessi (missili, lanciatori e relativa tecnologia di controllo), lavorazioni ceramiche per le “punte” dei missili e interventi di precisione su componenti metallici.
«Il polo campano rappresenta una grande opportunità, per il suo valore industriale e tecnologico e per le prospettive occupazionali sul territorio», ha dichiarato l’amministratore delegato di MBDA Renzo Tosini, presente alla cerimonia d’inaugurazione insieme all’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani e a diversi esponenti politici, del governo e degli enti locali, tra cui il sindaco di Pomigliano d’Arco Raffaele Russo. Quest’ultimo ha rimarcato la creazione di nuovi posti di lavoro, circa 200 nei prossimi 5 anni, e dichiarato: «molti storcono il naso di fronte ad un’azienda che produce armi di difesa richiamando l’articolo della Costituzione con il quale si dice che l’Italia ripudia la guerra, ma dimenticando che ce n’è un altro che dice che l’Italia ha il dovere di difendere i nostri confini».
Sul punto sono intervenuti associazioni e partiti locali di opposizione, richiamando l’articolo 11 della Costituzione e facendo notare che le armi prodotte a Pomigliano non serviranno a difendere il territorio ma a causare devastazione altrove, a partire dalla Palestina. Un’inchiesta del Guardian ha documentato l’invio di armi MBDA in Israele, utilizzate poi sui civili.
L’arrivo del consorzio europeo a Pomigliano viene visto come il grimaldello per la futura espansione militare della Leonardo, che al momento opera coi reparti civili. Sono diversi i rapporti che denunciano la complicità dell’azienda italiana nei crimini israeliani. La Relatrice speciale ONU l’ha inserita tra le società che traggono beneficio dal «progetto coloniale israeliano». BDS Italia ha ricostruito i legami tra l’apparato militare di Tel Aviv e Leonardo, che avrebbe continuato a mandare tecnologie, componenti e sistemi d’arma in Israele anche dopo il 7 ottobre e dunque l’assedio sfociato presto in genocidio. Sarebbero almeno 150 le spedizioni di materiale bellico, secondo il dossier pubblicato dai Giovani Palestinesi. Una realtà dei fatti che scoperchia le dichiarazioni entusiaste del mondo politico, al centro di una crisi di rappresentanza emersa proprio durante le oceaniche mobilitazioni a sostegno del popolo palestinese.