Brasile e Serbia rompono con i loro padrini politici: il weekend nero di Trump e Putin. E una lezione per i movimenti studenteschi italiani

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – A quel mondo che sembrava sciogliersi come il burro, indottrinato dai bullismi di Stato e dalle spietate leggi del Far West, ieri Serbia e Brasile hanno opposto un fiero argine. Con pazienza e dedizione milioni di persone non solo hanno piegato l’inerzia dei tempi, ma hanno fortificato la narrazione democratica, impedendo che la piena autoritaria spazzasse via coscienza critica, buon senso e capacità di distinguere la propaganda dalla realtà. Questo, il riassunto per grandi linee. Certo, tutto questo forse suona un po’ esagerato e, specie nel caso della Serbia, bisogna capire – prima di cantare vittoria – cosa c’è davvero in quella scatola chiusa che prende il nome di movimento studentesco.

Tuttavia, non sfugge l’importanza storica del voto di ieri. Intanto, era fondamentale spezzare il filo del trumpismo in America Latina, dove negli ultimi anni l’influenza della destra radicale aveva raccolto consensi quasi ovunque: dall’Argentina di Milei al Perù, passando per la Bolivia, fino al Venezuela, dove – deposto Maduro – gli Stati Uniti hanno rimpiazzato il presidente con la sua ex vice, Dercy Rodriguez, con ordini di scuderia di segno opposto. Ci riesce per la quarta volta Ignacio Lula da Silva, l’usato sicuro, si potrebbe dire. E lo fa in maniera rocambolesca, recuperando il distacco dal primo turno contro il suo avversario, il figlio d’arte Flavio Bolsonaro, con un mix di promesse di sussidi, la vittoria nello stato chiave del Minas Gerais e, incredibile dictu, grazie all’investimento massiccio sulla comunicazione WhatsApp, creando un canale chiamato “l’esercito di Lula” (O tempora…). Del resto, Lula ci ha abituati alle sorprese. A ottant’anni suonati, l’ex sindacalista di origine operaia continua a sfidare il tempo con una vitalità che sembra non conoscere usura. Dalla fondazione del Partito dei Lavoratori negli anni della dittatura militare brasiliana – il famigerato Regime dei Gorillas – attraverso scioperi, sconfitte, trionfi e persino il carcere: nel 2018 trascorse 580 giorni in prigione con accuse di corruzione e riciclaggio legate a un appartamento sul litorale, in una vicenda che avrebbe poi alimentato infinite polemiche politiche e giudiziarie. Insomma, lo si può amare o detestare, ma una cosa è difficile negarla: Lula appartiene ormai alla categoria di quei personaggi che sconfinano nella mitologia politica.

E anche la piccola Serbia, per anni adagiata su posizioni conservatrici e tradizionalmente vicina alla Russia di Putin, oggi tira un sospiro di sollievo. La sconfitta di Vučić segna infatti l’arretramento di un vecchio modo di concepire il potere nei Balcani e l’affacciarsi di un movimento trascinato dagli studenti, inedito da queste parti.

Vale la pena ricordare chi è Aleksandar Vučić. L’uomo che per dodici anni ha dominato la politica serba, ministro durante il regime di Milošević, negli anni delle Tigri di Arkan e del massacro di Srebrenica. Nel luglio del 1995, pochi giorni dopo la strage in cui oltre ottomila musulmani bosniaci furono assassinati dalle forze serbo‑bosniache, arrivò a dichiarare: “Se voi uccidete un serbo, noi uccideremo cento musulmani”. Insomma, non proprio uno stinco di santo. E nessuna sorpresa che avesse in Putin il suo mentore principale. Il cuore della Serbia, si è sempre detto, batte a Mosca. Eppure, dopo dodici anni di potere quasi incontrastato, a fare la differenza non sono state élite, apparati o potenze straniere. È stata una mobilitazione pacifica di giovani capaci di organizzarsi, costruire consenso e, infine, vincere.

Ora, per essere chiari: nessuno si illude che in Brasile, dove la corruzione continua a rappresentare un problema strutturale, o in Serbia, dove lo stesso movimento studentesco non ha mai chiarito fino in fondo la propria collocazione internazionale, mantenendo una prudente equidistanza tra Occidente e Russia, sia iniziata una nuova era. Troppe le differenze tra le due società e le motivazioni dei vincitori.

E certo, nessuno pensa che il vecchio Lula da una parte, o gli studenti di Belgrado dall’altra, abbiano risolto i problemi dei loro Paesi con una sola vittoria elettorale o politica. Ma qualcosa è stata fatta: vedendo… facendo, si dice dalle mie parti.

Ma in questa tornata elettorale sembra ci sia un massimo comunque denominatore: che a perdere nettamente queste elezioni, in Brasile e in Serbia, siano stati – in certo qual modo – i due autarchi del momento, i più potenti, feroci e i più divisivi: Trump da una parte, Putin dall’altra. La dottrina putiniana del “seek and destroy”, insieme alla scuola Maga dell’ultradestra conservatrice trumpiana, poco incline alla democrazia, non soltanto non garantisce più il successo politico, “per emulazione”, ma spesso produce l’effetto opposto. Dove arriva l’endorsement di Trump, poi, sempre più spesso arriva – puntuale – anche la sconfitta.

E soprattutto, c’è qualcosa di più genuino: la coscienza critica, la capacità di immaginare una prospettiva diversa e un altro modo di affrontare i problemi reali sono ancora possibili. Sentirsi già in gabbia, o dentro la ruota come un criceto, non paga. Peggio ancora: non paga sentirsi vittima designata di un complotto storico. Mi sentirei di ricordarlo anche ai nostri manifestanti, compresi quelli più malintenzionati a spaccare vetrine e a mettere sottosopra le città. Se questi giovani pieni di rabbia e aspettative hanno davvero qualcosa da dire, facciano pressione politica, mettano le loro forze – e perché no, la loro rabbia – al servizio di un progetto non violento. Tentino il dialogo con i movimenti storici, oppure ne costruiscano di nuovi, come hanno fatto i giovani a Belgrado e in tutta la Serbia. Per una volta, l’antico slogan sembra tornare attuale, oltre che utile: volere è potere.

Peraltro, e concludo: vista la sfiga che ultimamente porta Trump, stasera non dormirei sonni tranquilli – quelli mai! visto i crimini che ha perpetrato e per cui prima o poi dovrà rispondere – se fossi Netanyahu.

L’endorsement del tycoon americano sulle imminenti elezioni in Israele – “sei un combattente e vincerai” – potrebbe infatti essere letale. Del resto, non c’è due senza tre. E forse la Nemesi ha cominciato ad abbattersi sulle malefatte di Trump. Ma per esserne davvero certi, di questa inversione dell’inerzia, bisognerà aspettare – fiduciosi – i Midterms fra pochi, pochissimi giorni ormai. Insomma, queste due settimane potrebbero davvero scoprire scenari impensabili e regalarci qualche bella sorpresa francamente insperata solo fino a qualche settimana fa.