
(di Giandomenico Crapis – ilfattoquotidiano.it) – Questo non è un articolo sul consenso alla Meloni, in discesa, in ascesa o stazionario; non è un pezzo sulle ragioni di eventuali cali, crescite o tenute. Troppo complesso dipanarne la matassa senza un passaggio elettorale vero, troppe volte i sondaggi sono stati smentiti dal voto reale. Vuole essere piuttosto un articolo sullo stato dell’informazione televisiva nel nostro paese, di cui il dibattito pubblico si occupa poco, una fotografia a numeri e dati che vivono seminascosti negli anfratti del sito del Garante, cifre che pochi leggono e soprattutto pochi commentano, ma che meritano attenzione: un modo per ricordarci della gigantesca anomalia nata dalla mancata risoluzione del conflitto d’interessi di Berlusconi e dall’assenza di una riforma liberale del sistema tv dopo la fine del monopolio Rai.
Per capire, dunque, meglio come funziona l’informazione italiana ho analizzato il “parlato” concesso alla premier nell’ultimo anno dai vari Tg generalisti, confrontandolo con quello ai due leader dell’opposizione. I dati sono sul sito Agcom e il periodo va dal settembre 2025 al settembre scorso (tranne agosto che il Garante non ha monitorato). Va aggiunto che la ricognizione si ferma ai soli telegiornali anche perché sono i programmi d’informazione, a partire dal Tg1 e dal Tg5, decisamente più visti. Il Tg1, tra l’altro, rimane ancora il telegiornale con più ascolti, insieme al Tg5, benché entrambi abbiano ridotto di molto l’audience, anche solo rispetto a tre anni fa (forse la gente si è stancata dello squallido carosello messo in scena per raccontare la politica, uno spettacolo che certo non avvicina alle urne i cittadini). Il Tg più visto è quello Rai delle 20 con una media di ben oltre i 4 milioni di spettatori. Nel 2023 però gli spettatori erano 5 milioni. Il Tg5 segue a distanza, sotto di circa un milione di spettatori. La nostra ricerca, quindi, dice che nei sette principali Tg la Meloni parla per 1090 minuti, mentre la Schlein per 483, Conte per 395, Tajani per 710.
Non bastasse però questo dato, quello che emerge con clamore riguarda il Tg5 e più in generale Mediaset che restituisce una informazione politica non solo asimmetrica e sbilanciata ma spudoratamente faziosa. Al Tg diretto da Mimum – celebre, oltre che per il famigerato panino, per episodi di raro servilismo come la trasmissione integrale al Tg5, ad agosto 2013, di un video di 9 minuti in cui B. attaccava la Cassazione che lo aveva condannato a 4 anni per frode fiscale – la premier ottiene 329 minuti di “parlato” a fronte dei 91 della Schlein e dei 76 di Conte. Un’esposizione monstre, una enormità senza nessuna giustificazione giornalistica. Non succedeva neanche con Renzi, per dire. Tanto che al confronto pure il Tg1 di Chiocci, che quanto a tifo non scherza, sembra un campione di obiettività. Nel mese di settembre poi Mimum si supera, appaltando più del 30% del suo giornale alla premier.
Ma, nel complesso, è tutta Mediaset che con i suoi telegiornali riserva spazi inverosimili sia alla Meloni che a Forza Italia: alla prima concede quasi 700 minuti (nel periodo settembre 25-settembre 26), tre volte e mezzo la Schlein e quasi cinque rispetto a Conte, mentre FI è fortemente sovrarappresentata rispetto agli altri partiti. Il suo segretario Tajani, poi, vicepremier, è secondo solo a Meloni quanto a dichiarazioni in voce, realizzando il triplo di Conte e il doppio di Schlein. Ora che ne facciamo di questi numeri? L’Autorità garante che li pubblica li legge o è attenta solo ai dati generali? Perché è chiaro che un minuto concesso a un leader ‘pesa’ molto di più che concesso a un qualunque onorevole dello stesso partito e un minuto al Tg1 o al Tg5 vale molto di più che al Tg2 o al Tg4.
Cosa c’entri Berlusconi e il suo conflitto di intressi con l’attuale governo che tra l’altro non è in cima al gradimento della famiglia Berlusconi e che Berlusconi stesso ha in qualche modo subito, lo sa solo l’articolista. Ma la citazione a sproposito conferma che ricchissima miniera Berlusconi sia stato, tanto che vi si attinge pure da morto.
Ma il punto è un altro e riguarda l’analisi dai tratti omissivi che l articolista fa.
Se si vuole essere onesti (e mi sa che non lo si vuole affatto) occorre dividere il tempo analizzato che è il tutto in tempo dedicatogli per la funzione istituzionale da quello dedicatogli in quanto capo di un partito, cioè tempo prettamente politico.
Se con onestà si fa questo si constata come una parte enorme dello spazio televisivo della Meloni sia
“tempo istituzionale” cioè di comunicazione per attività legate esclusivamente alla presidenza del Consiglio, ai vertici internazionali e ai decreti).
Se si opera questa distinzione, necessaria per una corretta valutazione, si riscontra che lo scarto con il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle si riduce notevolmente.
È sempre stato così in italia e gli sconvolgimenti che viviamo in questo momento chiamano in causa il governo in misura maggiore che in altri momenti non così convulsi, dandogli di conseguenza una maggiore esposizione mediatica complessiva.
Del resto, non avemmo forse analoga (analoga per i motivi istituzionali) iper esposizione di Conte a suo tempo, con altrettanto analoga coda di polemiche dall’opposizione che lamentava la sovraesposizione di Conte (che pilotato da Casalino ne approfittava per guadagnare in notorietà)?
Infine, d’accordo che sui tg resti un gap, pure se molto ridimensionato alla luce di una corretta ripartizione del tempo tra istituzionale e politico, ma come la mettiamo con tresmissioni come In altre parole, Di martedì o Otto emezzo ( divenuta ormai 8,50 coi venti minuti di pubblicità che la precedono) nella quale la sfacciata faziosità della Gruber raggiunge vette himmalaiame (gli inuit del polo hanno pescato oggi un foca in meno: secondo lei, nostro ospite di oggi, cosa dovrebbe fare la Meloni)?
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