La segretaria Pd in corsa verso il 2027. La competizione con Conte. E l’unità del partito dietro la sua leadership, in vista delle candidature alle elezioni politiche. Anche con la nuova legge elettorale

(Susanna Turco – lespresso.it) – Lo squarcio della tela è arrivato domenica con una frase da rasoio di Occam, quando Elly Schlein ha annunciato all’assemblea del Pd riunita alla Nuvola di Roma che era «onorata e orgogliosa» di guidare il partito «come candidata alla presidenza del Consiglio, con o senza primarie». Poche parole, lungamente meditate. Quasi la rottura del sortilegio in cui non solo i democratici ma il centrosinistra è rimasto incantato per l’intera estate, avvolto tra le soluzioni più inverosimili: primarie sì, primarie no, terzi uomini, federatore e federatrici; addirittura un ex ministro politicamente avveduto come Roberto Speranza, tra i vapori di un rovente agosto, è arrivato a proporre di indicare sulla scheda il nome di un partigiano o un diciottenne.
Per il partito democratico adesso tutto riparte. Con i sondaggi che finalmente si fanno tra coalizioni (ha cominciato Swg per La7, prevale di poco il centrosinistra) e la discussione tra gli alleati, a partire dai Cinque stelle di Giuseppe Conte, spostata sul programma e sul come e quando delle primarie. Con la segretaria del Pd che si porta a casa l’unità del partito, lo slittamento del congresso. E un ordine del giorno, che ha provocato qualche mugugno nelle retrovie, in cui si specifica che nel caso di primarie lei sarebbe l’unica candidata (una sola obiezione esplicita è arrivata dai riformisti di Lorenzo Guerini, 26 astenuti su 607 votanti).
Può sembrare una questione pleonastica, così l’hanno considerata alcuni, ma in realtà è un passaggio centrale perché quel sostegno non era affatto pacifico. Non soltanto perché c’era l’europarlamentare Giorgio Gori che voleva candidarsi anche lui, a nome dei riformisti, ma soprattutto perché da mesi e mesi si parlava di una sotterranea corrente di simpatia di notabili dem verso Giuseppe Conte (chi conosce sia le stanze del Nazareno che quelle di palazzo Chigi lo chiama «il comitato elettorale di Conte dentro il Pd»). In ultimo è sfociata persino nell’ipotesi di invitare il leader M5S al raduno di Montepulciano, dove nel fine settimana si vedrà di nuovo radunarsi il correntone pro-segretaria composto da Areadem di Dario Franceschini, Dems di Andrea Orlando e Peppe Provenzano, e l’ex Articolo 1 di Speranza. Il gruppo si è riunito per la prima volta un anno fa, alla fine di novembre 2025, offrendosi come base della segreteria Schlein, ma per la verità non con grande successo. All’epoca lei, nel ringraziarli, rispedì cortesemente l’offerta al mittente («continuerò ad essere la segretaria di tutti»). La storia successiva del partito democratico è sostanzialmente andata in un’altra direzione, e nel frattempo anche sui territori il correntone è rimasto diviso nei suoi tre tronconi. Ad ogni buon conto anche stavolta Schlein sarà a Montepulciano alla chiusura del meeting, domenica mattina. Mentre non sarà all’altro appuntamento del weekend, quello organizzato a Roma attorno a Progetto civico di Alessandro Onorato: sulle agenzie di stampa sono comparsi due programmi, prima con, dopo senza la segretaria del Pd, segno che dalle parti del Nazareno si è voluta eliminare ogni ambiguità (Schlein sarà a Cagliari per la chiusura della festa dell’Unità, al Centro congressi Shangri-là dell’Eur andrà invece il presidente del Pd Stefano Bonaccini). Del resto, adesso è proprio quello del centro (o dei centri) uno tra i punti più scottanti, come L’Espresso aveva raccontato già all’inizio di settembre.
Ora però si fa sul serio, perché a questo punto si avvicinano i due appuntamenti chiave: le primarie, dove la segretaria ha ormai vincolato tutto il partito ad appoggiarla (sempre che si facciano), e le elezioni politiche. Che si terranno con la nuova legge elettorale appena votata dalla maggioranza in Parlamento, che introduce meccanismi che persino i più esperti faticano a decifrare. Nel Pd c’è chi la chiama «sudoku» e la definisce «di pazzesca complessità», con snodi che «nemmeno il centrodestra ha ancora decifrato». La difficoltà principale – sempre al netto della pronuncia della Consulta che potrebbe modificare anche questo punto, oltreché il premio di maggioranza e l’obbligo di indicare il candidato premier – riguarda l’imbuto che si viene a creare tra la lista che scatta col premio di maggioranza, che non è su base nazionale ma divisa in circoscrizioni e dovrà essere concordata dall’intera coalizione, e le liste dei singoli partiti, che dovranno essere composte in ciascuna circoscrizione tenendo conto degli incastri col listone maggioritario, ma anche dell’equilibrio tra capilista bloccati e portatori di preferenze.
In questo rompicapo da far impazzire anche il più scafato dei professionisti delle crocette, per la maggioranza dei partiti la questione non esiste perché eleggeranno solo i capilista, per il partito democratico – praticamente l’unico rimasto con un radicamento sul territorio degno di questo nome – è ancora una volta un cambio che, potenzialmente, rimette in discussione tutta la governance del partito. Tanto più perché, come hanno cominciato a calcolare nel Pd «con le preferenze entrerà circa il 40 per cento degli eletti del Pd del prossimo Parlamento». Già la settimana scorsa, al raduno dei parlamentari democratici a Rondine Cittadella della pace, Schlein ha cominciato a dare il segnale conseguente: «Ci sarà spazio per tutti, come alle Europee, dove abbiamo fatto anche innesti interessanti».
Il precedente cui guardare è proprio quello delle Europee. Lì la segretaria del Pd, sfidando i sondaggi che la davano al 18 per cento e anche una certa sottovalutazione della sua freddezza, accanto a novità come Cecilia Strada e Annalisa Corrado, reclutò personaggi come Stefano Bonaccini, Antonio Decaro, Giorgio Gori. Non per forza (ancora) della sua maggioranza, anzi tutto il contrario. Purché fosse gente che correva davvero, che portava e non si faceva portare. Il risultato fu una marea di voti (il 24 per cento, del resto da solo l’attuale governatore della Puglia portò cinquecentomila preferenze, «half million» diventò il suo soprannome a Bruxelles) e l’unità del Pd: il prezzo fu un gruppo parlamentare europeo non esattamente a sua immagine e somiglianza.
Ecco, avvicinandosi il voto, di nuovo con le (per quanto limitate) preferenze, si può immaginare qualcosa di simile a un palio di Siena. Coi cavalli al canapo che si preparano a correre e trainare le liste. Ma, modello sudoku, prima di avere in premio un posto al canapo, ci sono le primarie da vincere. E tutti i capi, capetti, consiglieri regionali e locali del partito democratico dovranno dimostrare di aver fiato da vendere per portare la segretaria a vincere.
Non a caso in questi giorni nel Pd sono in molti a ricordare la lunghissima operazione in Campania. Che è partita con Vincenzo De Luca che si faceva votare anche dai consiglieri del Pd una legge regionale per abolire il limite del terzo mandato ed è finita con l’elezione al suo posto di Roberto Fico, con percentuali bulgare e un’alleanza larghissima, Cinque stelle in testa naturalmente. Anche lì Schlein ha pagato un prezzo, ma ha dimostrato il suo pragmatismo: l’opposto di quella immagine di sciamannata fuoriuscita da un centro sociale cui la associano i critici più ripetitivi. Ma in questi giorni in cui nonostante tutto è tornato a serpeggiare il timore di qualche mossa a sorpresa di Giuseppe Conte, ecco che la Campania è stata evocata: prova della capacità di tenere insieme tutti, e di stringere un’alleanza che a questo punto anche per i Cinque stelle è difficile da buttare al macero. Come dimostrano le posizioni dell’avvocato ex premier all’indomani dell’assemblea Pd. Primarie da fare «il prima possibile» e a un turno. Il quando e il come, appunto.
E d’altra parte, per quel che riguarda il Pd, Schlein candidandosi a guidarlo si diede come compito quello di «spostare la testa dell’elefante», non di cambiare mammifero: una sfida persino più ambiziosa. Già vinta con le Europee, adesso da ricominciare.
