L’ecosistema finanziario sta peggiorando a gran velocità e il dibattito pubblico italiano avvelenato dalla campagna elettorale non se ne accorge

Lo spread torna a salire e fa cadere l’unico successo rivendicato dalla Melonomics

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Toh, chi si rivede, Mister Spread. Pensavamo di averlo rinchiuso per sempre dentro al trolley di Mario Monti nel 2011, l’anno della sobrietà.

Quando il professore col loden impose il saio fiscale agli italiani dopo i “magnifici Venti” del Cavaliere, i ristoranti pieni e l’abolizione dell’Ici, le cene eleganti i condoni a pioggia. E invece è tornato, più minaccioso che mai. Il differenziale tra i tassi dei Btp italiani e quelli dei Bund tedeschi ha già superato quota 100, e promette di crescere ancora. Giorgia e i suoi Fratelli tacciono, e se ne capisce il motivo: fino al 4 settembre il calo dello spread era stato l’unico successo concreto della vacua Melonomics, rivendicato nel farlocco storytelling sul “governo più longevo della Storia repubblicana”. Adesso ci stiamo perdendo pure quello. Gli shock energetici e le tensioni sui Treasury Usa stanno spingendo al rialzo i rendimenti: per comprare un decennale italiano, il mercato secondario chiede ormai il 4,59%, un livello che non si vedeva da tre anni. Se provi a parlarne a Palazzo Chigi o al Mef buttano la croce addosso all’apposita Francia, che sconta un differenziale a 119 punti.

La rivoluzione della finanza

Ma proprio questo è il problema, che i patrioti al comando fanno finta di non capire: qui sta cambiando tutto, l’ecosistema finanziario nel quale ci muoviamo sta peggiorando a gran velocità, e il dibattito pubblico italico, già avvelenato dalla campagna elettorale, non se n’è neanche accorto. Spinta dal costo dei carburanti, l’inflazione galoppa al 4,3%: livelli mai visti, da pecora nera del Continente. Da dicembre 2025 a oggi i rendimenti globali dei bond governativi stanno schizzando ovunque: i giapponesi sono volati dal 2 al 3%, i tedeschi dal 2,9 al 3,4, i francesi dal 3,5 al 4,5, gli americani dal 4 oltre i 5, gli inglesi dal 4,5 al 5,2. L’aumento dei tassi deciso dalla Fed è solo l’inizio di una stretta monetaria che si allargherà a tutte le altre banche centrali. L’impatto sui bilanci pubblici sarà pesante. L’Economist ha calcolato che se tutto il debito esistente dovesse essere rifinanziato ai rendimenti attuali a cinque anni, gli sforzi richiesti ai singoli Paesi per stabilizzare il rapporto debito/Pil sarebbero enormi. Al primo posto ci sarebbe la Gran Bretagna, cui sarebbe richiesto un avanzo primario dell’1,5% del Pil. Ma al secondo posto verrebbe l’Italia, che avrebbe bisogno di un avanzo primario dell’1,4%. Lacrime e sangue: altro che abolizione del bollo auto, aumento a 60 mila euro dello scaglione di reddito con aliquota Irpef al 33% e flat tax a pioggia per tutti, dagli autonomi fino a 100 mila euro di reddito ai giovani fino a 35 anni di età. Il governo ha concentrato il fuoco mediatico contro l’Istat per il mancato raggiungimento del 3% di deficit, che ci ha precluso la possibilità di uscire dalla procedura d’infrazione. Così ha dirottato l’attenzione dal vero macigno che continua a pesare sulle spalle della nazione, e del quale i sovranisti all’acqua pazza in quattro anni non si sono curati affatto, cioè il debito pubblico.

L’indebitamento dei Paesi industrializzati

Negli ultimi vent’anni tutti i Paesi industrializzati hanno aumentato il loro indebitamento, che a livello globale è cresciuto dal 70 al 110% del Pil. Ma noi, che partivamo già molto oltre, siamo andati sempre peggio. Eravamo a quota 137,1% del Pil alla fine del 2025, voleremo al 139,2 nel 2027. Tra tassi e rendimenti alle stelle, ecco spiegato il risveglio dello spread e l’aumento della spesa per interessi, che esploderà dal 3,9% di un anno fa al 4,8% dell’anno prossimo. Lo spazio fiscale per fare nuova demagogia a debito non c’è, pena un attacco speculativo contro il Belpaese, piaccia o no il più in bolletta di tutta l’Unione. In queste condizioni critiche, mentre la premier ha la faccia tosta di elemosinare altra flessibilità a Bruxelles, un dubbio categorico si impone: riusciranno le nostre eroiche coalizioni a non spacciare promesse elettorali in grado di far saltare il banco? La dittatura dei mercati è sempre odiosa, ma delle due l’una: o ci stiamo dentro, tenendo conto delle compatibilità, o ne usciamo, come le destre sovraniste tricolori pretendevano fino a qualche anno fa, quando non erano ancora al potere e si facevano beffe del principio di realtà.

Ci pensi bene la maggioranza, prima di vendere “pacchi” al mitico ceto medio, che poi dovrà restituire con una mano quello che avrà preso con l’altra. E ci pensi bene l’opposizione, prima di immolarsi sull’altare degli aiuti militari all’Ucraina, cui finora abbiamo concesso appena l’1,67% dei sostegni totali forniti dall’Occidente. Negli anni ‘80 — come diceva Reagan — il debito americano era abbastanza grande da saper badare a se stesso. Oggi il debito italiano è abbastanza grande da farci fallire.