Il filosofo: «Senza una accentuata progressività delle tasse le proposte sociali sono retorica»

(Francesca Schianchi – lastampa.it) – C’è stato in passato un capitalismo diverso. «Fino alla fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, aveva un’anima borghese, che favoriva una distribuzione delle ricchezze. Cercava, nei limiti del possibile, di salvaguardare i redditi più bassi», spiega il filosofo Massimo Cacciari. «Era un atteggiamento legato anche alla Guerra fredda: questo capitalismo borghese, sui temi sociali doveva fronteggiare la competizione dell’Unione sovietica». A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: «Con Margaret Thatcher e con la destra americana, Ronald Reagan, c’è stata una svolta, quel capitalismo è finito».
Oltre trent’anni dopo siamo arrivati a un capitalismo sfrenato: tanto da mettere in discussione la tenuta democratica delle nostre società?
«È evidente: non può reggere una società democratica dove la speranza di crescita di benessere e l’incremento dell’area dei diritti vengono interrotti. La democrazia non è un’ideologia, si innesta su processi economici».
E qui viene il tema della redistribuzione. Nota però Carofiglio come si sia consolidata la retorica del merito, che tende a colpevolizzare la povertà come una responsabilità individuale.
«Questo fa parte dell’ideologia del nuovo capitalismo. È chiaro che il merito è essenziale, una politica redistributiva deve essere efficace, non vuol dire egualitarismo, ma questo non significa un capitalismo finanziario che assorbe l’intera ricchezza prodotta e persegue le diseguaglianze con ogni mezzo».
A proposito di merito, chiedo a lei che è docente universitario: lo studio è ancora in grado di svolgere la funzione di ascensore sociale?
«Assolutamente no. Pensi che il nuovo capitalismo dei Peter Thiel e degli Elon Musk sostiene di assumere solo quelli che non hanno frequentato l’Università: le persone vanno formate all’interno delle loro tecnostrutture. Certo, questo è un atteggiamento soprattutto americano, di rottura polemica con la scuola. Ma è un dato che anche le nostre Università non riescono più a fare da ascensore sociale».
Lei attribuisce la nascita di questo nuovo capitalismo in particolare alla destra americana. C’è una responsabilità anche della sinistra? Ad esempio nel sottovalutare i rischi della globalizzazione?
«Non c’è dubbio che ci sia stata l’illusione diffusa che bisognasse mettersi sui binari della globalizzazione, e ci si sono accomodati tutti, compresi Tony Blair e Bill Clinton. Poi, certo, loro sostenevano la necessità di contemperare con politiche sociali, ma sono saliti tutti sul carro del vincitore. Per anni non c’è stata una politica critica, e ora ci svegliamo dolorosamente».
La politica ha capito i rischi che stiamo correndo secondo lei?
«Neanche un po’. L’Europa in particolare non sta capendo nulla, né di queste questioni, né di politica estera. Altrimenti non avrebbe perso così tanto peso e importanza».
Da queste pagine Carofiglio ha lanciato la proposta di un fondo imprevisti per la classe media da finanziare con un’imposta progressiva sopra i 10 milioni di euro. La convince?
«Il punto è esattamente che bisogna parlare di progressività delle imposte. È stata il perno delle politiche dei social-democratici ma anche dei cristiano-popolari nel secondo Dopoguerra, fino agli anni Novanta. Poi si è diffuso il mantra delle tasse che, per carità, non si toccano, la flat tax tutte quelle robe lì…».
Lo slogan berlusconiano mai tramontato del «Meno tasse per tutti».
«Una retorica che si è diffusa ovunque».
E ha contagiato anche la sinistra?
«Contagiato? (ride). La sinistra si è profondamente ammalata! Non vede che non ha il coraggio di dire niente sulle politiche fiscali per paura di perdere voti?».
Dovrebbe avere il coraggio di parlare apertamente di patrimoniale?
«Dovrebbe avere il coraggio di proporre delle politiche fiscali accentuatamente progressive. La progressività è prevista in Costituzione, e se non si pratica, tutti i discorsi sulle proposte sociali sono privi di fondamento, perché dove le trovi le risorse? Con più di tremila miliardi di debito pubblico non possiamo più indebitarci, devi trovare le coperture: che sia la patrimoniale o altro, considerato anche che un terzo degli italiani non pagano le tasse. Altrimenti tutte le proposte come quelle su sanità e scuola sono pura retorica».
È favorevole alla proposta di salario minimo?
«È una proposta assolutamente sensata che diventerà necessaria, con uno sviluppo economico così squilibrato e un’accelerazione tecnologica che andrà verso la riduzione del cosiddetto lavoro necessario. Ma va articolata bene e, appunto, sostenuta da una politica fiscale coerente, altrimenti non è sostenibile a lungo».
Le sembra che, in vista delle elezioni, lo schieramento progressista, il cosiddetto campo largo, stia facendo uno sforzo per affrontare il tema gigantesco delle diseguaglianze?
«Speriamo, ammesso che un programma prima o poi verrà fuori… Il fatto è che c’è un problema speculare in entrambe le coalizioni».
Cioè, quale?
«In nessuna delle due c’è una vera unità, ci sono faglie di divisione analoghe sui perni fondamentali della politica economica e della politica estera».
Questo rende difficile proposte coraggiose?
«Servirebbe uno sparigliatore che metta insieme i pezzi di destra e di sinistra che sono d’accordo su alcuni temi».
Uno che scompagina gli schieramenti e rimescola le carte?
«Esatto. Dieci anni fa avrebbe potuto farlo Matteo Renzi, ma non c’è riuscito».
Intervista che condivido in buona parte nella sostanza; meno nella forma.
«Fino alla fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, aveva un’anima borghese, che favoriva una distribuzione delle ricchezze. Cercava, nei limiti del possibile, di salvaguardare i redditi più bassi»
«Era un atteggiamento legato anche alla Guerra fredda: questo capitalismo borghese, sui temi sociali doveva fronteggiare la competizione dell’Unione sovietica»
Quindi non è che ci fosse un capitalismo più “buono” o più “borghese” perchè fosse meno esigente; c’era un capitalismo che aveva un suo contrappeso politico e tale contrappeso ne modificava il comportamento.
In parole semplici: non era più “buono”, era costretto ad esserlo; sono due cose diverse e non di poco.
“A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: «Con Margaret Thatcher e con la destra americana, Ronald Reagan, c’è stata una svolta, quel capitalismo è finito».
Questa è una semplificazione grossolana.
Thatcher e Reagan non causano una svolta; sono la risposta politica ad un cambio epocale dell’economia.
Nell’immediato dopoguerra il contesto economico era caratterizzato da crescita elevata della produttività; ricostruzione postbellica; forte crescita demografica; industrializzazione.
Al contempo la presenza di un modello politico alternativo unitamente alla crescita economica garantiva tassazione progressiva molto elevata in diversi paesi; welfare in espansione, sindacati forti e forte regolamentazione del mercato dei capitali.
Negli anni 70 lo scenario comincia a cambiare: stagflazione, crescita che inizia a rallentare, crisi petrolifere, fine di Bretton Woods.
Quindi il nesso: arrivano Thatcher e Reagan cambia l’economia è tutto da dimostrare.
Semmai cambia l’economia, iniziano a cambiare le politiche economiche e arrivano Thatcher e Reagan che danno un volto a questo cambiamento.
La democrazia non è un’ideologia, si innesta su processi economici».
Molto sintetico ma la logica di fondo è chiara.
Una democrazia redistributiva può funzionare molto meglio quando la torta cresce.
Se la produttività cresce puoi avere contemporaneamente crescita dei salari, dei profitti, aumento delle entrate fiscali, miglioramento del welfare.
Non necessariamente devi togliere 10 a qualcuno per dare 10 a qualcun altro.
Il problema diventa molto diverso quando la crescita rallenta; a quel punto la redistribuzione diventa prevalentemente un gioco a somma molto più vicina allo zero: per aumentare il reddito disponibile di un gruppo devi trasferire risorse da un altro, oppure aumentare il debito.
È chiaro che il merito è essenziale, una politica redistributiva deve essere efficace, non vuol dire egualitarismo, ma questo non significa un capitalismo finanziario che assorbe l’intera ricchezza prodotta e persegue le diseguaglianze con ogni mezzo»
Qui Cacciari, pur nella sua radicalità fa un’osservazione poco attenta; si pensi all’introduzione dei PC e di internet nel mondo del lavoro.
Con la loro introduzione la produttività è aumentata, ma solo una parte minoritaria di questa si è tradotta in reddito addizionale per i lavoratori, in maggiore benessere o in maggiore tempo libero.
Buona parte è andata certamente a remunerare il capitale
Un’altra buona parte ha contribuito alla crescita economica di paesi un tempo economicamente più deboli.
Su questo ormai gli studi e le evidenze sono tante.
«Assolutamente no. Pensi che il nuovo capitalismo dei Peter Thiel e degli Elon Musk sostiene di assumere solo quelli che non hanno frequentato l’Università: l
Qui Cacciari generalizza; Il fatto che alcune aziende tecnologiche assumano solo non laureati da formare all’interno delle loro strutture non dimostra che l’università abbia cessato di essere un ascensore sociale.
Per dimostrarlo bisognerebbe guardare alla mobilità intergenerazionale dei laureati rispetto ai non laureati; quanto aumenta la probabilità di raggiungere un reddito elevato per un figlio di famiglia povera se consegue una laurea?
«Dovrebbe avere il coraggio di proporre delle politiche fiscali accentuatamente progressive. La progressività è prevista in Costituzione, e se non si pratica, tutti i discorsi sulle proposte sociali sono privi di fondamento, perché dove le trovi le risorse? Con più di tremila miliardi di debito pubblico non possiamo più indebitarci, devi trovare le coperture: che sia la patrimoniale o altro, considerato anche che un terzo degli italiani non pagano le tasse.
Altrimenti tutte le proposte come quelle su sanità e scuola sono pura retorica».
Cacciari ha ragione da vendere in questo caso; ma può star tranquillo su questo fronte.
Calma piatta e orizzonte TOTALMENTE sgombro.
«È una proposta assolutamente sensata che diventerà necessaria, con uno sviluppo economico così squilibrato e un’accelerazione tecnologica che andrà verso la riduzione del cosiddetto lavoro necessario. Ma va articolata bene e, appunto, sostenuta da una politica fiscale coerente, altrimenti non è sostenibile a lungo».
E plausibile che la tecnologia riduca il lavoro, anche se l’automatismo con cui dovrebbe farlo è meno scontato.
Quindi il salario minimo sarebbe una risposta al punto precedente ovvero dovrebbe essere uno strumento per riequilibrare il gap di produttività che va al capitale anziché al lavoro.
Cacciari ovviamente si pone un problema cruciale Ma va articolata bene
Cioè COME si fa, non solo COSA si fa.
Che conclusioni trarre? Credo che Cacciari sia un po’ più ottimista di me; forse perchè anche meno realista.
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