Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, partecipa in video collegamento alla riunione della Coalizione dei Volenterosi, Roma (Italia) 24 agosto 2026 (Foto Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse)

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(di Michele Ainis – repubblica.it) – È incostituzionale la nuova legge elettorale, in questa settimana alla Camera in terza lettura? Certamente è scostumata, perché offende i buoni costumi d’una Repubblica. Gli inglesi hanno la stessa legge elettorale dal 1832, gli americani dal 1845, i tedeschi dal 1956, i francesi dal 1958. Noi italiani, viceversa, ne abbiamo cambiate cinque negli ultimi trent’anni, e ci apprestiamo a battezzare la sesta creatura. Una nevrosi, e a curarla non basta la Consulta – serve uno psichiatra.

Non che la Costituzione impedisca di correggere le leggi elettorali: i costituenti evitarono di fissare regole vincolanti, benché avessero in mente il sistema proporzionale puro con cui quei 556 uomini e donne erano stati eletti. Ma la scelta di non scegliere fu una decisione saggia, perché non esiste un sistema elettorale perfetto; dipende dalle stagioni della storia, dalla condizione politica e sociale. Talvolta può essere preferibile un sistema maggioritario, talvolta un proporzionale, talvolta un sistema misto. Esistono, però, i sistemi imperfetti, e noi italiani ne sappiamo qualcosa.

Ma le (molte) imperfezioni dell’ultima trovata la rendono illegittima? Potremmo rispondere usando la vecchia battuta di Boskov, l’allenatore che portò la Sampdoria allo scudetto: «rigore è quando arbitro fischia». E così una legge è incostituzionale quando lo dichiara la Consulta. Giacché il diritto è opinabile, come e più delle altre scienze umane, e d’altronde la giurisprudenza costituzionale non procede sempre in linea retta. Ma è ancora più opinabile quando, come in questo caso, vengano in gioco questioni che non investono tanto la legittimità di una certa decisione normativa, bensì la sua conformità a un canone di ragionevolezza, o meglio di proporzionalità. Quando, cioè, viene in gioco una questione di misura.

È il caso del premio di maggioranza (un balzo dal 42 per cento dei voti al 55 per cento dei seggi). Ma è anche il caso delle due modifiche introdotte dal Senato: le preferenze e l’innalzamento del numero di sottoscrizioni per le liste non rappresentate in Parlamento. C’è una soglia al di sotto della quale le preferenze sono insufficienti o al di sopra della quale le sottoscrizioni sono troppo alte? E c’è una soglia oltre la quale il premio di maggioranza diventa abnorme? C’è, ma è impossibile determinarla con un numero fisso. Nel diritto, come nella vita, si riflette una carica d’indeterminatezza. Come mostrano i due paradossi del mucchio e del calvo, attribuiti entrambi a Eubulide di Mileto. Certamente due chicchi di grano non fanno un mucchio, e nemmeno tre chicchi; ma continuando ad aggiungerne prima o poi si toccherà un livello che tutti giudicheranno un mucchio, senza che però sia mai possibile concordare sull’istante in cui tale passaggio si verifica. Analogamente, se a un uomo strappano uno per uno i capelli dalla testa, quest’ultimo a un certo punto potrà considerarsi calvo: ma quando esattamente?

Quanto alle preferenze, il punto non è la novità, bensì la sua misura. La legge in vigore dal 2017 estrae dai listini bloccati 245 deputati e 122 senatori, ma assegna il 37 per cento dei seggi con un maggioritario, nei collegi uninominali. Quindi per almeno un terzo della rappresentanza parlamentare l’elettore dispone di un effettivo potere di scelta, anche se le candidature vengono selezionate dai partiti. La nuova legge elimina la quota maggioritaria, risarcendo gli elettori con le preferenze, che tuttavia, a conti fatti, potranno determinare il 5 o al massimo il 10 per cento della rappresentanza, dato che soltanto i partiti maggiori eleggeranno candidati oltre al capolista. E questo è un arretramento sensibile, visibile, come il calvo di Eubulide.

Infine le sottoscrizioni. La nuova legge le quadruplica: da 1500 a 6000. Significa, su base nazionale, l’obbligo impervio di raccogliere 450 mila firme. Sarebbe forse accettabile questa innovazione se fosse ammessa la sottoscrizione online, come avviene per i referendum. Ma in ogni caso quadruplicando le sottoscrizioni s’introduce una norma di sbarramento occulta, che in alcune ragioni supera il 10 per cento. E allora l’uomo di Eubulide diventa doppiamente calvo.