Le recenti scelte del governo rispondono sempre più alla necessità di costruire le condizioni della prossima vittoria elettorale. La premier punta a ricompattare il proprio elettorato, nel frattempo guarda alla sfida per la successione di Mattarella

(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – Giorgia Meloni ha fretta e ha cambiato ritmo. Le scelte del governo rispondono sempre più alla necessità di costruire le condizioni della prossima vittoria elettorale. Sono segnali di un voto sempre più vicino, forse nei primi mesi del 2027. Le misure sulla scuola, le promesse fiscali e l’intervento di Eni sui carburanti – pur diverse tra loro – delineano un comune filo rosso che le attraversa al fine di riportare il confronto sui temi che possono rafforzare il rapporto fra la premier e chi la vota. Provvedimenti simbolici o concreti, ma tali da compattare subito l’elettorato.
La scuola consente di presidiare il terreno dell’identità. Il limite agli alunni stranieri che non conoscono adeguatamente l’italiano viene motivato con l’esigenza di favorire l’integrazione, ma serve anche a rendere visibile una linea di governo sull’immigrazione che possa resistere all’offensiva di Vannacci. Sul versante economico, l’abolizione del bollo auto e l’intenzione di ridurre l’Irpef sui redditi medi si rivolgono a famiglie e lavoratori che chiedono di vedere un beneficio tangibile nella busta paga. Queste sono le classiche manovre di un governo che si appresta a finire rapidamente la legislatura.
Il tetto ai prezzi dei carburanti deciso da Eni è, a sua volta, una misura aziendale e temporanea ma pur sempre coordinata con Palazzo Chigi. Meloni cerca di rispondere contemporaneamente all’inflazione, alla pressione dell’estrema destra, alle richieste fiscali del suo elettore tipo.

Problemi interni
Questa offensiva è anche una reazione a un problema interno alla coalizione. L’aumento della spesa militare e il sostegno all’Ucraina sono elementi della collocazione internazionale di Meloni, ma incontrano resistenze in una parte dell’elettorato di destra. La premier ha interesse a mantenere quella linea senza farne il centro della competizione elettorale. Scuola, fisco e carburanti svolgono perciò una funzione di compensazione e distrazione: offrono ai suoi elettori ragioni più immediate per sostenere il governo, mentre le scelte di politica estera restano ancorate agli impegni assunti con gli alleati.

Lo scontro con il Colle
Anche la frizione con Sergio Mattarella sulla scuola va considerata in questa prospettiva. La campagna elettorale lambisce i poteri dello Stato e non per caso. Dopo le rielezioni di Napolitano e Mattarella, il Quirinale è diventato ancora più centrale in un sistema di partiti deboli.
Il presidente nomina il capo del governo, esercita un’influenza nei passaggi di crisi concorrendo alla formazione del governo, rappresenta una continuità nelle relazioni internazionali, presiede il Consiglio supremo di difesa e nomina cinque giudici costituzionali. Non determina da solo l’indirizzo politico, ma incide sulle condizioni entro cui quell’indirizzo può essere attuato. E, soprattuto, può restare alla testa dello Stato per un tempo molto lungo godendo di una posizione sopraelevata da tutore del sistema politico.
Per questo l’elezione del 2029 non sarà soltanto la scelta di un successore di Mattarella, ma determinerà un equilibrio di potere destinato a condizionare l’intera legislatura e forse a cambiare la storia delle istituzioni repubblicane.
La legge elettorale in discussione inciderà dunque su due partite: la formazione di una maggioranza di governo e la consistenza parlamentare con cui quella maggioranza arriverà all’elezione presidenziale. Dal quarto scrutinio, come noto, è sufficiente la maggioranza assoluta: disporre di numeri adeguati ridurrebbe la necessità di un’intesa con la sinistra.
È questo l’obiettivo strategico di Meloni. Una nuova vittoria le consentirebbe di guidare il governo e, potenzialmente, di concorrere in modo decisivo alla scelta del capo dello Stato.
Per il centrodestra, eleggere un presidente senza un accordo con la sinistra avrebbe anche un valore di legittimazione politica. Significherebbe mostrare che la propria presenza al vertice delle istituzioni non richiede un’investitura politica da parte degli avversari e aprirebbe alla possibilità di contestare la pretesa che la Costituzione appartenga a una sola tradizione. La vera campagna della premier, elettorale e strategica, è cominciata.