Ucraina: la pace oltre l’«armi sì, armi no»

(Bruno Gravagnuolo – lafionda.org) –Dunque, armi sì o no? È tempo di uscire da questa gabbia schematica, che alimenta divisioni ed equivoci. E offre alla destra l’occasione di rimarcare divisioni ben più ampie di quelle che la destra stessa di governo ha al proprio interno. Messa nei termini di un’alternativa secca, la questione è posta male. Ed è tale da bloccare ogni sintesi programmatica. Lo segnalavano di recente due articoli su Rinascita, di Giorgio La Malfa e Simone Oggionni, tuttavia di taglio ancora metodologico. Mentre invece occorre entrare nel merito e segnalare l’impasse dei due leader e della loro attuale impostazione.
E infatti sbagliano tanto Schlein, che proclama una dedizione incondizionata alla causa ucraina, quanto Conte, che, sull’onda di Nova, pare chiudere a ogni supporto difensivo a quel che resta dell’Ucraina non russa. Ovvero ben l’80 per cento, al netto del Donbass, pressoché del tutto in mano russa, salvo la zona fortificata nord-occidentale di esso.
Ebbene, l’auspicata soluzione diplomatica non può che essere coreana. Ovvero: spartizione lungo la linea del fuoco attuale, con garanzie reciproche e una fascia smilitarizzata presidiata non da truppe europee, bensì da forze multinazionali con mandato ONU.
Quindi, al quesito in questione, «armi sì oppure no?», la risposta non può che essere: armi condizionate a una linea rossa. Cioè che Kiev accetti tregua e spartizione e, soprattutto, rinunci a eurotruppe in Ucraina da parte dell’UE.
Altra condizionalità sono le elezioni. Ovvero che si ripristini la democrazia a Kiev e che si svolgano regolari elezioni, perché Zelensky è in arbitraria prorogatio.
E a Putin? A Putin va chiesto lo stop ai bombardamenti e lo stop sulla linea del fuoco, con il reciproco valevole per Kiev. E la rinuncia al Donbass non occupato, che divenga altresì fascia smilitarizzata con truppe ONU e osservatori OSCE, mentre le piccole enclavi ucraine dentro il Donbass vanno sgombrate, così come debbono essere demilitarizzate le zone a ridosso di Sumy.
Kramatorsk, Zaporizhzhia — salvo la centrale — e Bakhmut resterebbero a Kiev. Laddove Sloviansk, Kostiantynivka, Bakhmut e Dnipro — inviolate fortezze armate — resterebbero ucraine. Così come Odessa — non a caso non occupata — e la navigazione sul Dnipro, sbocco al mare per entrambi i contendenti. Il tutto dentro una conferenza di pace multilaterale, che assicuri reciprocamente la Russia e l’Europa, con l’Ucraina nell’UE ma fuori dall’euro-NATO e dal suo complesso militare-industriale. Senza appalti e joint venture. E con un esercito congruo e un ombrello euro-esterno a difesa, che scatti solo a precise condizioni e senza voto a maggioranza nell’UE. E, in più, con l’avallo dell’Assemblea generale dell’ONU.
In conclusione, basta con l’inconcludente «armi sì, armi no», «vedremo» oppure «giammai». Messa così, lo abbiamo detto, la questione resta irrisolvibile. Talché, viceversa, va detto: armi entro certi limiti e a certe condizioni. Ma soprattutto la tregua e la spartizione vanno firmate nel quadro di una conferenza di pace multinazionale che statuisca i termini di una nuova Yalta, con l’Ucraina neutrale benché membro dell’UE e non della NATO. Ne conseguono anche il no al ReArm von der Leyen, lo stop ai bombardamenti russi e il no all’euro-NATO come involucro militare-industriale della nazione ucraina. E infine il no ai volenterosi armati nel Paese e la fine delle sanzioni antirusse, con l’uso degli asset russi per la ricostruzione, al quale già la Russia si è dichiarata disponibile.
Insomma: pace, neutralità, no all’Europa-civiltà, basta isterie alla Calenda-Picierno dentro e fuori il PD. E superamento del diniego assoluto alle armi difensive per Kiev, purché essa accetti la spartizione, la sua neutralità e il quadro di convivenza e sicurezza reciproca con la Russia, dentro una nuova Helsinki del terzo millennio.
È con questa altezza strategica che il campo largo deve ragionare e parlare all’Europa e all’Italia. Con un grande appello alla pace continentale: no euro-NATO, no guerra perpetua di Putin. E allora anche le primarie e il programma, di per sé oggi divisivi al riguardo, potrebbero diventare un momento di passione e di battaglia comune. In grado di delineare un altro ordine del mondo, un’altra Europa, non matrigna e bellicosa, che stritola i popoli con rigore e armamenti. E capace di strappare la bandiera della pace alla destra che se ne è impossessata.
Caro Bruno nn metto in dubbio che tu sia una brava persona;allo stesso tempo sei uno dei 57 milioni di Citti’della Nazionale… Ops dei 57 milioni di geopolitici italiani. Hai forse in mano gli incartamenti che sono passati da pdc a pdc(da Draghi a Meloni)? Sei forse una farfallina che poggiandosi sulla spalla di Macron hai origliato i discorsi tra i volenterosi? Eri il ketchup dell’hamburger di Biden o Donaldo?
un altro Markolino, più educato e magari skillato… ma più sfortunato nella promozione marketing di se stesso.
eh sì Rivera e Mazzola potevano giocare assieme… lo sanno tutti meno che Valcareggi… e intanto l’economia del chiacchiericcio continua a girare e il fatturato cresce
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