La storia del Novecento ci mostra dove può arrivare questo processo quando la distinzione tra «noi» e «loro» diventa principio organizzatore della società

(Daniele Susini – editorialedomani.it) – Quale era l’obiettivo delle leggi razziali del 1938? Escludere, emarginare, discriminare e progressivamente creare un vuoto sociale attorno a una minoranza, in quel caso gli italiani ebrei, trasformandoli da cittadini in un corpo estraneo alla comunità nazionale.

Naturalmente, le dovute proporzioni storiche e giuridiche sono indispensabili: non è possibile sovrapporre la persecuzione antiebraica fascista alle attuali politiche sull’immigrazione. Ma è importante interrogarsi sui meccanismi e sui linguaggi dell’esclusione. Nel 1938 la scuola divenne uno degli strumenti attraverso cui veniva ridefinito chi poteva appartenere pienamente alla comunità nazionale.

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Quando dalle istituzioni arriva il messaggio secondo cui la presenza degli stranieri rappresenterebbe una minaccia per la nostra società, per i nostri figli, per la nostra cultura o per la scuola, si costruisce una contrapposizione tra un «noi» e un «loro».

È proprio su questo terreno che il linguaggio pubblico dovrebbe essere particolarmente attento. Rappresentare una parte della popolazione come un problema può alimentare marginalizzazione e distanza sociale, contribuendo a un clima nel quale possono verificarsi anche episodi di violenza, come avvenuto a Rozzano la settimana scorsa.

Per questo trovo significativo il messaggio arrivato da Pordenone dal Presidente della Repubblica: «La scuola è integrazione, la scuola è aperta a tutti. No ai ghetti». Lavorando nella scuola so bene che una presenza numerosa di alunni che ancora non conoscono l’italiano può creare difficoltà concrete. Ma bisogna individuare correttamente il problema: non sono quei bambini ad esserlo. È il sistema scolastico che deve essere messo nelle condizioni di accogliere e superare quelle difficoltà.

I bambini, le loro famiglie e le loro culture d’origine non sono zavorre. Sono una parte della società con cui la scuola deve lavorare. Questo dovrebbe essere il principio di base: la scuola non crea ghetti, li supera.

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Lo stesso ragionamento vale per un’altra questione al centro del dibattito: quella delle classi separate per gli alunni con disabilità.

Anche in questo caso una concentrazione elevata di situazioni complesse può creare difficoltà nella gestione di una classe e alle insegnanti. Ma non sono gli alunni il problema da rimuovere. È la scuola che deve essere messa nelle condizioni di affrontare quelle difficoltà, attraverso personale, strumenti, formazione e risorse adeguate. E quegli alunni non sono soltanto portatori di bisogni. Sono persone e rappresentano una ricchezza per la comunità scolastica, perché la scuola ha il dovere di confrontarsi con la diversità e con le fragilità.

Da storico, però, non posso fare a meno di mettere in relazione questi elementi con un altro tema sempre più presente nel dibattito politico europeo: quello della cosiddetta remigrazione.

Nelle sue formulazioni più radicali, il termine non indica semplicemente politiche di regolazione dell’immigrazione, ma l’idea che persone ritenute non sufficientemente integrate nella cultura o nella comunità nazionale debbano essere allontanate.

Se alcuni bambini vengono separati perché «troppo difficili», altri perché non parlano ancora bene la lingua, mentre una parte del discorso politico individua negli stranieri o nei non integrati un corpo estraneo alla comunità nazionale, il problema diventa allora chi consideriamo parte della comunità e chi invece consideriamo un problema per la comunità.

Ed è proprio qui che, da storico, mi viene in mente il concetto nazionalsocialista di Volksgemeinschaft, la «comunità di popolo».

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Non perché la scuola italiana di oggi sia quella nazista — un paragone del genere sarebbe storicamente insostenibile — ma perché quel concetto ci ricorda che l’idea di una comunità nazionale omogenea si costruisce anche attraverso la definizione di chi ne è escluso.

Nell’ideologia nazionalsocialista la Volksgemeinschaft era un progetto politico e razziale fondato sulla distinzione tra coloro che erano considerati appartenenti al Volk e coloro che ne venivano definiti estranei o nemici. La sua costruzione passava quindi anche attraverso l’esclusione.

La storia del Novecento ci mostra dove può arrivare questo processo quando la distinzione tra «noi» e «loro» diventa principio organizzatore della società: prima la definizione del diverso, poi la sua esclusione dagli spazi della comunità, quindi la progressiva perdita dei diritti.

È per questo che dobbiamo essere vigili sui linguaggi e sui meccanismi di esclusione, senza confondere fenomeni storicamente diversi e senza costruire facili equivalenze. La scuola non crea la comunità separando i diversi. La costruisce mettendoli insieme. E forse è proprio questo il significato più profondo di quel «No ai ghetti» pronunciato a Pordenone.