
(Gioacchino Musumeci) – I giovani che manifestano in massa sono la spina nel fianco per la classe dirigente. Le risposte della politica? Zero. E quando davanti al fallimento non ci sono risposte esaurienti, resta la delegittimazione della protesta.
I cittadini vedono il loro potere d’acquisto erodersi sempre di più ma secondo una certa narrazione politica “ I prezzi li fa il mercato, non Giorgia Meloni”.
Quello che mi preme è smontare il paradigma del mercato perché è una bufala.
Il carovita non è soltanto una questione di prezzi. È una questione di priorità politiche. Sostenere che Meloni non fa i prezzi, contiene una concezione del potere politico che meriterebbe uova marce su chi lo propone. Significa confondere un meccanismo economico con la responsabilità di gestirlo.
Il mercato non è un organo costituzionale. Non è eletto dai cittadini, non presenta programmi elettorali e non risponde al Parlamento. È un sistema di relazioni economiche regolamentate dalle istituzioni. E le regole decise nelle sedi istituzionali hanno conseguenze nella vita delle persone. I governi decidono fiscalità, investimenti pubblici, trasferimenti alle famiglie, finanziamento dei servizi essenziali e strumenti di tutela dei redditi. Decidono quali settori sostenere e quali sacrificare. I governi non controllano ogni variabile dell’economia perche hanno deciso attivamente di non farlo. E pure accettando la logica del mercato liberale e concedendo i vantaggi che potrebbe offrire, non è concepibile che il mercato travalichi il diritto costituzionale.
Infatti i governi dispongono di strumenti concreti per intervenire. E le priorità degli interventi sono decise solo dai governi. Altrimenti è paradossale oltreché gravissimo sentire sovranisti e democratici, col portafoglio gonfio, piagnucolare e soccombere al potere del mercato che deciderebbe per loro.
Le priorità nelle agende politiche dipendono sempre dai governi. Ciò a meno che chi governa non sia talmente codardo e miserabile da sacrificare il benessere di milioni di cittadini sull’altare del mercato.
Ma parliamo di priorità e prendiamo il Ponte sullo Stretto di Messina. La documentazione parlamentare indica stanziamenti complessivi prossimi ai 14 miliardi di euro distribuiti su più anni. E’ indiscutibile che destinare quelle risorse a quell’opera, che tra la varie cose non sappiamo se verrà costruita e quando, è una scelta puramente politica. Non è il mercato a stabilire che il Ponte debba avere la precedenza sulle istanze dei cittadini.
Ora guardiamo alla scuola. Le riduzioni degli organici già deliberate, sommate a quelle previste dalla nuova manovra, raggiungerebbero 14.808 posti fra docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario nell’arco di tre anni scolastici. La diminuzione degli studenti ha un peso nella revisione dell’organizzazione. Ma la revisione del governo taglia i posti di lavoro lasciando intatte le carenze. Scuole fatiscenti, classi pollaio, insegnamento depotenziato continuano a inficiare la scuola pubblica. Contestualmente fioriscono i Voucher per istituti paritari proposti a famiglie ” povere”. Inoltre davanti al calo demografico quali sono le proposte concrete del governo? Anche qui non esistono. Chi decide dunque quale strada seguire? Non il mercato, Il governo e il Parlamento.
Ora consideriamo la fiscalità: La proposta di estendere a 100.000 euro il limite del regime forfettario per gli autonomi è accompagnata da una stima di minori entrate fiscali di circa 300 milioni di euro annui a regime. Come vengono compensate e da chi.
La nostra Costituzione, all’articolo 53, stabilisce che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività. Ciò non significa che ogni singola imposta debba essere progressiva, ma impone di valutare l’equità del sistema nel suo complesso. Qual è allora la giustificazione della misura? Chi ne beneficia? Come viene finanziata? Quali effetti produce rispetto ai lavoratori dipendenti? Sono domande politiche, non si può rispondere invocando genericamente il mercato.
Ed eccoci arrivati al carovita. un aumento internazionale del prezzo dell’energia può dipendere da elementi che il governo nazionale non controlla in modo capillare. Tuttavia un governo può esercitare pressioni concrete in sede europea, definire norme in sede nazionale per limitare i danni in modo sensibile.
La decisione di intervenire sulle bollette, modificare la tassazione, sostenere i redditi più bassi o finanziare i servizi pubblici appartiene alla sfera della politica. E non intervenire strutturalmente è una scelta del governo.
Se un governo dichiara di non avere risorse per una determinata esigenza, il cittadino ha diritto di chiedere dove siano state destinate le risorse disponibili, quali vincoli ne limitino l’utilizzo e perché alcune priorità siano state preferite ad altre. Se le risposte sono insufficienti, il cittadino ha il dovere di non accontentarsi. Non deve farsi soggiogare, deve disturbare e si deve ribellare ogni volta che non viene ascoltato. Deve farlo finché chi governa non ha altra scelta che piegarsi alla sovranità popolare.
Il dissenso è una forma di ribellione e può manifestarsi in molti modi, ma il governo italiano non lo tollera ed è coordinato per abbatterlo. Otto decreti sicurezza hanno risolto qualcosa? Evidentemente no se l’Italia è in piazza.
Ovviamente il metodo del governo è illusorio, le scienze sociali dimostrano che più si reprime, più si alimenta il dissenso. Tutti sappiamo chi ha deciso di finanziare la difesa a spese della sanità. Non è il mercato. Sempre che non ci governi il mercato e la Meloni non sia altro che un fantoccio acquistato ai saldi proprio dal mercato di cui è la migliore faccendiera disponibile.