(Orazio Luongo – lafionda.org) – Se la sinistra italiana, la sua cultura politica, le sue parole d’ordine fondate su egualitarismo e progressismo sono in affanno ormai da tempo, qualcosa si sarà pur sbagliato da qualche parte.

Se la sua proverbiale egemonia culturale in questo paese appare oggi ormai logora e sbiadita come una bandiera arcobaleno lasciata appesa al balcone dalla pandemia, oppure per la pace, o magari per un Pride (le opzioni sono diverse), qualcosa deve essere andato storto.

Qualcosa che ha segnato il divorzio tra la sinistra e il suo popolo, allontanando, se non addirittura respingendo milioni d’italiani dalla sua orbita – un tempo appunto dominante ed irresistibile – deve pur essere accaduta.

A sentire certi discorsi – tornati alla ribalta col dibattito sulla cultura woke che ha guidato per anni la sinistra “sveglia” americana – di quell’intellighenzia che dovrebbe rappresentare l’avanguardia progressista del nostro paese, il problema è presto detto: è il popolo bue che è in fallo. Che sbaglia a farsi irretire dalla propaganda regressiva della destra, e dalle sirene dell’intolleranza e dell’individualismo. Che non ha i mezzi culturali per capire la complessità. Che è troppo arretrato per comprendere la portata rivoluzionaria della battaglia linguistica dello schwa (la ‘e’ capovolta che dovrebbe far sentire tuttə inclusi, e tuttə svegli).

Le ragioni di tale disconnessione sentimentale secondo questi chierici della sinistra – per dirla con Pasolini – che guardano il volgo dal loro alto scranno morale, non sarebbe altro allora che una tara culturale dei ceti popolari. Che non colgono l’importanza della battaglia per il politicamente corretto. O per l’inclusività, di cui sentono parlare ogni giorno dalle loro periferie senza servizi né futuro, mentre tutt’intorno a loro non c’è altro che esclusione.

Perché, quando mai la sinistra li avrebbe lasciati soli? Quando si sarebbe allontanata dagli ultimi, rinunciando a difenderne gli interessi materiali? Quando avrebbe scelto la ritirata nei palazzi, nelle Ztl, per disquisire quasi esclusivamente di affermazione di identità e libertà individuali?

Mai successo, secondo i nostri chierici. Per i quali forse nemmeno un Fantastichini d’antan con la sua cinematografica invettiva contro l’establishment di sinistra – accusata di aver perso completamente contatto con la realtà (ma da mo’!) – basterebbe a dare la sveglia.

Come se non fosse vero che almeno da un paio di decenni, la sinistra post-comunista – prima socialdemocratica poi democratica, infine solo Dem – ha lasciato sguarnito il campo dei diritti sociali, spalancando praterie di consenso alle destre. Si è progressivamente assentata dagli spazi del lavoro, del disagio, della precarietà. Con le battaglie per l’eguaglianza e la giustizia sociale (per il salario, la sanità, la casa) lasciate via via indietro rispetto ad altre molto meno impattanti sul piano della gerarchia dei rapporti nella società.

Battaglie di libertà, talvolta attraversate da accenti identitari, finalizzate non alla trasformazione del sistema – giudicato oramai in sé giusto – ma all’inclusione dentro di esso di tutte e tutti (anzi, tuttə). Secondo una logica, in voga da decenni a sinistra, di compromesso con un sistema governato dalle leggi del neoliberismo, al massimo mitigabile nei suoi eccessi. Un neoliberismo di cui gran parte di quella sinistra nel frattempo, tra tagli al welfare e privatizzazioni, ha continuato ad applicare le principali ricette economiche – spesso in sintonia con le destre – proprio mentre sul piano del riconoscimento delle libertà e delle identità ci si spingeva sempre più oltre. E per tale via, sempre più lontano dai ceti popolari, colpiti da una crisi di rigetto verso questa nuova sinistra: tanto da essere oggi più preoccupati e “sedotti” dalla sostituzione etnica che dalle ingiustizie di genere o di classe.

Ma lontano anche da quella Carta costituzionale – sempre richiamata e sbandierata a sinistra – che al suo Articolo 3 sancisce l’unità dei diritti, legando l’uguaglianza formale a quella sostanziale: la libertà di (di fare, scegliere, essere quello che si vuole) coniugata indissolubilmente alla libertà dal bisogno, in primis dai bisogni materiali.

Una libertà, questa, da cui oggi come ieri scaturisce l’enorme domanda di milioni di persone ad un’esistenza dignitosa. A un paese più giusto: di eguali, prima ancora che inclusi.

Una domanda che forse i nostri chierici potranno far finta di non vedere, ma che una sinistra per davvero sveglia, che non intenda abdicare alla sua funzione storica e rassegnarsi ad un futuro di sconfitte, non può permettersi d’ignorare.