(Riccardo Chiaberge – dagospia.com) – Oriana Fallaci è stata santificata dalla destra. E non se lo merita, lei figlia di un antifascista e staffetta partigiana. Ma non si merita nemmeno la damnatio memoriae della sinistra.
Martedì prossimo, 15 settembre, ricorrono i vent’anni dalla morte, e si annunciano celebrazioni bipartisan, tra cui una grande mostra a Palazzo Reale a Milano (a novembre), un convegno nella sua Firenze, sotto l’egida della rossa regione Toscana, una nuova biografia di Riccardo Nencini e riedizioni delle sue opere. Speriamo che Elly Schlein prenda la palla al balzo per fare pace con una donna coraggiosa e una gloria nazionale. Un’eretica senza etichette.
A me è capitato proprio ora di ripescare un libro di Fallaci del 1970, “Quel giorno sulla Luna” (Rizzoli Bur), che riprende le corrispondenze da Houston e dalla base di Cape Kennedy tra giugno e luglio del 1969: l’impresa spaziale di Apollo 11, il primo storico passo dell’uomo sulla superficie lunare. Un evento che ogni boomer ricorda come uno sballo in IMAX, più eccitante di un film di Nolan, anche se la tv era ancora in bianco e nero.
Ma Oriana non era il tipo da farsi abbindolare dalla scenografia hollywoodiana della “più grande avventura del secolo”. Dei tecnici della Nasa che lavorano al lancio, scrive: «Non ti aspettare da essi un’intelligenza pari alla responsabilità che hanno, o una visione nuova della vita».
Sono dei borghesi di provincia, dei conformisti, quasi dei Maga, dei trumpiani ante litteram.
Si sa come la pensano: «La guerra in Vietnam è una guerra santa, il marxismo una parolaccia, Che Guevara era un fuorilegge, i negri (sic) sono individui da non frequentare.
Del resto alla Nasa non c’è un solo negro, tutti gli impiegati sono rigorosamente bianchi e gran parte degli astronauti sono biondi con gli occhi azzurri». Dei tanto osannati eroi dello spazio non si salva nessuno.
Nemmeno Neil Armstrong, il mitico comandante della missione, che Fallaci liquida così: «Un tipo freddo, calcolatore…tra i 52 astronauti americani è colui che più di ogni altro possiede le virtù del robot. Vale a dire assenza di passioni, ordine e legge, controllo, nessuna fantasia…Niente lo interessa fuorché volare, conoscere le macchine che servono a volare. Niente lo seduce fuorché la tecnica necessaria ad andare sulla luna, e la luna stessa non è che uno strumento per applicare quella tecnica».
Armstrong ha combattuto in Corea, «settantotto missioni di combattimento», dice orgoglioso. Ma parla solo di quando l’artiglieria nordcoreana lo ha colpito e come ha fatto a salvarsi. «La guerra per lui era stata un’esperienza tecnica, un’occasione preziosa per volare, e il fatto di aver rasato al suolo interi villaggi, città, ucciso Dio sa quanta gente, non lo toccava per nulla».
«Se l’umanità del futuro sarà un esercito disciplinato di creature asettiche, cervelli elettronici, Neil Armstrong è già il futuro». Non scambiamo Fallaci per una Cassandra, o per il divino Otelma. Eppure dalla Houston degli anni Sessanta la grande giornalista sembra intravedere il mondo che verrà, il mondo della tecnologia trionfante e fine a sé stessa: «un mondo di automi ordinati nella ricerca del successo».
Il mondo dei Musk e dei Thiel, che pensano di salvare l’Occidente liberando l’AI da ogni vincolo etico e buttando la democrazia nella spazzatura. La tecnologia al servizio di Trump, di Putin e degli altri autocrati che vogliono privarci delle nostre libertà. Potrà pure essere usata come un santino dalla destra, Oriana, ma con la tecnodestra fa proprio a pugni

Riccardino ma quanti anni hai? 15?
allibito…
vai a chiedere a Luca Parmitano se non fosse stato capace di controllare le sue emozioni che fine avrebbe fatto nel 2023.
Quindi Trumpiano /Muskiano anche lui?
Roba da matti
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Infatti quel che ha detto nell’articolo non c’entra 1 caxxo con Parmitano.
Secondo te, Punkazzone, Armstrong = Parmitano giusto perché entrambi astronauti.
Strano che poi non hai citato Markolino:
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Le incredibili sciocchezze dell’egocentrica Fallaci. Neil Armstrong è quello che è riuscito ad atterrare sulla superficie lunare con i comandi manuali e il computer di bordo in tilt, e poi a ripartire per la Terra con quasi zero carburante. Qui non si tratta di controllare le passioni ma di avere quel tipo di istinto che nessuna macchina potrà mai avere! Qualcosa di simile al genio artistico assoluto.
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Valerio Evangelisti la definiva “la larva biascicante da New York”, con ragione.
Leggetevi “Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci” – se ce la fate… – e capirete.
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Valerio Evangelisti e Oriana Fallaci rappresentano due figure intellettuali e letterarie italiane radicalmente opposte, sia per posizioni politiche sia per visione del mondo. Il legame o il contrasto principale tra i due si è consumato sul piano ideologico e culturale nei primi anni Duemila, in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Ecco gli elementi chiave per comprendere il loro rapporto a distanza:Scontro ideologico post-11 settembre: In seguito al crollo delle Torri Gemelle, Oriana Fallaci pubblicò su Il Corriere della Sera il celebre e controverso articolo “La rabbia e l’orgoglio” (poi diventato un libro), seguito da “La forza della ragione”, inaugurando una dura polemica contro l’estremismo islamico e quella che riteneva la decadenza della cultura occidentale. Valerio Evangelisti, intellettuale e scrittore di stampo comunista militante, si oppose fermamente alle tesi “fallaciane”, criticando aspramente quella retorica bellicista e lo scontro di civiltà. Evangelisti includeva i “fallacisti”, equiparandoli ideologicamente agli ayatollah o agli estremisti di Wall Street per il loro approccio dogmatico e polarizzante.
E’ quasi impossibile sottoporre a una seria critica letteraria il libro di Oriana Fallaci La forza della ragione, pubblicato dall’editore italiano Rizzoli e, dopo il successo in patria, tradotto in molti paesi occidentali.
Non è un vero e proprio pamphlet: gliene mancano la stringatezza e il rigore argomentativi. Non è di sicuro un saggio: i materiali vi si accumulano senza ordine alcuno, le fonti sono dubbie, fraintese o di seconda meno, le tesi di fondo non sono dimostrate né dimostrabili.E’ certamente un’invettiva, però mal condotta.
L’autrice, che ci fissa con occhi gelidi dalla quarta di copertina e che, fin dallo sguardo, parrebbe pronta a impartire al mondo occidentale una severa lezione, tende di continuo a divagare, a saltare da un tema a un altro, ad affastellare riferimenti disparati fino a perdere il filo del discorso. Talora addirittura sembra tentennare, balbettare, quasi che, tradita dalla foga, abbia scordato di cosa sta parlando. In quel caso o chiude il capitolo, o passa a ragionamenti completamente diversi: i primi che le passano per la mente.
Per sua fortuna una struttura così pencolante ha un proprio cemento che la tiene in piedi a forza: l’identità del Nemico. Il quale Nemico è rappresentato dall’Islam, dal mondo arabo, dagli arabi in genere, senza alcuna differenziazione al loro interno. Lo scopo di costoro — di tutti costoro — è facilmente riassumibile: vogliono conquistare l’Europa e soggiogarla. Non solo: intendono distruggerne completamente la civiltà, per edificare sulle sue macerie, sui suoi monumenti abbattuti, sulla sua cultura dispersa, un dominio infernale e belluino, concepito da pastori analfabeti. Scopo che l’autrice, bontà sua, definisce stolto.
Anche il lettore disattento, letto il suo libro, farà l’amalgama tra musulmani di ogni età e condizione (riuniti in un’unica figura, l’Arabo, quale che sia il paese di provenienza, inclusi la Somalia e l’Iran) e il complotto perverso di cui sono portatori, pari per origine remota e crudeltà di intenti a quello contemplato dai Protocolli dei Savi di Sion.
Il conducente algerino della metropolitana di Parigi, il medico siriano assunto da una clinica di Ginevra, il giovane somalo che studia in Italia, l’operaio turco di un’officina belga si trovano a loro insaputa, in quanto musulmani, partecipi di un complotto che ha per capo Bin Laden, e per fine l’abbattimento della Tour Eiffel.
Argomenti a sostegno della tesi? Oh, i più vari. Si va dalla strage dei cristiani di Costantinopoli per mano di Maometto II, nel 1453, al martirio del nobile veneziano Bragadin, nel 1571; dall’obbligo (inventato di sana pianta) dei cristiani di Granada di inginocchiarsi al passaggio di un qualsiasi musulmano alla pratica dell’infibulazione, presentata quale portato naturale dell’Islam e non, malgrado la sua localizzazione africana, quale frutto esecrabile di tradizioni preesistenti.
Inutile aggiungere che questo condensato strumentale di storia del mondo arabo, racchiuso nella prima metà del capitolo 1, omette di menzionare il trattamento che i crociati riservarono ai musulmani quando riuscirono ad avere la meglio, o quello che, dopo la riconquista di Granada, l’Inquisizione destinò ai medesimi, anche nel caso in cui avessero rinunciato alla loro fede.
https://www.carmillaonline.com/2004/12/08/la-forza-del-niente-il-caso-fallaci/
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Grazie del sunto critico, non l’avrei mai letto.
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Le opinioni politiche della Fallaci erano volubili come le sue relazioni sentimentali, spesso coordinate le une alle altre, non è chiaro in quale verso.
Nelle descrizioni del libro precedente Se il sole muore del 1967 era assai meno critica contro l’America e, nonostante i ritratti freddi di Von Braun e già dello stesso Armstrong, simpatizzò parecchio con alcuni astronauti (quanto e quanti rimane incerto, a parte il futuro astronauta Nespoli).
Fra i due libri c’è l’esperienza di corrispondente dal Vietnam, il ritorno in USA per la morte di Martin Luther King e di Robert Kennedy e il ferimento gravissimo a Città del Messico nella repressione delle proteste antiolimpiadi.
La Fallaci stava dalla propria parte.
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Visto che hai apprezzato aggiungo che :
Nel libro Un uomo, le accuse di Oriana Fallaci e Alekos Panagulis si concentrano in modo ossessivo sul ruolo del “Potere”, descritto come una piovra i cui tentacoli non conoscono confini geografici o ideologici. Il coinvolgimento degli Stati Uniti (e nello specifico della CIA) viene denunciato chiaramente nel libro come uno dei grandi burattinai dietro la dittatura dei colonnelli in Grecia. Le denunce presenti nel romanzo si sviluppano su tre fronti principali:
* Il supporto al regime: Fallaci evidenzia come il colpo di Stato militare del 1967 in Grecia non sia stato un evento isolato, ma sia stato attivamente tollerato e sostenuto dall’amministrazione USA e dai servizi segreti americani (CIA) in chiave anticomunista, nel pieno della Guerra Fredda.
* La “falsa” democrazia e l’incidente: Quando la dittatura crolla nel 1974, Panagulis scopre che i vecchi quadri del regime, i torturatori e i legami con i servizi segreti stranieri non sono affatto spariti, ma si sono semplicemente riciclati nel nuovo governo democratico.
* I documenti di Panagulis: Poco prima di morire nel misterioso incidente d’auto del 1976, Alekos era entrato in possesso di archivi segreti della ESA (la polizia militare greca). Questi documenti provavano il collaborazionismo di importanti politici del nuovo corso democratico con la Giunta militare e, di riflesso, i legami diretti con l’intelligence americana. La tesi centrale che emerge con rabbia dalle pagine di Un uomo, è che Panagulis sia stato eliminato da una vasta cospirazione perché quei documenti avrebbero scoperchiato un sistema di potere internazionale intoccabile, che univa i vecchi fascisti greci, i nuovi politici e i servizi segreti d’oltreoceano.
La sua traiettoria intellettuale è condivisa da molti critici: parlare di rinnegamento evidenzierà una rottura profonda tra la giornalista militante che scardinava l’imperialismo occidentale e l’intellettuale arroccata che, trent’anni dopo, ne difendeva i confini culturali.
Questa metamorfosi ha posto le basi per la sua cooptazione e strumentalizzazione post-mortem da parte della destra italiana, un fenomeno politico evidente che si articola su dinamiche ben precise:La costruzione del “Santino” della Destra. La bussola dell’identità: Per una parte della politica italiana, i testi della Fallaci successivi all’11 settembre (in particolare lo “scontro di civiltà” e la durezza contro l’Islam) sono diventati un manifesto ideologico ideale per legittimare le proprie battaglie identitarie e sovraniste. Ancora oggi, leader politici ne celebrano la memoria indicandola come un faro della difesa dell’Occidente.
La convergenza sui temi etici: Negli ultimi anni di vita, l’allineamento con posizioni conservatrici andò oltre la geopolitica. La sua strenua difesa della famiglia tradizionale, le posizioni contrarie all’aborto terapeutico e l’eutanasia (espresse anche in aspre polemiche pubbliche) e la sua vicinanza a figure cattoliche tradizionaliste la resero perfettamente arruolabile dall’arco della destra cattolica e conservatrice.
*Il paradosso storico e l’anarchia dimenticata. Questa cooptazione, tuttavia, per funzionare ha dovuto censurare o dimenticare la prima metà della sua vita, creando un cortocircuito storico notevole: Chi vede in questa parabola un rinnegamento sottolinea proprio come la difesa ossessiva di un’identità abbia finito per oscurare la sua storica vocazione a dare voce agli oppressi e a contestare il Potere costituito, offrendo su un piatto d’argento la sua eredità a quelle stesse forze d’ordine e di potere che un tempo, al fianco di Panagulis, avrebbe duramente combattuto.
Si ricorda solo l’intervista a kissinger, non ci si ricorda mai come fu denigrato nella descrizione il capo dei palestinesi di allora. E fece chiaramente capire che i palestinesi non li voleva nessuno… Furono insultati come popolo descrivendoli come zingari. Documentato e centrale per comprendere la “delusione Fallaci. Nel ricordare la sua celebre raccolta Intervista con la storia (1974), si tende a menzionare sempre l’incontro-scontro con Henry Kissinger, lasciando in secondo piano la durissima e impietosa intervista a Yasser Arafat. L’allora leader dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). La descrizione che la Fallaci fece di Arafat e del popolo palestinese in quel periodo – ben prima della sua svolta anti-islamica del 2001 – anticipava già una forte mancanza di empatia e un’asprezza descrittiva che lasciò il segno. Il ritratto di Arafat e l’epiteto sui palestinesi. Nell’introduzione e nel corpo di quell’intervista, svoltasi ad Amman, la Fallaci non risparmiò giudizi estetici, caratteriali e politici demolitori:
* La denigrazione del leader: Descrisse Arafat in modo quasi caricaturale, soffermandosi sui suoi tratti fisici, la barba non rasata, l’andatura, e dipingendolo come un uomo privo del carisma dei grandi rivoluzionari che lei ammirava (come Giáp o Panagulis). Lo definì un uomo sfuggente, quasi teatrale, privo di una vera visione lungimirante.
* I palestinesi descritti come “zingari”: La Fallaci utilizzò esattamente questa metafora, descrivendoli come un popolo di nomadi senza patria, non in senso poetico, ma per sottolineare lo stato di perenne sradicamento, di marginalizzazione e l’ostilità che ricevevano dagli stessi governi arabi circostanti (come sarebbe emerso tragicamente di lì a poco con il “Settembre Nero” in Giordania).
* “Non li vuole nessuno“: La giornalista mise in luce con brutale realismo la solitudine geopolitica dei palestinesi, evidenziando come i paesi arabi li usassero come pedine retoriche contro Israele ma, nei fatti, non li volessero all’interno dei propri confini, considerandoli un elemento destabilizzante e un problema da confinare nei campi profughi.
* Il germe della svolta futura. Questo passaggio dimostra che il giudizio tranciante della Fallaci su certe dinamiche del Medio Oriente non nacque dal nulla l’11 settembre 2001. Già negli anni ’70, pur dichiarandosi formalmente mossa dal desiderio di capire la loro causa, lo sguardo che rivolgeva al popolo palestinese era privo di quel romanticismo rivoluzionario che invece applicava altrove. La Fallaci, anche all’apice della sua carriera di inviata d’assalto “progressista” o “terzomondista”, covava già quel disincanto cinico e quella durezza descrittiva che anni dopo l’avrebbero portata a posizioni radicalmente opposte. È proprio questa l’ennesima conferma di come l’attuale narrazione politica cerchi di fare di lei un’icona coerente, laddove invece la sua penna era un’arma umorale, spietata e, per molti versi, profondamente contraddittoria.
Il celebre confronto a distanza tra le tesi della Fallaci e le risposte pacifiste del giornalista Tiziano Terzani. La scelta della prospettiva di Tiziano Terzani rappresenta la naturale prosecuzione ideale per chi ha amato la Fallaci delle origini.
C’è una coerenza profonda e quasi commovente nel ritrovare in Terzani quell’onestà intellettuale, quell’attenzione per gli oppressi e quel rifiuto del Potere cinico che la scrittrice di Un uomo sembra aver smarrito per strada.
Mentre la Fallaci ha finito per arroccarsi nella difesa identitaria dell’Occidente (compiendo quel “rinnegamento” di cui parlavamo), Terzani ha compiuto il percorso opposto. È partito come reporter di guerra geopolitico ed è approdato a una dimensione spirituale, universale e profondamente umana.Le prospettive terziane si articolano su tre pilastri fondamentali, che si pongono come l’esatto antidoto alla banalizzazione del mondo:
1. La ricerca delle cause, non della vendetta. Per Terzani, l’11 settembre non era l’inizio di una storia, ma l’effetto di una catena di eventi. Non ha mai giustificato il terrorismo, ma ha preteso che l’Occidente si guardasse allo specchio:Ha denunciato l’ipocrisia di una civiltà che si professa democratica, ma che per decenni ha esportato bombe, finanziato dittature in Medio Oriente e sfruttato le risorse del terzo mondo. Questa logica si sposa perfettamente con la denuncia che la Fallaci faceva in Un uomo contro i giochi sporchi della CIA in Grecia: Terzani ha continuato a vedere quei fili invisibili del potere globale, mentre la Fallaci successiva ha preferito concentrarsi solo sul nemico religioso.
2. “L’altro” non è un blocco monolitico. Contro la semplificazione della Fallaci – che descriveva i musulmani in modo indistinto e usava epiteti speculari a quelli usati anni prima per i palestinesi – Terzani ha opposto la sua conoscenza diretta sul campo. Avendo vissuto per trent’anni in Asia, sapeva che l’Islam (così come l’Asia) è un mosaico complesso fatto di culture, sufismo, tolleranza e persone ordinarie che desiderano solo la pace. Ha rifiutato categoricamente la riduzione di un popolo a una caricatura o a una minaccia biologica.
3. La non-violenza come unica via pragmatica. La tesi più forte di Terzani in Lettere contro la guerra non è un pacifismo ingenuo o da salotto, ma un pacifismo radicale e pragmatico: “La violenza genera solo violenza, il sangue chiama altro sangue”. Terzani ha ricordato all’Occidente che rispondere al terrore con la guerra (come l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq) non avrebbe eliminato il fanatismo, ma lo avrebbe moltiplicato, creando milioni di nuovi disperati pronti a farsi saltare in aria. La storia degli ultimi vent’anni, purtroppo, gli ha dato ampiamente ragione.
Il celebre confronto a distanza tra Oriana Fallaci e Tiziano Terzani.Avvenuto sulle pagine del Corriere della Sera nell’autunno del 2001 subito dopo gli attentati dell’11 settembre, rappresenta il più grande e drammatico dibattito culturale del giornalismo italiano contemporaneo.
Si trattò dello scontro frontale tra due visioni del mondo inconciliabili, formulate da due giganti nati a pochi chilometri di distanza (entrambi fiorentini) che avevano vissuto e raccontato le stesse guerre (come il Vietnam), ma che erano approdati a conclusioni spirituali e politiche diametralmente opposte. prima che distrugga l’Occidente. | Riflessione e comprensione. La violenza genera solo altra violenza. Le bombe non eliminano il terrorismo, lo alimentano. || La visione dell’Islam e dell’Altro | Incompatibilità biologica e culturale. L’Islam viene visto come un blocco monolitico e oscurantista che minaccia la libertà occidentale. | Diversità da accogliere. Bisogna distinguere tra i fanatici religiosi e miliardi di musulmani pacifici, rifiutando la logica del “noi contro loro”. || Le cause del terrorismo | Odio teologico e culturale. I terroristi colpiscono l’Occidente semplicemente perché ne odiano la libertà, il benessere e i valori. | Ingiustizie geopolitiche. Il terrorismo è anche il frutto di decenni di politica estera occidentale cinica, povertà forzata e oppressione in Medio Oriente. || L’identità e il futuro | Orgoglio identitario ed esclusionismo. L’Europa deve arroccarsi, chiudere i confini e riscoprire le proprie radici illuministe e cristiane. | Unità del genere umano. La salvezza sta nel dialogo interculturale e in una profonda rivoluzione spirituale e interiore di ogni individuo.
Terzani accusò esplicitamente la Fallaci di alimentare la spirale dell’odio e della vendetta, offrendo risposte facili e viscerali a una pancia della società spaventata. Utilizzò la metafora storica dell’incontro del 1219 tra San Francesco d’Assisi e il Sultano d’Egitto Malik al-Kamil per dimostrare che, persino nel pieno delle Crociate, l’unica alternativa alla carneficina era il dialogo e il riconoscimento dell’umanità dell’altro. Scrisse a Oriana: “Il tuo è un invito alla crociata… Mi sembra che ti metti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te”.Questo storico duello intellettuale divise profondamente l’opinione pubblica italiana: per molti la Fallaci ebbe il merito del “realismo” e della preveggenza profetica rispetto alle successive ondate di terrorismo; per altri, Terzani incarnò l’onestà intellettuale di un giornalista che rifiutava la logica del sangue, cercando una via d’uscita che poggiasse sull’empatia e sulla pace.
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