Con sinistra e centro cristiano in crisi, in Occidente resta la cultura liberale, che opponendosi alle derive progressiste, viene collocata a destra

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’Occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale.
La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazional-sovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’Europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.
Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.
Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europea si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’Europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra.
Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’Europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.
GdL parla molto della maschera e poco o nulla di chi la indossa.
La crisi dell’occidente viene spiegata attraverso la crisi delle sue élite politiche e culturali, senza interrogarsi abbastanza sulle trasformazioni materiali che hanno prodotto quella crisi.
Fattori quali, ne cito solo alcuni, trasformazione del mercato del lavoro, precarizzazione, immigrazione, crisi dei servizi pubblici, perdita di mobilità sociale, trasformazione demografica non sono lo sfondo della crisi in cui si inseriscono le ideologie; sono la crisi stessa.
Un operaio della Sassonia che vota AfD per l’immigrazione, un piccolo imprenditore che la vota per sentirsi tutelato nei suoi interessi, un conservatore culturale che la vota perché rifiuta il progressismo e un elettore che la vota per convinzione nazionalista non sono lo stesso fenomeno politico.
Il voto alla destra radicale non si spiega dicendo semplicemente che è nazionalista, plebiscitario o ossessionata dall’identità.
Alla base di tutto c’è un’istanza sociale che quella destra, stando ai numeri, riesce ad intercettare.
Le elite sanno benissimo quali sono queste istanze, ma non sono disposte a rispondere perchè farlo è contro i propri interessi.
In tal senso il parallelo storico può essere utile: le elite si affidano a degli imbonitori che finiranno domani con l’ingannare coloro che dicono oggi di voler tutelare.
Ma, come disse Abraham Lincoln: si può ingannare pochi per tanto tempo o molti per poco tempo; ma non si può ingannare molti per tanto tempo.
La vera domanda, allora, non è soltanto perché la destra radicale stia tornando, ma perché una parte così ampia della società sia nuovamente disponibile a indossare una maschera politica che la storia dovrebbe aver reso riconoscibile.
Non è tornato il fascismo; semplicemente non se ne è mai andato il bisogno di sicurezza, di appartenenza, di stabilità, di riconoscimento, di controllo del proprio destino.
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