Il governo “più longevo della storia repubblicana” esibisce i successi del settore come un trofeo. Ma la competitività è tutta a danno dei lavoratori

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Tra i tanti trofei esibiti dal «governo più longevo della storia repubblicana», il turismo è uno di quelli che brilla di luce posticcia. Ora che l’estate finisce, è tempo di bilanci ufficiali che paiono apparentemente positivi. Al contrario dei tempi del Cavaliere di Arcore — abituato a misurare il benessere del Paese dai ristoranti sempre pieni e dalle code ai caselli autostradali — l’era dei patrioti al comando è tutta un fiorire di numeri buoni per gridare al nuovo «miracolo italiano». Ma fu vera gloria? Non proprio. Intanto c’è un dato di partenza, che fa riflettere e che non riguarda solo il turismo ma il Pil: a un misero 0,2 per cento di crescita certificato dall’Istat, corrisponde un 65 per cento di italiani che non si possono permettere il costo di una settimana di vacanza lontano da casa, secondo le ultime rilevazioni di Eurostat. In un’Italia in piena stagnazione, è fatale che la maggior parte delle famiglie non sia in grado di pagarsi neanche una breve vacanza. Premesso questo, l’Istat dice che le presenze turistiche sono lievitate del 18 per cento, mentre la Banca d’Italia informa che il saldo della bilancia turistica è salito addirittura del 61 per cento.
Tuttavia, anche l’aritmetica, se ben studiata, tradisce le criticità del settore. Il ministero guidato dal Fratello d’Italia Gianmarco Mazzi — succeduto alla pitonessa Santanché ossessionata dalla reputèscion e braccata dalle procure — ha celebrato un aumento del 6,45 per cento degli stranieri “alloggiati” a luglio. Ma già qui viene fuori il primo inconveniente, perché nello stesso periodo le presenze di turisti italiani sono cresciute solo del 2 per cento. Come osserva giustamente Stefano Landi su lavoce.info, abbiamo un serio problema di domanda interna. Potremmo comunque far festa perché gli arrivi dall’estero compensano tutto. Ma anche qui le luci non fanno svanire le ombre. L’ultima indagine Swg condotta a livello Ue per Confcommercio conferma che il Belpaese è “attrattivo” per il 54 per cento degli europei. Per Travel Appeal l’Italia è la destinazione più apprezzata dai viaggiatori stranieri, con una saturazione dell’offerta online del 51,2 per cento, e conveniente per prezzo con un una media di 153 euro per notte per ciascuna unità ricettiva, considerata “competitiva” rispetto ai nostri concorrenti diretti, cioè Francia, Spagna e Grecia. Ma qui sorge il secondo inconveniente, perché “basso prezzo” degli hotel, dei residence, dei B&B, al dunque vuol dire “basso salario” per tutti gli operatori che lavorano in e per queste strutture. I tassi di occupazione del turismo sono alti: negli ultimi cinque anni i lavoratori dipendenti nelle imprese di alloggio e ristorazione sono aumentati del 16 per cento. Ma le qualifiche, come dimostrano le analisi dell’Inps, sono bassissime: il 92 per cento degli addetti al turismo sono inquadrati come operai o apprendisti (contro una media del 57 per cento nell’economia generale). Di conseguenza, denuncia Landi, il salario annuo che riceve un lavoratore del turismo è meno della metà di quello di un dipendente “medio” italiano: 11.400 euro contro 24.500 euro.
Non solo. A parte le quantità, il lavoro turistico soffre anche per la qualità. Pesano i contratti stagionali, questo è chiaro. Ma nel settore la prima regola è la precarietà: il 58 per cento dei lavoratori è part-time, involontario per il 70 per cento di questi, e solo il 46 per cento è a tempo indeterminato. E la seconda regola, purtroppo, è anche l’irregolarità: nella categoria alloggio e ristorazione, rileva l’Ispettorato del Lavoro, il 31 per cento dei lavoratori è risultato “in nero”. Dunque, il primato italiano è una medaglia a due facce: una buona, l’altra pessima. «Come in un racconto del libro Cuore», sintetizza a buon diritto lavoce.info, che poi conclude con una riflessione un po’ amara, de recapitare alla premier Meloni appena rientrata dai fasti di Bari. «Pensare alla condizione dei lavoratori del turismo nel nostro Paese rispetto agli stranieri festanti che passano davanti ai loro occhi, e ai tanti euro che vedono uscire dalle loro tasche, ricorda uno squilibrio socio-economico di sapore ottocentesco». Gioire per la domanda estera e trascurare la compressione del potere d’acquisto del mercato interno «dimostra quantomeno miopia». Gloriarsi per una competitività di solo prezzo è «il contrario di una strategia lungimirante», in cui la componente trainante dovrebbe essere semmai la qualità, che nel turismo come in tanti altri comparti è garantita solo dal «fattore lavoro nella sua umanità, per nulla surrogabile». Meglio di così, non si poteva dire.
Un articolo che sembra nascere più dall’intento di criticare il governo che da quello di analizzare davvero il settore; è questa, a mio avviso, è la sua vera pecca.
I numeri citati descrivono una situazione reale, ma in larga parte tipica del comparto turistico: ottime rendite da una parte e salari mediamente bassi, precarietà e scarsa qualificazione dall’altra.
Il governo può certamente avere la responsabilità di aver esasperato alcuni di questi problemi, di aver favorito le rendite o di non aver affrontato adeguatamente la questione salariale; ma sarebbe difficile sostenere che li abbia creati.
Sono problemi strutturali, che precedono questo governo e che, con ogni probabilità, continueranno a esistere anche dopo.
Il punto, però, è un altro; da anni ci riempiamo la bocca con l’idea che il turismo possa essere il grande motore della crescita, capace di rilanciare l’economia, l’enogastronomia e i territori depressi.
Ma non funziona necessariamente così; il turismo può essere una componente importante di un’economia, ma difficilmente può sostenerla da solo, né a livello nazionale né, soprattutto, a livello territoriale.
E forse per capirlo non servirebbero neppure sofisticate analisi economiche; basterebbe entrare in una scuola elementare e chiedere ai bambini: Che cosa vuoi fare da grande?.
Sono pronto a scommettere che ben pochi alzerebbero la mano dicendo: Il cameriere, il concierge o l’inserviente.
E il problema è che non si rimane bambini per sempre; si arriva al punto di dover costruire un progetto di vita che il lavoro precario, stagionale, poco pagato e con basse possibilità di carriera non offre.
Ed eccoci arrivati a quello che dovrebbe essere il vero punto dolente.
Un bambino riesce intuitivamente a capire che un comparto che offre poche opportunità sul piano quantitativo e scarse prospettive su quello qualitativo difficilmente può rappresentare la base per programmare la propria esistenza.
Un politico, e con lui molti adulti, evidentemente no.
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egregio nulla cosmico 70 io leggo il tuo post e mi cascano le braccia…un bambino cresce e cosa capisce? Tu sei sicuramente un doppio laureato che ha capito: cari figli studiate,laureatevi, vincete un concorso bello stipendio sicuro per tutta la vita….da dove arriva il tuo bello stipendio? Dalle tasse pagate da chi si mette in proprio , rischia e produce.
il bambino deve fare il cameriere, deve fare il barista, deve fare il bagnino, deve fare l’aiuto cuoco, deve fare il cuoco da grande, deve capire che la vita è bella ma non è gratis…non deve pretendere, devi imparare, tu lavori duramente una stagione…devi crescere con capacità ed umiltà. Nulla ti è dovuto. Il bambino cresce con l’ambizione di mettersi in proprio di provare…non di aspettare la bella vita da qualcun altro.
ma tu e qualcun altro siete i doppi laureati che aspettano il lavoro in Calabria dalla politica..
mi viene in mente un ragazzo che ho visto crescere, si è laureato in ingegneria informatica….fatto un po di praticantato in moto gp( se non erro) poi è andato a lavorare in Leonardo, a progettare carri armati…gl dissi : hai studiato e fatto sacrifici per 30 anni e ti sei dato a costruire morte? Hai mai pensato che i carri armati potrebbero sparare sui tuoi figli? Replica: prendo un ottimo stipendio…
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Guarda caso, chi ha fatto la scuola alberghiera oggi è proprio Presidente del Consiglio. Magari allora non pensava alle prospettive reali del settore, visti gli studi.
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Ok d’accordo in generale, tuttavia l’esempio dei bambini è davvero poco azzeccato: quando ai bambini si chiede cosa vogliono fare da grandi, si interpellano i loro sogni, non le retribuzioni. Quell’esempio non spiega nulla sulle dinamiche reali del settore turistico.
Ma anche:
“Se nessuno sogna quei lavori, non possono essere la base di un’economia solida.”
È un tentativo di argomentare che il turismo è strutturalmente debole perché non genera aspirazioni, perché quando chiedi a un bambino cosa vuole fare da grande, stai chiedendo un sogno, non una valutazione sulle retribuzioni, sulla stabilità o sulle prospettive di carriera.
I bambini rispondono: astronauta, calciatore, veterinaria, ballerina, poliziotto, oggi magari pure youtuber… nessuno risponde: commercialista, operaio specializzato, impiegato amministrativo, tecnico di laboratorio, addetto alla logistica, contabile, odontotecnico, fisioterapista, macellaio, programmatore backend, chimico ecc.
Eppure tutti questi lavori sono fondamentali per l’economia, molto più del turismo.
L’esempio è sbagliato nel metodo, non dimostra nulla.
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VN POPOLO DI CAMERIERI TRASMIGRATORI
(da un lapide sulla tomba della civiltà italiana)
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Quindi i bamboccioni del reddito di cittadinanza e i ricconi dell’assegno di inclusione non c’entrano nulla giusto? Mediaset come la mettiamo? Lalbergatore che non trovava personale lo andiamo a intervistare di nuovo, o dobbiamo parlare della festa di Bari…
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Premesso questo, l’Istat dice che le presenze turistiche sono lievitate del 18 per cento, mentre la Banca d’Italia informa che il saldo della bilancia turistica è salito addirittura del 61 per cento.
Ma qualcuno si chiede COME MAI vengano fuori numeri del genere?
Da me quest’anno non si è visto quasi nessuno.
Possibile che con la benza a 2 euro e il diesel che sfiora i 3 ci sia stato un BOOM di turisti?
A me sembrano dati palesemente farlocchi.
L’anno scorso c’era più gente, sicuro al 100%, basta vedere i parcheggi dei camper, quest’anno mai e poi mai pieni.
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