Vannacci più esplicito, Conte più sottile: l’altra partita contro Schlein e Meloni

(Flavia Perina – lastampa.it) – La politica “vera” rialza il sipario questa settimana con il duello in terra di Puglia tra Giorgia Meloni (venerdì a Bari) ed Elly Schlein (domenica a Martina Franca). Appuntamenti simmetrici segnati da un problema simmetrico: dopo quattro anni di leadership femminili assolutamente inedite per l’Italia, piuttosto solide e ripetutamente convalidate da successi elettorali, c’è la netta sensazione che da entrambe le parti il mondo maschile stia cercando di prendersi la sua rivincita.
Roberto Vannacci e Giuseppe Conte, con le loro iniziative estive (la seconda parte del programma di FN, il lungo intervento critico sulla cultura woke e il dibattito contro le primarie che ne è seguito) hanno impostato operazioni parallele di delegittimazione di un potere femminile che, in tutta evidenza, soffrono e giudicano finalmente scalabile anche alla luce del virilismo planetario che domina i tempi.
L’azione di Vannacci, ormai arrivato all’8 per cento, è assai scoperta ed è persino sorprendente che a destra non ne abbiano colto fino in fondo la caratura. La grottesca formula del “patriarcato mediterraneo” che troneggia nelle tesi politiche appena pubblicate è tutt’altro che la solita provocazione. Dietro a quel titolo, dietro a quel capitolo, il leader di Futuro Nazionale espone una precisa visione che tocca da vicino anche il ruolo della premier. L’invocazione di “maschi forti, capaci di dominare le passioni, proteggere le donne e offrire se stessi per la costruzione e la difesa della società”, dice qualcosa di assai specifico. Lo spazio pubblico è degli uomini, uomini come lui, e alle donne tocca il ruolo “complementare” ben descritto in altri passaggi: custodi della casa e dei figli, in obbedienza di una non meglio precisata legge naturale. Il contrappunto pratico di questa posizione di principio è molto chiaro: io posso fare meglio di Meloni perché sono un maschio, e sono i maschi i titolari predestinati del governo delle cose.
Giuseppe Conte è stato più sottile. In apparenza la sua esternazione anti-woke aveva come obbiettivo il risveglio di un progressismo sociale più attento ai diritti collettivi che a quelli individuali, ma in realtà incartava una suggestione tagliata su misura di Elly Schlein e del suo essere donna e dichiaratamente lesbica. Per coglierne il senso bisogna ricordare che l’elezione della segretaria del Pd, nel marzo 2023, coincise con il momento d’oro della wokeness Usa e con l’ora più buia del trumpismo, travolto dall’incriminazione di Donald Trump per decine di capi d’accusa. All’epoca, l’irruzione di una giovane signora, orgogliosa delle sue scelte personali, a capo del principale partito di opposizione italiano sembrò lo scatto di rinnovamento di un mondo che da anni esprimeva solo tattiche di sopravvivenza, un balzo verso i tempi nuovi imprevisto e stupefacente.
Ora Conte dice: quel momento è ormai storia, una storia piena di ombre e di errori. E il sottotesto è chiaro: oggi un sessantenne maschio di solida esperienza offre migliori garanzie di una giovane donna catapultata al potere quasi per caso dalla folle ondata woke. Il calendario dei prossimi giorni ci dirà fino a che punto queste offensive parallele potranno avere successo. Di fatto, entrambe sembrano scavare all’interno degli schieramenti.
In Fratelli d’Italia esiste, come hanno dimostrato le dichiarazioni del sottosegretario Edmondo Cirielli, un’area di simpatizzanti vannacciani che aspira al ruolo di apripista di una possibile alleanza pre o post elettorale, nella speranza di creare un contrappeso al potere assoluto finora esercitato da Giorgia Meloni: un ruolo che né la Lega né Forza Italia riescono più ad esercitare fino in fondo. Nel Pd e nell’area culturale della sinistra il contismo sta diventando polo d’attrazione per pezzi di classe dirigente convinti che con lui si possa trattare meglio che con Schlein.
È un mondo che aveva scommesso sul rapido tramonto della segretaria, prima alle Europee, poi alle Regionali, infine al referendum, ogni volta puntualmente smentito. Ora tifa apertamente contro le primarie (Michele De Pascale), per primarie con prestanome simbolico (Roberto Speranza), per un garante di programma (Goffredo Bettini), e chissà che dietro a tanto fervore non ci sia anche un dubbio inconfessato: è vero, ogni sondaggio commissionato sui gazebo del campo progressista dà Conte vincente, ma se anche stavolta Schlein smentisse le previsioni?
Ai nastri di partenza per la ripresa politica autunnale sarà interessante seguire anche questa silenziosa partita. Il tentativo di rivincita maschile sulle inedite leadership femminili italiane ha una prospettiva? Oppure Meloni e Schlein, ancora una volta, ci stupiranno, rivelandosi ossi più duri di quelli immaginati dai maschi alfa, o presunti tali, che assediano le loro posizioni?
Ma Flavia Perina scrive sempre boiate come queste?
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Ecco ci siamo : la lotta dura è quella di genere. Meloni e Shlein unite nel combattere i maschi e questi presi da un’ unica metà : sconfiggere le femmine e riportare l’ ordine . Poi ci sono gli omosessuali con i quali si faranno i conti dopo .
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“Roberto Vannacci e Giuseppe Conte, con le loro iniziative estive (la seconda parte del programma di FN, il lungo intervento critico sulla cultura woke e il dibattito contro le primarie che ne è seguito) hanno impostato operazioni parallele di delegittimazione di un potere femminile che, in tutta evidenza, soffrono e giudicano finalmente scalabile anche alla luce del virilismo planetario che domina i tempi.”
Dopo questa Idiozia attribuita ad uno come Conte (di cui palesemente QUESTA COZZINA non ha letto l’articolo), interrompo la lettura del papello della sedicente “pentita”, che, per me, resta sempre, e si vede, una di An.
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Hanno chiamato uno bravo a fare il direttore editoriale del gruppo di cui fa parte La Stampa, un cronista di .. spessore, una vecchia conoscenza: Maurizio Molinari.
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