
(di Nanni Delbecchi – ilfattoquotidiano.it) – Negli anni Settanta la politica doveva guardarsi dal dileggio del nostro miglior cinema; oggi, dopo aver vulcanizzato la satira, la politica surroga anche la commedia. Risi, Monicelli, Comencini, Petri, dove siete? Si sente la vostra mancanza di fronte all’italianissima commedia alle vongole sgusciate sceneggiata da Valter Lavitola, dove si voleva creare un Papa, ma forse si distrugge un conduttore.
Come è possibile che il frontman di una trasmissione di giornalismo d’inchiesta – la più amata e la più detestata – specializzata nel dissotterrare verità scomode, trame nascoste, burattini e burattinai, sia finito in mezzo a una ragnatela identica a quelle che è solito indagare?
L’ultima cosa che ci aspetteremmo da Sherlock Holmes è che si sia fatto buggerare da Watson. Cui prodest? Ancor più inquietante è scoprire che la genialata di Watson Lavitola, non si sa quanto avallata da Ranucci, fosse candidarlo a papa straniero del Centrosinistra. Ma così si dà ragione a tutti coloro che imputano a Report di indagare in una sola direzione, di avere una volontà politica ben precisa.
E un giornalismo d’inchiesta apertamente schierato (quello in cui Watson Lavitola ha già dato svariate prove di sé) non si taglia le palle da solo?
Terza questione: come si spiega Ranucci candidato premier individuato, sondato e sgusciato tra una vongola e l’altra? A occhio nudo, la ragione è una sola: la sua sovraesposizione mediatica degli ultimi anni. Ma non come autore di scoop: come conduttore di Report e promotore di sé. Togligli il video, e resterà un bravo giornalista, punto.
È la televisione ad avergli dato la popolarità, e forse un po’ alla testa. Ipotizzare che la sinistra possa affidarsi a un carisma che soffia nell’etere (quello di Ranucci, come di chiunque altro) retrocede questo Paese nel cinepanettone, significa che il nesso esiziale tra politica e tv fondato da B., il suo immaginario da Telegatto, continuano a prevalere anche in chi crede di combatterli.
Sempre più profetico il dubbio metodico enunciato da Giorgio Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Per non parlare del Berlusconi in tutti gli altri.