Ritrovare unità per non “farla finita”. La minoranza riformista chiede chiarezza su Campo largo, Europa e difesa. Mentre il progetto di una lista centrista fatica a prendere forma

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – La politica estera ha costituito il motivo dell’ultimo scontro. E da quello stesso tema, che divide il centrosinistra, si ripartirà a settembre. Dopo aver preso le distanze dalla risoluzione parlamentare del Campo largo sulla difesa europea e avendo anche polemizzato con Giuseppe Conte sulla posizione nei confronti dell’Ucraina che il leader dei Cinque stelle vorrebbe affidare alle primarie e non definire prima, la minoranza del Pd spingerà per un chiarimento. «Da parte nostra – dice la deputata Lia Quartapelle – non ci sono toni ultimativi. Ma i partiti che intendono sfidare Meloni devono sapere una cosa: ogni giorno che non si riesce a trovare un’idea comune di Italia è un giorno buttato. Vale non solo per la politica estera ma anche per l’economia, il lavoro e l’ambiente». In particolare, «resta un mistero – sottolinea la vicepresidente della commissione Esteri di Montecitorio – la formula magica per la pace che una parte del centrosinistra ritiene di detenere, ma che nessuno in Europa ha mai visto». Il Campo largo, dunque, non può esistere con posizioni divergenti al proprio interno sui temi cruciali del nostro Paese.

In tema di alleanze, la minoranza guarda con attenzione a quei settori politici che dovrebbero costituire la Quarta Gamba, anche nella consapevolezza di un paradosso. Se accanto a Pd, Cinque stelle e Alleanza verdi sinistra dovesse nascere un soggetto “centrista” con una lista unitaria, ne farebbero le spese proprio coloro che all’interno del Pd, dopo la segreteria Letta, da anni conducono una battaglia per impedire che si rompano gli ormeggi con la tradizione riformista. Perché? La presenza di una lista unitaria più orientata verso l’area elettorale moderata consentirebbe al Pd di rappresentare una sinistra-sinistra, una riedizione dei Ds, secondo uno schema teorizzato da Goffredo Bettini, il guru del Campo largo. Una prospettiva che influirebbe sulle vicende della minoranza Pd, con altri esodi dal Nazareno, come quelli che hanno visto protagoniste tre donne: Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini. Ma un Pd “meno plurale”, ridotto solo alla componente legata al filone Pci-Pds-Ds, sarebbe un partito più debole, con meno consensi, e non converrebbe a Elly Schlein, anche nella sfida “interna” con Conte (incoraggiato sempre da Bettini). Del resto, un’aggregazione dei centristi del Campo largo – da Matteo Renzi, ad Alessandro Onorato, a Ernesto Maria Ruffini, compresa la pattuglia di +Europa e altre associazioni come Primavera di Vincenzo Spadafora – si è allontanata di gran lunga, anche per la perdurante inconciliabilità fra l’assessore capitolino, in buoni rapporti con Giuseppe Conte su input di Bettini, e il leader di Italia Viva, che ha sempre rivendicato il merito della caduta del secondo governo guidato dall’avvocato pugliese. È lo stesso Onorato, intervistato dal Corriere della sera alla vigilia di Ferragosto, a ritenere «tramontata» l’idea di «un federatore», confermando la partecipazione di Progetto Civico Italia alle primarie, che saranno la premessa anche del dispiegamento delle liste elettorali nel Campo largo. Si è sempre sottratta al ruolo di federatrice dei centristi Silvia Salis, ma a lei continua a guardare Italia Viva, che  avrà, comunque, un proprio candidato. Sarà lo stesso Renzi? Quanto alla sindaca di Genova, c’è attesa, nel centrosinistra, per il suo libro in uscita a settembre, nella speranza di capire quali siano gli obiettivi di una personalità “spendibile” per l’intera alleanza progressista e non solo per l’ala moderata. Poi c’è Ruffini. Si racconta che il fondatore del movimento Più Uno abbia coinvolto nel proprio progetto l’ex capo della Polizia, Franco Gabrielli. Pronto a candidarsi è anche Riccardo Magi. Alle primarie ci sarà più di un esponente riformista, con una polverizzazione dell’area “a destra” del Pd. Si preannunciano candidature in ordine sparso, che poco possono aggiungere alla sfida che ruoterà intorno a Schlein e Conte.

Questo scenario, un po’ desolante per i centristi, convince i riformisti del Pd che è meglio non spostarsi. E non oltrepassando i confini di partito, difficilmente potrebbero votare per una premiership che non sia quella che coincide con la guida del Nazareno, in ottemperanza a quanto prevedono le regole interne. Dunque, voto a favore di Schlein, nonostante sia una corrente di minoranza che sulla politica estera ha una posizione più europeista, in linea con le scelte di Bruxelles anche sulla difesa dell’Unione. «La nostra battaglia resta nel Pd e per il Pd», taglia corto Filippo Sensi, il senatore che più si espone nella polemica con i Cinque stelle sulla politica estera, rimproverando ai vertici del Nazareno una certa arrendevolezza nei confronti di Conte. L’uscita dal Pd, per candidarsi alle primarie con Italia Viva, è esclusa al momento da Giorgio Gori, l’esponente di punta dei riformisti che pure è in disagio nel partito. I rapporti interni al Nazareno appaiono piuttosto legati al risultato delle elezioni politiche. Una vittoria del centrosinistra sotto la guida di Schlein congelerebbe i rapporti di forza. Una netta sconfitta produrrebbe uno tsunami sull’intera alleanza. Solo il pareggio potrebbe aprire prospettive inedite per riformisti e centristi. È lo scenario sul quale punta Carlo Calenda, saldamente al di fuori dei due schieramenti. Il leader di Azione continua a proporre, per la guida del futuro governo, Paolo Gentiloni, la cui caratura riformista è apprezzata dagli esponenti della minoranza Pd. Per non sacrificarlo prima delle elezioni in un ipotetico totogoverno (essendo l’ex premier “spendibile” a sinistra anche per il Quirinale), preferiscono non parlarne.