Il nuovo report dell’organizzazione fa il bilancio di due anni e mezzo di protocollo Meloni-Rama: trasferimenti forzati, detenzione senza garanzie, autolesionismo a Gjadër. E un monito all’Europa sull’esternalizzazione delle frontiere

(Lorenzo Stasi – lespresso.it) – L’accordo tra Italia e Albania sulla gestione e la detenzione di persone migranti e richiedenti asilo “sta mettendo a rischio l’incolumità, la libertà e i diritti umani” di chi vi è stato sottoposto. È la conclusione del report pubblicato oggi (20 giugno) da Amnesty International Italia, che fa il bilancio di due anni e mezzo di attuazione e chiede al governo di porre fine all’intesa.

Il patto è stato firmato il 6 novembre 2023 da Giorgia Meloni ed Edi Rama. Prevedeva originariamente due strutture costruite e gestite dall’Italia su suolo albanese – l’hotspot di Shengjin e il centro di Gjadër – dove restano vigenti giurisdizione e legge italiane. Il governo ha stanziato oltre 670 milioni di euro fino al 2028, di cui circa 74 spesi per la costruzione.

La prima fase è durata poco.Tra ottobre 2024 e gennaio 2025 la Marina ha condotto tre operazioni, portando 74 persone dalle acque internazionali a Shengjin. Dodici sono state rispedite in Italia perché lo screening a terra ha rilevato vulnerabilità o minore età sfuggite al “pre-screening” fatto in mare, sulle navi, subito dopo il soccorso. Per tutte le altre i giudici romani non hanno convalidato i trattenimenti, fondati sulla nozione italiana di “Paese di origine sicuro” poi censurata dalla Corte di giustizia Ue nell’agosto 2025. I trasferimenti dal mare si sono fermati lì.

Con il decreto legge 37 del marzo 2025 Gjadër è diventato un Cpr d’oltremare, dove trasferire uomini già trattenuti nei centri per il rimpatrio italiani. È su questa seconda fase che si concentrano le contestazioni. I trasferimenti avvengono senza nuovo vaglio giudiziario e senza atto motivato: nessun criterio pubblico spiega chi finisce a Gjadër, il che secondo l’organizzazione apre a un uso arbitrario, discriminatorio o punitivo della misura. Il Tavolo asilo e immigrazione ha raccolto testimonianze sull’uso sistematico di fascette in velcro ai polsi durante viaggi che possono durare 24 ore, e su persone che hanno capito di essere in Albania solo all’aeroporto di Tirana: circostanza confermata dal Garante nazionale dei detenuti.

Pesante poi il capitolo salute. Il Viminale ha censito 54 “eventi critici” tra l’11 aprile e il 10 novembre 2025; nelle prime cinque settimane parlamentari e ong ne avevano contati 42, tra cui due tentativi di impiccagione. Su 192 persone portate a Gjadër fino allo scorso ottobre, 25 sono state dichiarate non idonee alla detenzione lì e riportate in Italia.

Restano i nodi della trasparenza – tre richieste di visita di Amnesty respinte, il Tar del Lazio che a febbraio ha dato ragione all’Asgi sull’accesso, eurodeputati che a giugno denunciano di non aver potuto entrare nelle celle – e dello stato di diritto: il rapporto elenca i decreti adottati per aggirare le pronunce dei giudici e gli attacchi alla magistratura, parlando di un ricorso crescente a “pratiche autoritarie” per sottrarsi alla responsabilità.

Sul tavolo della Corte di giustizia Ue ci sono intanto i rinvii pregiudiziali di Cassazione e corte d’appello di Roma sulla legittimità dei trasferimenti e della detenzione in un paese terzo. Nelle conclusioni dell’11 giugno, non vincolanti per Lussemburgo, l’avvocata generale Laila Medina ha rilevato che protocollo e normativa attuativa non sembrano contenere norme chiare e precise tali da garantire i diritti della difea, il rispetto della vita privata e familiare e la liberazione immediata al termine del periodo di convalida del trattenimento. Il governo, però, punta a riportare a Gjadër l’esame accelerato delle domande d’asilo, sfruttando il nuovo Patto Ue in vigore da giugno. Amnesty chiede di chiudere l’accordo e riportare in Italia i trattenuti.