Roberto Vannacci non è stato inventato dai media progressisti. Ma indignazione, stroncature e polemiche hanno contribuito a trasformarlo in un personaggio nazionale. Da un libro autoprodotto a un partito sopra il 7%: forse qualcuno dovrebbe interrogarsi sul potere dell’attenzione

(di Fabio Cavallari – glistatigenerali.com) – Il mondo progressista continua a credere che mostrare quanto un avversario sia impresentabile serva a renderlo impresentabile. Non ha ancora capito che, per una parte dell’elettorato, proprio quell’impresentabilità è diventata il prodotto.

Roberto Vannacci ne è un caso quasi da manuale. Nell’agosto del 2023 autopubblica su Amazon Il mondo al contrario. Nessuna grande casa editrice, nessuna campagna promozionale milionaria. Il libro comincia a vendere, questo va detto, ma poi succede qualcosa di molto più importante delle copie vendute. I giornali scoprono Vannacci e Vannacci scopre i giornali. Le sue frasi su omosessuali, immigrati, femminismo e ambientalismo diventano titoli. La Stampa lo definisce «omofobo, sessista e razzista». Corrado Augias su Repubblica parla di un «disegno di odio pieno di ombre». Arrivano commenti, interviste, televisioni, politici, editorialisti. Il libro diventa un caso e il generale un personaggio.

Non sto dicendo che i giornali abbiano inventato Vannacci. Sarebbe falso e soprattutto troppo comodo. Le idee che rappresenta, le paure, le rabbie e il bisogno di qualcuno che le pronunci senza mediazioni esistevano nella società italiana molto prima di lui. Sto dicendo una cosa diversa. Una parte della nomenclatura culturale progressista ha contribuito a trasformare un autore controverso in un personaggio nazionale utilizzando lo strumento che continua a maneggiare peggio: l’indignazione.

Poi arriva Matteo Salvini e completa l’opera. Prende quella notorietà e la trasforma in una candidatura alle Europee del 2024. Vannacci raccoglie oltre mezzo milione di preferenze. Nell’aprile del 2025 prende la tessera della Lega, il mese successivo ne diventa vicesegretario. Poi rompe con Salvini e nel febbraio del 2026 nasce Futuro Nazionale. Oggi alcune rilevazioni lo collocano sopra il 7 per cento, davanti alla stessa Lega.

C’è persino un particolare che sembra scritto apposta per questa storia. Salvini ha ringraziato pubblicamente il Corriere della Sera, sostenendo che senza il giornale probabilmente non avrebbe mai conosciuto Vannacci.

Più chiaro di così.

E allora mi domando come sia possibile che persone dotate di intelligenza, cultura, esperienza e raffinatissimi strumenti di interpretazione della società continuino a cadere nella stessa trappola.

Cazzo, la capacità di stare zitti.

Questo non significa censurare Vannacci. Un giornale deve raccontare un politico che aspira a rappresentare milioni di italiani. Le sue idee vanno analizzate, contestate e, quando necessario, combattute. Ma informare non significa trasformare ogni provocazione in un evento nazionale. Esiste anche una responsabilità dell’attenzione.

Non ogni sciocchezza merita un titolo. Non ogni frase pronunciata per scandalizzare merita esattamente lo scandalo per il quale è stata pronunciata. Non ogni provocazione ha bisogno entro dieci minuti di un editoriale, di una dichiarazione politica, di un dibattito televisivo e di migliaia di commenti indignati. Perché nell’economia dell’attenzione l’indignazione può diventare il miglior ufficio stampa di chi si vorrebbe combattere.

E Vannacci questo meccanismo sembra averlo capito benissimo. Pronuncia una frase e arrivano i titoli. Alza l’asticella e partono gli editoriali. Più viene raccontato come radicale, estremo, impresentabile, più può presentarsi a una parte del proprio elettorato come l’uomo che il sistema non vuole. Non deve più conquistare l’attenzione. Gliela consegniamo.

C’è poi uno spazio politico reale che ha saputo occupare. Quando una destra passa dall’opposizione al governo, le risposte semplici incontrano inevitabilmente la complessità. Arrivano bilanci, alleanze, Europa, interessi contrapposti. Si può continuare a fare propaganda, ma prima o poi bisogna decidere. Alla destra della destra rimane allora libero il posto di chi può continuare a raccontare che il mondo è semplice. Vannacci quel posto lo sta occupando.

Per questo insultare chi lo vota sarebbe l’ennesimo regalo. Bisognerebbe invece chiedersi che cosa quelle persone trovino nella sua impresentabilità che non trovano più altrove. Perché se continuiamo a rispondere a un fenomeno politico spiegando quanto siano stupidi quelli che lo seguono, non stiamo cercando di comprenderlo. Stiamo soltanto offrendo ai suoi elettori un’altra ragione per riconoscersi gli uni negli altri.

Vannacci ha capito una regola elementare che una parte del mondo progressista sembra ostinarsi a ignorare. Nell’economia dell’attenzione non importa soltanto che cosa si dice di te. Prima ancora importa che si dica di te.

Se Futuro Nazionale continuerà a crescere, il generale avrà parecchi biglietti di ringraziamento da spedire. Uno certamente a Matteo Salvini, che gli ha consegnato una scheda elettorale.

Gli altri a quella parte del mondo progressista che, nel tentativo di spiegare agli italiani quanto Roberto Vannacci fosse impresentabile, ha lavorato per tre anni affinché nessun italiano potesse più ignorare il suo nome.