
(Andrea Zhok) – C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.
E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?
In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.
Ma non solo.
Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.
Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?
Dunque, non raccontiamoci balle.
Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.
Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.
Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.
Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.
Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.
Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.
e bravo Z… hai scoperto l’acqua calda… perchè non si sapeva che bisognava comprare armi dagli USA e da Israele per fare ricchie queste due nazioni?
Poi ci sono pure a mangiare gli amici nostrani,missioni ,trasferte,pensioni dei militari ,campagne di guerra e promozioni sul campo.
Non abbiamo neppure il nemico , ce lo stanno costruendo apposta.
Le comunicazioni ce le siamo svendute , ci è rimasta la TIM per le Poste altro ente pubblico diventato privato…hahahha…
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Zhok non ha scoperto l’acqua calda ma ha riscaldato quella che si è raffreddata a furia di minkiate mainstream.
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si infatti la mia era una butage… in effetti bisogna senpre ricordare …gli italiani hanno il cervello dei pesci rossi
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E’ un editoriale che solleva questioni reali, ma le porta a una conclusione che non sta in piedi, mentre il commento sotto dello scienziato al contrario, invece di entrare nel merito, si rifugia in una battutina sessista che non aggiunge nulla.
Zhok fa un salto logico però quando passa da “non abbiamo sovranità digitale” a “Dunque dobbiamo uscire dalla NATO”.
La NATO non impedisce la sovranità digitale (vedi la Francia)
Per avere: rete satellitare nazionale, cloud militare nazionale, software militari proprietari, supply chain elettronica autonoma, servono decenni e centinaia di miliardi e uscire dalla NATO non accelera nulla, anzi rallenta tutto.
La leva non c’entra nulla, non è un “regalo alle élite finanziarie” è semplicemente un dibattito tecnico che Zhok politicizza.
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Come Penelope di Itaca tesseva di giorno e disfaceva di notte,
è ammirevole vedere come Padre Zhok,all’interno di un unico testo, sia diligentemente impegnato nella complicata ricostruzione dell’imene “intellettuale”per poi “violarlo” di nuovo subito dopo.
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“ricostruzione dell’imene intellettuale per poi violarlo”
È un esempio da manuale di:
non rispondere al contenuto, non confutare gli argomenti, non aggiungere nulla al dibattito, usare un’immagine sessista per fare il brillante, il classico commento da social che vuole mostrare che “ha capito tutto” ma non capisce nulla, e soprattutto non dice nulla.
Non è una critica: è un ornamento narcisistico.
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P.S. Dimenticavo il riferimento a Wagner:
Scrivi una metafora sessuale fuori luogo e già questo ti colloca nel territorio del “voglio fare il brillante”.
Ti accorgi (almeno lo spero per te) che è una metafora grezza, quindi cerchi di “ripulirla” aggiungendo un riferimento colto.
Scegli Wagner e Faust, cioè uno dei simboli massimi del dramma filosofico europeo ma lo usi per commentare un editoriale politico contemporaneo. È un tentativo di elevare una battuta triviale con un riferimento culturale sproporzionato.
Quando usi Wagner per commentare un editoriale politico, fai una cosa molto semplice: cerchi di spostare l’attenzione dal contenuto alla propria persona.
È un modo come dire: “Guardate come sono colto, guardate come so citare Wagner”.
Ma non aggiungi nulla alla discussione, non confuti l’editoriale, non entri nel merito, non porti un argomento. È solo ornamento narcisistico, come ti dicevo prima.
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