A Fanpage.it il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia spiega come sta cambiando cosa nostra. Si serve di telefonini criptati per comunicare e il traffico di droga è anche sul dark web: “Oggi un’organizzazione criminale che vuole tornare ad affacciarsi sulla scena internazionale dei grandi traffici di droga ha bisogno della più moderna tecnologia”.

(di Giorgia Venturini – fanpage.it) – Cosa nostra è cambiata. Se una parte dei suoi affari continua a concentrarsi sui reati “tradizionali” dell’organizzazione criminale (come estorsioni e traffico di droga), dall’altra la mafia si è rinnovata sbarcando sul dark web e usando pagamenti in bitcoin. Oggi si parla di “padrino 4.0”: è lo stesso che entra da un commerciante di Palermo per riscuotere il pizzo e appena fuori dal negozio usa i criptofonini per organizzare la vendita della cocaina sul web. Il mafioso oggi ha detto addio ai pizzini per comunicare e si è affidato agli spazi oscuri del web.
Per questo ad affiancare i magistrati antimafia oggi ci sono anche gli hacker. Ma cosa sta succedendo in cosa nostra tre anni dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro? A Fanpage.it lo ha spiegato il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, che insieme al giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo hanno appena pubblicato il libro “La mafia che cambia – Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi”.
Procuratore, chi è il padrino 4.0?
Cosa nostra si sta evolve. In passato si è basata su una generazione ‘tradizionale’, quella fatta dei grandi capi mafia (ormai deceduti come Totò Riina e Bernardo Provenzano) legati in particolare alla terra come elemento di arricchimento e ai pizzini come forma di comunicazione. Oggi queste forme, sia di arricchimento che di comunicazione, non funzionano più. Lo Stato ha ormai raffinato un sistema di aggressione ai patrimoni mafiosi e per questo cosa nostra ha avuto la necessità di rendere fluida una parte della sua ricchezza. E non c’è nessun bene al mondo più fluido del denaro. Da qui l’esigenza dell’organizzazione criminale di trasformare il denaro solido in virtuale. Con un grande vantaggio per la mafia: è più difficile da rintracciare.
Per quanto riguarda il metodo di comunicazione usato dalla mafia, i pizzini sono una catena di trasmissione di ordini molto sicura ma anche molto lenta. Oggi l’organizzazione criminale che vuole tornare ad affacciarsi sulla scena internazionale, quindi in particolare sui grandi traffici criminali degli stupefacenti, ha bisogno della rapidità degli strumenti e quindi della più moderna tecnologia. Come i telefoni criptati che non sono intercettabili, a meno che non si abbia la chiave per ascoltare.
Tra boss come Riina e Provenzano e il padrino 4.0 ci sono stati capi mandamento come Matteo Messina Denaro che aveva rimosso i pizzini per le comunicazioni. La mafia inoltre, dopo i capi corleonesi, non è stata più solo legata al controllo della terra e alle pressioni sulla politica, ma i suoi interessi si sono spostati sugli appalti. L’obiettivo della mafia trapanese di Messina Denaro non è mai stato più quello di prendere il pizzo dagli imprenditori della zona: voleva impossessarsi delle quote di partecipazione nelle imprese.
Quindi sia rispetto ai modi di formazione della ricchezza che a quelli della comunicazione, c’è questa evoluzione che ci porta a identificare questa specie di figura più virtuale che sostanziale. Un padrino 4.0.
Ha detto che cosa nostra sta cercando di ritornare nei grandi traffici della droga, come sta agendo?
Cosa nostra sta incontrando meno difficoltà di quante ci saremmo aspettati. Per diverse ragioni: naturalmente la ‘torta’ è enorme e quindi tutti possono partecipare senza bisogno di conflitti. Poi il mercato siciliano ha una domanda molto forte di stupefacenti di qualità, quindi cocaina e droghe sintetiche. E infine c’è il “brand”: se l’uomo di cosa nostra va a trattare coi cartelli messicani o colombiani è riconoscibile e quindi più credibile.
Perché cosa nostra solo ora sta cercando di ritornare nel traffico della droga di vasta scala?
Dal 1992 (l’anno della strage di Capaci e di via d’Amelio) in poi la mafia ha fatto i conti con la reazione dello Stato. Per tornare a essere forte quindi il mafioso deve tornare a essere ricco e per farlo in fretta ha bisogno di merci che ti diano ricchezza. E la merce che porta soldi è la cocaina.
Intendiamoci, la ‘ndrangheta rimane il leader in questo momento nel traffico internazionale di stupefacenti. Però lo fa non più dettando soltanto le sue regole, ma anche facendo compartecipare la mafia albanese da un lato e cosa nostra dall’altro.
La mafia quindi ora usa i criptofonini per una comunicazione sicura e veloce, su quale figura professionale può contare oggi la mafia e come è cambiato di conseguenza il vostro lavoro in Procura?
La forza della mafia resta la loro zona grigia, ovvero quella fatta di professionisti a cui può rivolgersi cosa nostra. Solo che anche la zona grigia è cambiata: in passato era formata da avvocati, medici, magistrati corrotti, ecc. Oggi il mafioso ha bisogno di conoscere anche il mondo cyber, si deve quindi rivolgere a questi tipi di esperti. E naturalmente cosa nostra li paga bene. Invece su questo fronte lo Stato è in difficoltà perché, per quanto lo Stato possa pagare bene questi professionisti, non riuscirà mai a pagarli quanto l’organizzazione mafiosa.
Lo Stato quindi ha un problema di ricerca di personale qualificato in questo settore. Il consulente a cui ci rivolgiamo è l’hacker, perché il nostro obiettivo è hackerare le piattaforme in uso al mafioso e lo facciamo con tutte le autorizzazioni di legge.
I mafiosi si sono presi una fetta del dark web, come lo usano e cosa vendono?
Nel dark web si trova di tutto. Non si fanno solo le importanti transazioni di droga e armi, ma alcune organizzazioni criminali (non è coinvolta cosa nostra) gestiscono i mercati illegali anche della prostituzione e della tratta di esseri viventi tra cui i bambini. Per questo gli strumenti per entrare nel mondo del dark web devono essere molto potenziati. Le organizzazioni criminali hanno interessi precisi, sono potere e denaro.
Alcuni rampolli di famiglia di cosa nostra usano i social, come usano questo strumento?
Non si tratta di una vera e propria strategia mafiosa sulla gestione del consenso, ma del ribalzo dell’effetto social di questi ultimi anni. Vengono però presentati modelli sulla mafia, che fra mondo dei social e mondo delle serie TV anche molto belle, hanno un effetto emulativo e attrattivo su quel pezzo di popolazione giovanile che non ha punti di riferimento. Sui social quindi troviamo immagini pubblicate per esempio di Salvatore Riina. Tutto questo crea consenso.
Questa svolta tech di cosa nostra ha ridotto i reati di estorsioni e la richiesta del pizzo ai commercianti?
No, perché noi non abbiamo solo una mafia 2.0. La mafia è sempre la mafia. Gli strumenti innovativi di cui abbiamo parlato sono in mano ai giovani dell’organizzazione criminale, magari anche a qualche giovane capo, ma non ai vertici dell’organizzazione. Loro non hanno bisogno di essere aiutati dalla tecnologia e, soprattutto, non possono rinunciare a una serie di cose, come il controllo del territorio. Perché senza il controllo del territorio si hanno sì organizzazioni criminali, ma non è più mafia.
E il controllo del territorio si fa attraverso le estorsioni. In genere sono quelle che ho definito ‘estorsioni gentili’, cioè il mafioso fa richiesta al commerciante che sta lì da generazioni e sa che deve pagare e a chi. A volte invece cosa nostra ha bisogno di estorsioni più pesanti. Veniamo da una stagione in cui ce ne sono state diverse in quartieri di Palermo. Insomma, cosa nostra oggi mette insieme tradizione e innovazione.
e i colletti bianchi con che comunicano?
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Di fronte a scenari del genere la reazione d’impulso è lo sconforto: per quanto si cerchi il buono nel genere umano, emergono sempre abissi di malvagità. L’unico barlume di speranza resta il lavoro ostinato di chi, nelle istituzioni, questi abissi continua a studiarli, illuminarli e contrastarli.
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