Melonellum, parità è finta: capilista blindati possono essere quasi tutti uomini. Pd: una farsa. Nella scelta dei candidati al primo posto – quelli praticamente certi dell’elezione – non c’è nessun obbligo di prevedere una suddivisione equa tra uomini e donne

(di Serena Riformato – repubblica.it) – Doveva essere lo zuccherino per portare a più miti consigli le “franche tiratrici” che alla Camera hanno contribuito ad affossare le preferenze. E invece è solo una polpetta avvelenata. Nell’incontro degli sherpa, ieri in via della Scrofa, la maggioranza si è apparecchiata un nuovo bluff sull’alternanza di genere nella nuova legge elettorale.
Il testo del centrodestra per introdurre le preferenze al Senato – da depositare entro il 1° settembre – sarà perlopiù un calco dell’emendamento Bignami clamorosamente bocciato a Montecitorio a metà luglio per un solo voto. Lo schema di base è immutato: sulla scheda, per ogni partito, l’elettore troverà un capolista bloccato e una lista di sei nomi, con la possibilità di indicare tre preferenze con le crocette.
Qual è il “rafforzamento dell’alternanza di genere” annunciato ieri da una nota trionfante del centrodestra? Inesistente. Vediamo perché.
Nella scelta dei candidati capilista, quindi blindati al primo posto – quelli certi dell’elezione o quasi – non c’è nessun obbligo di prevedere una suddivisione equa tra uomini e donne. Il Melonellum è uscito così dalla Camera e così rimarrà (se l’accordo non cambia): per ora è stata scartata l’ipotesi di imporre che nessun sesso sia rappresentato oltre il 60% e meno del 40% tra i capilista. La micro-modifica pensata: se il capolista è uomo, il secondo nome in lista dev’essere quello di una donna. E viceversa. Poi l’alternanza a seguire. Ma c’è una differenza sostanziale: solo il primo è blindato, dal secondo in poi i candidati si giocano la partita assai più faticosa delle preferenze da strappare, una per una, agli elettori.
Le contro-argomentazioni del centrodestra: l’alternanza di genere secondo le quote 60-40 verrà rispettata nel listone del premio. E chi compare nel listone del premio ha l’obbligo di candidarsi anche come capolista nei listini plurinominali. Anche questa è una magra consolazione: vuol dire che l’equilibrio uomo/donna interverrà solo in minima parte. Facciamo un esempio su Forza Italia. Poniamo che il partito di Antonio Tajani ottenga nel listone del premio 20 candidati per la Camera. Questi 20 sono anche obbligati a candidarsi come capilista. E vengono scelti in base a un meccanismo rigido di alternanza di genere al 60/40. Immaginiamo quindi che massimo 12 siano uomini e 8 siano donne. Abbiamo detto che questi 20 saranno altrettanti capilista nei listini proporzionali. Ma le circoscrizioni sono 49. Quindi vuol dire che non c’è nessun obbligo di rispettare alcun equilibrio uomo/donna nell’elenco dei restanti 29. In sintesi, alla fine, nulla impedirebbe, in base alla legge, che il partito possa candidare nei posti più sicuri 41 uomini e solo 8 donne. Le altre se la vedrebbero con i colleghi nel mare aperto delle preferenze.
Per ora si sono accorte della fregatura solo le parlamentari del centrosinistra: “Senza un meccanismo vincolante per i capilista, la parità resta solo un principio e non una garanzia”, commenta Simona Bonafè, capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali alla Camera: “Il gioco delle tre carte”. Concorda la presidente dei deputati dem Chiara Braga: “L’ennesima presa in giro nei confronti delle donne: non ci sarebbe nessuna garanzia di rispettare l’equilibrio di genere nei capilista bloccati ma una farsa su un’alternanza che non garantisce la norma antidiscriminazione che c’è nell’attuale legge. Sarebbe peggiorativo del Rosatellum”. Quindi chiama all’appello le parlamentari della maggioranza: “Così come successo alla Camera con la reazione delle colleghe deputate del centrodestra, mi auguro che anche al Senato ci sia una reazione analoga per fermare questa ennesima mortificazione della garanzia di rappresentanza femminile”.
Sul fronte opposto, la capogruppo di Forza Italia Stefania Craxi, invece, parlando con Repubblica getta acqua sul fuoco: “Contano le scelte della politica e dei partiti, non le tecnicalità. Le donne non vanno candidate solo in quanto donne”. E i leader, senza obblighi, garantiranno che le candidate non siano marginalizzate? “Il nostro segretario si è sempre detto attento sul tema, non dubito che lo sarà quando bisognerà compilare le liste”.
Scettica Elena Bonetti di Azione, promotrice del primo appello contro le preferenze alla Camera. Sottolinea che “se si fanno i conti, si vede bene che l’effetto penalizzante sulle donne sarebbe molto grave”. Da qui l’auspicio finale: “Certo sarebbe interessante se alla fine il governo inciampasse proprio sulle donne”.