
(Elena Basile – lafionda.org) – La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.
Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.
“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.
Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.
Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.
Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.
Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.
“Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra..”
Credo non ci siano dubbi al riguardo.
Chiedo: una opposizione degna di questo nome, che si rispetti, vista la situazione, sarebbe a fare una cagnara pazzesca in piazza con i sostenitori della Costituzione o no?
Mah. Poi comincerebbe la caccia tra chi c’è e chi non c’è..
Meglio evitare.
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