L’immagine del capitano spagnolo, Rodri, che si oppone a Donald ansioso di essere inquadrato durante le celebrazioni, ha un significato politico: Madrid non è supina come la nostra premier agli yankee

Il calcio a Trump e il declino Usa

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Questi Campionati del Mondo sono stati giocati in un Paese, gli Stati Uniti, dove il calcio non sanno nemmeno cosa sia (non ho mai visto un giocatore americano venire a fare frubal in Europa, ma nemmeno nel più vicino Sudamerica. Ci vengono marocchini, egiziani, centro africani, ma non americani che preferiscono il basket, dove però si va a canestro ogni tre minuti, togliendo l’emozione del gol.

[…] Gli americani, com’è loro inveterato costume, hanno ridotto tutto a spettacolo violando ogni regola del calcio: l’intervallo fra un tempo e l’altro dovrebbe essere di quindici minuti, invece è stato inzeppato di cantanti e attori che l’hanno dilatato a più di mezz’ora. Il campo di calcio non è una discoteca. Come se non bastasse è stato introdotto il cooling break, sempre per motivi pubblicitari. Questo cambia l’inerzia della partita, una squadra che stava vincendo a redini basse rientra in campo trasformata. Chi ha giocato a calcio conosce la misteriosa alchimia che si crea negli spogliatoi. Qualche anno fa si è pensato di far entrare le televisioni anche negli spogliatoi, cioè nel sancta sanctorum del calcio, dove gli atleti si confrontano, litigano sulle tattiche da seguire e si prendono, all’occorrenza, anche a botte. Gli allenatori, insieme agli infiniti mediatori che si occupano del calciomercato, oggi diventati famosissimi quasi quanto, e forse più, dei giocatori, all’inseguimento del “triplete” alla Mourinho (il “triplete” è stato inventato da Berlusconi che voleva vincere tutto e, se fosse stato per lui, avrebbe introdotto anche il ‘sestuplete’) danno ai giocatori dei consigli tattici e strategici. Ma chi li ascolta? Vale qui l’esempio di Nereo Rocco, allenatore del Milan, che nell’intervallo di una partita che i rossoneri stavano perdendo, dopo aver segnato sulla lavagna complicatissimi sistemi di gioco, gettò il gessetto e disse: “Ragazzi, rientrate in campo e mettetecela tutta!”.

La cosa più interessante di questi Campionati assurdi a 48 squadre (in Qatar, luogo altrettanto assurdo, perché nessun qatariano ha mai giocato a calcio, le squadre erano 36) è avvenuta per un fatto che col calcio non c’entra nulla. Ed è stato quando il capitano della Spagna, Rodri, giudicato il miglior giocatore del torneo (così come Cubarsi, il centrale della Spagna, e il non troppo funambolico Yamal, è stato giudicato il miglior giovane del Torneo – e anche questo lo avevo previsto) cui spettava di alzare la Coppa, ha sfanculato Donald Trump che voleva essere inquadrato durante le celebrazioni. Gli ha detto, in termini gentili: “Ci lasci celebrare la nostra vittoria in tranquillità”, invitandolo a spostarsi più in là. Questo gesto non aveva solo un significato calcistico, ma anche politico.

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La Spagna, come abbiamo scritto più volte, non si è “appecoronata” quando gli americani hanno invaso il Venezuela per impadronirsi nell’immediato del petrolio venezuelano e, in prospettiva, per attaccare Cuba che dal petrolio venezuelano dipende. La nostra premier, Giorgia Meloni, l’aveva giudicata “un’invasione legittima”, perché noi non siamo mai secondi a nessuno nello sdraiarci ai piedi degli yankee. Per poi prenderci delle sberle come quella che The Donald ha affibbiato alla nostra premier.

La Spagna, come forse qualcuno ricorderà, ha rifiutato di fornire le proprie basi agli aerei americani impegnati nella guerra all’Iran che Trump sta vergognosamente perdendo, anche se a ogni piè sospinto afferma che la sta vincendo.

In discussione non c’è solo la Spagna, ma tutto il “socialismo bolivariano”, cioè il progetto di una Grande Columbia immaginato da Simon Bolivar, a cavallo tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, cioè una Grande Columbia che raccogliesse tutti i Paesi, centro e sudamericani, sotto l’insegna, appunto, del socialismo. Per questo a rischio oggi non c’è solo il Venezuela, già conquistato, ma anche il Brasile di Ignacio Lula da Silva. Ho letto di recente un reportage di Roberto Saviano che è riuscito nell’impresa di parlare del Brasile senza nominare mai Lula che in Brasile ha creato un ministero per salvare la Foresta Amazzonica dalla ingordigia dei garimpeiros, i cercatori d’oro, che se ne fottono di abbattere alberi che la deforestino. Un problema mondiale se si pensa che la Foresta Amazzonica fornisce, a seconda delle stime, il 20 o il 30 percento dell’ossigeno mondiale. Una questione che dovrebbe interessare il mondo intero, comunque e soprattutto adesso che si parla tanto, e a ragione, di cambiamento climatico. Ma l’Occidente, in particolare gli americani, preferiscono il presidente dell’Argentina, Javier Milei, il quale ha definito il socialismo “il cancro del mondo”. E la nostra premier, quando è stata da quelle parti, a Lula ha dedicato solo un breve incontro, mentre si è intrattenuta a lungo con Milei in cambio di qualche regalo che è finito nelle tasche di chissà chi.

[…] Il fatto è che, a parte qualche patetico sforzo, tipo quello della Spagna che verrà presto sommersa dai super dazi americani e, l’ancora più patetica Cuba, che verrà a breve spazzata via, come Trump annuncia un giorno sì e un giorno no, il capitalismo sta vincendo su tutta la linea. Paesi un tempo comunisti, come la Cina o la Russia, sono diventati di fatto capitalisti e del comunismo hanno conservato solo i loro sistemi dittatoriali.

Il mondo è in mano a tagliagole di ogni tipo. Non c’è solo Trump. C’è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, c’è la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Verrebbe quasi da dire che l’unico Paese presentabile è l’Iran, pur con tutte le sue contraddizioni. Almeno si oppone, con l’aiuto degli Houthi e degli Hezbollah libanesi, a un sistema che, in nome della produzione, ci sta strangolando tutti.

Addio quindi al comandante Ernesto Che Guevara, rappresentante di un’epoca, ormai sepolta, in cui gli ideali e i sogni contavano ancora qualcosa.