Il sangue fuso del santo patrono non è il solo prodigio legato a Napoli, la tradizione registra altre liquefazioni, tutte nella stagione estiva

(di Roberto Saviano – repubblica.it) – Napoli si liquefà. E non per il caldo, attenzione. A Napoli si sono liquefatti per secoli il sangue, il latte e perfino il grasso umano. È una città che cola, suda, si scioglie, perché ciò che è rappreso, se torna a scorrere, celebra la vita, e ciò che suda ha movimento, respira. Si liquefà il sangue di Santa Patrizia, custodito a San Gregorio Armeno. Quello di San Giovanni Battista torna liquido il 29 agosto, anniversario della sua decapitazione. Il sangue di Santo Stefano, primo martire della cristianità, si scioglieva il 3 agosto e, qualche volta, bastava recitare il Credo perché il prodigio avvenisse. Quello di San Bartolomeo, martire scorticato vivo, si liquefaceva davanti a una reliquia della sua pelle. Poi ci sono il sangue di San Pantaleone, quello di San Luigi Gonzaga e quello di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.

Ma a Napoli non si scioglie soltanto il sangue. Nella chiesa di San Luigi di Palazzo, dove oggi si apre piazza del Plebiscito, si conservava un’ampolla con il latte della Madonna. Rappreso durante l’anno, tornava liquido alla vigilia dell’Assunzione. E il 10 agosto colava perfino il grasso addominale di San Lorenzo, raccolto, secondo la tradizione, insieme alla cenere e ai frammenti di pelle sulla graticola dove il martire era stato messo a rosolare.
Sangue, latte, grasso, sudore. Qualcuno ha contato a Napoli più di duecento ampolle miracolose. In media, nella città, qualcosa si liquefaceva ogni giorno e mezzo. Non a caso, già nel Seicento, il viaggiatore francese Jean-Jacques Bouchard la definì urbs sanguinum. Ma tra tutti questi corpi che tornano a vivere, tra tutti i liquidi che si sciolgono e ricominciano a scorrere, ce n’è uno che ha conquistato il mondo. È il sangue più celebre della storia, protagonista di un prodigio che da oltre sei secoli tiene Napoli con il fiato sospeso, il sangue di San Gennaro.
Bouchard capì subito che Napoli viveva tra il Vesuvio e il mare, esposta a eruzioni, terremoti, invasioni, saccheggi, pestilenze e carestie. In una città dove la catastrofe poteva arrivare in qualsiasi momento, un santo morto non bastava. Serviva un santo vivo, un santo che rispondesse. E il sangue che tornava liquido era questo, la prova che il martire non aveva abbandonato i suoi fedeli, che continuava a proteggerli e che, nelle vene invisibili della città, la vita scorreva ancora.

E l’antipapa, per tenersi buoni i suoi sostenitori napoletani, concede loro una licenza. Possono spogliare le chiese. Argenti, arredi sacri, tutto. Si fottono perfino il panno d’oro che papa Giovanni XXII aveva donato a San Gennaro nel 1331, un drappo gemmato, di fattura fiorentina, con il martirio del santo istoriato tra le immagini, mandato da Avignone «perché sia conservato in perpetuo». Sparito per sempre. Ma il sangue no. Il sangue nessuno lo tocca. Perché portarsi via l’oro è furto, e il furto si confessa. Portarsi via il sangue di un martire è sacrilegio, e il sacrilegio ti segue, porta una sfortuna eterna. È proprio questo che fa dire ai trecenteschi napoletani che un sangue che non si fa fregare è un santo miracoloso. Nessuno si è rubato l’ampolla vendendosi i preziosi e il vetro, nonostante la licenza di un papa, anzi di un antipapa. E un sangue miracoloso cosa può fare? Tornare a vivere. Il sangue morto è morto, sì, ma non a Napoli, non per San Gennaro. La mattina del 17 agosto, una cronaca anonima, il Chronicon Siculum, annota quasi distrattamente che si è fatta una maxima procexio, una grandissima processione, per un miracolo, il sangue di San Gennaro, custodito in «una certa ampolla», trovato liquido «come se quel giorno fosse uscito dal corpo». Nessuna fonte, in mille anni, aveva mai parlato di quel sangue.
Il sangue di Gennaro si scioglie per la prima volta nel 1389, e per due secoli resta solo. Poi, tra Cinquecento e Seicento, tutti gli altri sangui compaiono uno dopo l’altro, dal nulla. E c’è un dettaglio che nessun napoletano dell’epoca notò, ma che oggi salta agli occhi. Si sciolgono quasi tutti tra fine luglio e fine agosto. Il paradiso napoletano si squagliava in piena estate, puntuale come il solleone. I sospettosi la domanda se l’erano fatta da un pezzo. Quelli non sono sangui, dicevano, e non è latte, e non è il grasso di un martire. È spermaceti, la cera bianca che si cava dalla testa dei capodogli, quella con cui si facevano le candele buone, che non fanno fumo. È sego. È gelatina. È una lacca al carminio, il rosso che si spreme da un insetto, la cocciniglia. Tutta roba che torna liquida intorno ai quaranta gradi.
Lo scrisse anche Montesquieu. Il barone arriva a Napoli nella primavera del 1729. Il caldo che fa sciogliere il sangue, per Montesquieu, è il caldo stesso che fa credere al miracolo e fa pensare davvero che sia Dio a decidere chi sia il re di Napoli. La fede non fece mai la domanda sul calore. Un termometro l’avrebbe fatta.
In ogni caso, cari lettori, venite a liquefarvi a Napoli. Se siete persuasi che la vita vi stia seccando, qui è il luogo della liquefazione. Scioglietevi e tornate a vivere.
Con i cambiamenti climatici in corso potrebbe sorgere un gran problema: il sangue resta liquido per tutto l’ anno.
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