Riconoscimento facciale con l’intelligenza artificiale: Meloni a lezione di sorveglianza di massa da Orbán

(estr. di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – […] L’apripista europeo della sorveglianza elettronica di massa è stata l’Ungheria di Orbán, nel 2019, col progetto “Szitaköt” (libellula) e le sue 30 mila telecamere collegate a un cervellone per il riconoscimento facciale. Cinque anni dopo è arrivata la stretta dell’Unione, ma a Budapest non si sono scoraggiati e hanno invocato la tutela dei minori per bloccare il Pride e scatenare “Szitaköt” contro i manifestanti. Un po’ come adesso, in Italia, si pensa di fare coi No Tav, equiparandoli per legge a un’associazione a delinquere.

Ha un distinto sapore di paprika, spezia regina della cucina magiara, il decreto legislativo con cui il governo Meloni intende recepire l’AI Act, regolamento europeo sull’uso dell’intelligenza artificiale “per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile”.

Ieri mattina, dopo le proteste dell’opposizione per l’accelerazione della discussione sul decreto in Parlamento, da Palazzo Chigi si sono affrettati a ribadire che l’Italia “continuerà a rispettare la normativa europea… in coerenza con le garanzie costituzionali e dei diritti di libertà, la cui verifica spetta all’Autorità giudiziaria”.

A meno di una clamorosa retromarcia, però, sarà difficile cancellare l’articolo 10 del decreto. Nonostante l’asserita conformità alla possibilità concessa agli Stati membri dall’AI Act di introdurre “disposizioni più restrittive sull’uso dei sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori”.

Così da Bruxelles la commissione ricorda che “il riconoscimento facciale negli spazi pubblici accessibili è una pratica vietata dalla legge sull’AI”, che punta a scongiurare “che con l’AI ci sia un controllo pubblico su dove noi e voi ci spostiamo quotidianamente negli spazi pubblici accessibili”.

La scorsa settimana il “Pride” di orbaniana memoria era stato evocato persino durante le audizioni sul decreto Meloni innanzi alla commissione Affari europei della Camera. Tre giorni prima dell’assalto ai cantieri della Torino-Lione in Val di Susa, che ha riportato l’ordine pubblico in cima all’agenda politica.

A denunciare l’“effetto dissuasivo” dei nuovi sistemi di videosorveglianza previsti dall’articolo 10 del decreto, “dotati della tecnologia di riconoscimento facciale a posteriori, integrata dall’intelligenza artificiale, per il contrasto dei reati”, era stato Francesco Paolo Micozzi, docente di Informatica Giuridica dell’Università degli Studi di Perugia. Evidenziando il rischio che qualcuno “spinto dalla curiosità di partecipare ad una manifestazione Pride eviti di farlo nel timore di future ed eventuali ritorsioni o, comunque, discriminazioni di qualunque tipo”.

Nel decreto, infatti, si prevede che in linea con quanto indicato dalla Commissione Ue il riconoscimento facciale con l’AI venga effettuato solo dopo la consumazione di uno dei 16 reati gravi e gravissimi indicati nel regolamento (tra i quali non rientrano i classici danneggiamenti dei No Tav). Ma la banca dati per effettuare i raffronti, “in caso di accesso a luoghi o ad eventi rispetto ai quali sussistono esigenze di ordine e sicurezza pubblica”, verrà creata prima dal Viminale (e non sarà cancellata che una settimana dopo). Con un “trattamento automatizzato” vecchio stampo “dei dati biometrici… del volto delle persone”.

Andrà bene a Bruxelles?

In Repubblica Ceca, in seguito all’entrata in vigore dell’AI Act, generiche esigenze di ordine pubblico e sicurezza non sono bastate per evitare, ad agosto dell’anno scorso, la disattivazione del sistema di riconoscimento facciale attivo dal 2018 per l’identificazione di persone scomparse e ricercati all’aeroporto di Praga.

Molto più in linea con l’orientamento di Bruxelles, invece, la Francia, che per le olimpiadi di Parigi del 2023 aveva attivato, sì, un sistema di videosorveglianza implementato con l’AI, ma senza riconoscimento facciale. Solo per la rilevazione in tempo reale di movimenti anomali della folla.