L'occasione persa da due coalizioni fragili

(Flavia Perina – lastampa.it) – Sta diventando davvero stucchevole il dibattito sullo stato di salute dei due poli e sulle divergenze tra i partner che aumentano ogni giorno anziché scemare, come sarebbe logico nell’imminenza del voto. In tutta evidenza, destra e sinistra hanno rinunciato a portare a sintesi l’inconciliabile, non si pongono più il problema e hanno deciso piuttosto di scommettere sulla tattica dell’ultimo miglio: arrivare a ridosso delle elezioni, invocare lo stato di necessità, fare cartello in virtù del “se no vincono gli altri”, chiedere agli elettori di turarsi il naso anche se scettici o renitenti.

A sinistra, il continuo slittamento in avanti del confronto sul perimetro dell’alleanza segnala una resa a divaricazioni politiche sempre più estese e irreparabili. Lo scontro sull’Ucraina è allo stesso punto di quattro anni fa, anzi peggio perché al giustificazionismo Cinque Stelle per l’aggressione russa si sono aggiunte le divergenze sulla difesa europea, sull’uso del Safe, e persino la perdita di un punto di vista comune sulle missioni italiane all’estero (cinque mozioni diverse nell’ultimo dibattito parlamentare!). Pd e M5S perdono tempo per impotenza, per il terrore di deludere i loro elettorati, ma soprattutto perché il modello ultimo miglio sembra la sola soluzione possibile, la più facile: tirarla per le lunghe fino all’imminenza voto per poi stipulare un accordo qual che sia, in nome del dovere ineludibile di salvare la democrazia da un bis della destra e dall’inquietante ondata del vannaccismo.

A destra ormai si vive di posticipi su tutto: la legge elettorale, le nuove norme su mafia e intercettazioni chieste da FdI, la proposta di Forza Italia per ostacolare il sequestro dei telefonini da parte dei pm, le spese militari, la scelta di chiedere o meno i soldi del Safe. A ottobre, a dicembre, l’anno prossimo, ed è evidente l’intento di avvicinarsi il più possibile alla scadenza elettorale, all’ultimo miglio, quando tutti dovranno disarmarsi perché “se no vincono gli altri”. In quella fase, tra lo scioglimento del Parlamento e la convocazione delle urne, sarà risolto anche l’enigma della possibile alleanza con Roberto Vannacci. In teoria è esclusa, in pratica chissà? Dice tutt’altro la renitenza della destra a criticare il generale sui temi forti del filo-putinismo, dell’ostilità all’Europa, della follia della remigrazione, e persino sull’ultimo video in cui Giorgia Meloni è rappresentata come una fan adorante del generale, che ride mentre lui licenzia Ursula von der Leyen. All’ultimo miglio, in nome dell’emergenza, dei sondaggi, di quel fatidico “se no vincono gli altri”, sarà più facile superare le ostilità di Forza Italia, della Lega, e lo stesso smarrimento degli elettori moderati.

Giunti al giro di boa finale della legislatura, emerge una constatazione deprimente. La lunga fase di stabilità garantita dal governo di Giorgia Meloni poteva davvero consentire una ristrutturazione dell’offerta politica italiana, ma l’occasione è stata persa. I progressisti non sono riusciti a imbastire il racconto comune indispensabile a sostenere una proposta di governo, i conservatori hanno mancato l’obbiettivo di consolidare e attualizzare sotto una diversa leadership lo schema costruito all’inizio degli anni Novanta da Silvio Berlusconi. Tutto nelle coalizioni appare più fragile, più estemporaneo, più disinteressato a definire posizioni comuni e compromessi solidi, in balia della casualità degli eventi e dunque consegnato alla tattica dell’ultimo miglio. Quando nessuno potrà permettersi di fare lo schizzinoso, ne’ a destra ne’ a sinistra. Quando ai dubbiosi di sinistra si potrà dire: cosa volete, gli amici di Afd al governo? E a quelli di destra: cosa volete, gli immigrazionisti e i comunisti a Palazzo Chigi?